«Das Leben der Erkenntnis ist das Leben, welches glücklich ist, der Not der Welt zum Trotz» (Ludwig Wittgenstein, Tagebucheintrag vom 13.8.16).


«E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (…): “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”» (Italo Calvino, chiusa di "Perché leggere i classici").


«Neque longiora mihi dari spatia vivendi volo, quam dum ero ad hanc quoque facultatem scribendi commentandique idoneus» (Aulo Gellio, "Noctes atticae", «Praefatio»).


domenica 23 ottobre 2016

ECO E DAN BROWN, ABSIT INIURIA VERBIS




Inferno di Ron Howard, come operazione di trasposizione cinematografica di un testo narrativo, mi ha ricordato Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud. Entrambi i registi hanno potuto lavorare con la consulenza - e persino alla presenza (vedi foto) - dell'autore del romanzo ed entrambi, sotto l'apparenza di una pedissequa fedeltà di superficie, hanno modificato l'opera nel profondo, cambiando addirittura in modo clamoroso i finali.
Così come chi ha visto il film Il nome della rosa e non ha letto il romanzo può pensare erroneamente che anche in quest'ultimo ci siano un'uscita alla Teseo dal labirinto della Biblioteca, un rogo spettacolare di eretici con salvataggio in extremis della giovane "strega" e la morte del feroce inquisitore causata dalla sommossa popolare, allo stesso modo chi vede il film Inferno senza conoscere il romanzo può pensare erroneamente, per dirne solo una, che in quest'ultimo si parli di un pazzo che, per risolvere il problema della sovrappopolazione mondiale, vuole decimare l'umanità diffondendo la peste o qualcosa di simile (e invece il romanzo parla essenzialmente di transumanesimo, di ingegneria genetica e di selezione artificiale post-darwiniana).
Naturalmente è ridicolo esigere la "fedeltà" quando persino gli autori dell'opera-fonte avallano il "tradimento", e quindi occorre sempre tenere presente che le due opere vanno godute separatamente, la caccia comparativa alle modifiche essendo solo un intrigante gioco per gli appassionati.
Prendiamo per esempio un punto del film (apparentemente) fedelissimo al romanzo: il volo di Vayentha dal soffitto del Salone dei cinquecento di Palazzo Vecchio. Ron Howard ha fatto del suo meglio e ci ha regalato una scena davvero spettacolare, riproducendo in gran parte quello che il lettore della corrispondente pagina del romanzo è portato a raffigurarsi.
Ma è davvero tutto qui? No, perché c'è quella frase di chiusura dell'episodio che non ha nulla a che vedere con la descrizione di una caduta mortale e che segna il confine invalicabile tra arte della parola scritta e arte dell'immagine in movimento: «Poi, con un brusco schianto, tutto il mondo di Vayentha svanì nel nulla» («Than, with a sudden crash, Vayentha's entire world vanished into blackness», cap. 48). Si può avere anche l'opinione peggiore sul romanziere Dan Brown, ma qui egli si ricollega alla grande tradizione della letteratura occidentale, racchiudendo in una sola frase un'intera visione del mondo. La si confronti, infatti, con la formula usata due volte da Virgilio (l'amichetto di Dante che da parte sua imitava Omero) per descrivere prima la morte di Camilla (XI, 831) e poi, chiudendo così l'Eneide, quella di Turno (XII, 952): «vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras». Le due formule, come si vede, esibiscono tutta la forza espressiva della parola poetica, perché in uno spazio ridicolmente breve riescono a riassumere intere concezioni filosofiche sul passaggio dalla vita alla morte.

lunedì 29 agosto 2016

Note in margine a "La scuola cattolica"































29.8
9 LUGLIO - 29 AGOSTO

Portata a termine in una cinquantina di giorni (ma con molte pause) la lettura de La scuola cattolica, l'impressione generale è quella di un libro ambizioso e sofferto che forse merita di essere letto e assorbito dalla coscienza nazionale collettiva, nonostante certi difetti evidenti e le provocazioni a tratti intollerabili di forma e contenuto che esso contiene. Superato lo scoglio terrificante della parte nona, occupata dal (per me almeno) noiosissimo zibaldone di pensieri del professor Cosmo (anche perché è un distillato di riflessioni già incontrate nelle oltre mille pagine precedenti), la decima e ultima parte da sola giustifica il premio Strega, perché contiene il meglio dell'Albinati narratore, che è uno scrittore di prim'ordine.
Esempio di difetto narrativo.
In VI.XIV viene introdotto un personaggio femminile reale, una minorenne coinvolta a sua insaputa in un omicidio (doveva fungere da esca per la vittima, uno stupratore e corriere della droga da eliminare, chiamato nel libro Cassio Majuri). Dice la voce narrante tra parentesi e in corsivo: «il nome della ragazza è secretato nel verbale forse perché all’epoca era minorenne, la chiameremo convenzionalmente Perdìta, con l’accento sulla i, come il personaggio di Shakespeare». Oltre 400 pagine dopo, però, allorché nella decima parte l'episodio viene rivisitato per rivelare l'identità della ragazza (e si tratta di una rivelazione dolorosissima per il narratore, che qui raggiunge forse il suo livello più alto di bravura), Albinati sembra essersi dimenticato della parentesi precedente e sul nome della ragazza dice, mi pare, un'altra cosa: «La ragazza si chiamava, a quanto pare, Perdìta, che è un nome strano ma sembrava fatto apposta per lei, cioè, per una ragazza perduta. Aveva quindici anni» (X.XI). Non è lo stesso, giusto?
Esempio di provocazione intellettuale.
Albinati dice spesso di non avere fede (per esempio in I.II e all'inizio di X.XVII, l'ultimo capitolo), ma sembra considerare crocianamente imprescindibile l'educazione cattolica (cfr. il pensiero 303 di Cosmo). E questo va bene. Va pure bene che lui racconti la sua attrazione morbosa per le funzioni religiose (e il romanzo finisce con la partecipazione alla messa di Natale del 2015 al San Leone Magno). Vanno meno bene due cose, però. Da un lato egli fa più volte riferimento alla pessima idea che nutre nei confronti dei filosofi antichi fino a Platone, a causa soprattutto delle lezioni nozionistiche del suo professore al SLM, fratel Gildo; e così vediamo trattati come "pazzi maniaci" (cfr. I.II) Talete, Eraclito, Parmenide, Zenone, Democrito, Pitagora e lo stesso Platone (Albinati detesta in modo particolare il mito della caverna, citato più volte con disgusto per la sua implausibilità). Dall'altro, in X.XV, egli riporta senza commento, e quindi implicitamente sottoponendolo all'ammirazione del lettore, un passaggio ispirato della predica natalizia del vecchio don Salari (vedi foto), che contiene un'insopportabile castroneria storico-filosofica, la quale non smette certo di essere tale anche se la si spaccia per dato di fede inserito nel contesto di una messa cattolica. La merda di toro rimane sempre merda di toro, anche se viene depositata sopra un altare e ribattezzata come nutella per credenti.




















28.8
ALBINATI, RISPETTIAMO IL VECCHIO SCHOPENHAUER!
Il pensiero n. 295 del quaderno nero di Albinati-Cosmo, ne La scuola cattolica, è un esempio perfetto di citazione ad cazzum, e assai probabilmente per sentito dire, di un grande filosofo. Intendiamoci, la teoria schopenhaueriana dell'omosessualità e del suo ruolo nella vita della specie umana è, per dirla con il famoso ragioniere, una cagata pazzesca, però merita di essere riportata meglio. La cosa interessante, intanto, è che Schopenhauer considera l'omosessualità un vero e proprio "adattamento", come diremmo oggi: la Natura, per il bene della specie, ha escogitato questo istinto deviato nei più giovani e nei più vecchi scegliendo il male minore, visto che questi, come aveva stabilito Aristotele (Politica, VII, 16, 1335a-b), per natura generano figli "difettosi" nel corpo e nello spirito. Schopenhauer, dunque, dice PERCHÉ gli anziani virerebbero verso l'omosessualità, e lo fa basandosi nientemeno che sull'autorità di Aristotele, il quale aveva fissato le fasce d'età (diverse per gli uomini e le donne) giuste per fare figli sani.

Ma la cosa davvero curiosa è che Schopenhauer ha proposto questa (fantasiosa) spiegazione "darwiniana" ante litteram dell'omosessualità nell'Appendice al famoso capitolo 44 dei Supplementi al Mondo (quello sulla metafisica dell'amore sessuale"), aggiunta nella terza edizione, che uscì proprio nel 1859, cioè lo stesso anno de L'origine delle specie.



28.8

STRANEZZE NARRATIVE NE "LA SCUOLA CATTOLICA"

Giunto al pensiero n. 121 del quaderno nero del professor Cosmo (IX.II), il lettore normalmente memore ha un déjà-vu o, come forse sarebbe meglio dire nel caso specifico, un déjà-lu. Se sta leggendo La scuola cattolica sul cartaceo, però, egli non ha quasi alcuna speranza di togliersi il dubbio, a meno che non abbia la patologia di Funes el memorioso. Se invece sta leggendo sull'ebook, una semplice ricerca lo riporta a più di mille pagine prima (nella versione cartacea), ovvero al primo capoverso di I.IX. Qui al lettore viene rivelato quel che in fondo egli sa già, anche se ha sospeso l'incredulità: l'ultimo quaderno di Cosmo è solo una variante del vecchio espediente del manoscritto ritrovato e Albinati sta solo infliggendogli un proprio zibaldone di pensieri, da cui ha già abbondantemente attinto per rimpinzare il resto del libro. Come diceva Eco nel finale de L'isola del giorno prima e in quello di Baudolino, gli scrittori sono per natura dei bugiardi "senz'anima" e «non si può scrivere se non facendo palinsesto di un manoscritto ritrovato». E va bene.

Visto che la sola differenza tra i due brani è quella - meramente formale - che c'è tra un tipico appunto di diario e un tipico attacco da narratore intradiegetico, il lettore benevolo può pensare che Albinati gli stia strizzando l'occhio per rivelargli il trucco e giocare a carte scoperte (se non è benevolo, può pensare che Albinati abbia semplicemente dimenticato di aver plagiato se stesso, o se non altro di eliminare anche il pensiero 121 dalla sua ampia antologia finzionale di passi scelti dell'ultimo quaderno del suo ex professore di italiano). Ma il pensiero n. 126, poco più avanti, viene a scompaginare il quadro, perché Albinati vi insiste con la finzione del manoscritto ritrovato annotandolo in modo piuttosto lezioso e avventurandosi in una serie di considerazioni sulle fonti, perché riconosce che lui e Cosmo devono aver saccheggiato qualcun altro ciascuno per conto proprio. 

A questo punto il lettore è sconcertato, perché Albinati sembra procedere in modo piuttosto pasticciato e soprattutto immemore di ciò che è stato fatto appena una pagina prima.













27.8

BOOK & EBOOK
I famosi contenuti extra della versione digitale de La scuola cattolica, come al lettore dell'ebook viene spiegato subito, riguardano la nona e penultima parte, quasi interamente occupata, per una settantina di pagine nella versione cartacea, dal cosiddetto "ultimo quaderno di Cosmo". Albinati finge di ritrovare una pila di quaderni dalla copertina nera nella catapecchia dell'amato ex professore di italiano al San Leone Magno, tale Giovanni Vilfredo Cosmo, morto vecchio, povero e depresso all'epoca della stesura del libro. L'ultimo di tali quaderni, scritto evidentemente in limine mortis, è costituito da 414 pensieri numerati progressivamente, la cui lunghezza varia dal rigo scarso alla pagina intera e oltre. Albinati lo riporta in gran parte nell'edizione cartacea e promette nel testo (penultimo capoverso di IX.I) di renderlo noto per intero "in un luogo più opportuno". Tale "luogo", evidentemente, è la versione digitale del libro, che in appendice contiene appunto l'intero ultimo quaderno di Cosmo. 

Di cosa si tratta? Ad Albinati non basta stressare il lettore con le sue innumervoli digressioni da "moralista" del Sette-Ottocento che si avventura in sottili analisi di questioni psico-sociologiche relative soprattutto al potere, al sesso e alla violenza (che per lui sono ovviamente intrecciati in modo pressoché inestricabile), disseminate nel mare di pagine del libro; gli serve concentrarne il succo filosofico in una serie di pensieri tra il pascaliano e il leopardiano che non si fa scrupolo alcuno di infliggere sadicamente al già stremato lettore. L'effetto intenzionale, con il rischio di far bestemmiare ai lettori l'intero rosario degli abitanti del cielo cattolico, è quello di produrre un ultimo, snervante indugio riflessivo prima della più movimentata decima e ultima parte. 

Ancora una volta non si può non rimanere sconcertati e in qualche modo ammirati dal coraggio dimostrato da Albinati. Normalmente un editore butterebbe in faccia all'autore una zeppa filosoficamente pretenziosa ma al postutto abbastanza pallosa come la parte nona e sinceramente non capisco come Albinati sia riuscito a farla passare. Il "compromesso", per quanto riguarda la già elefantiaca edizione cartacea, è stato quello di tagliare 138 dei 414 "pensieri" di Cosmo-Albinati, che per i più curiosi vado qui a elencare nel dettaglio:

2,3,4,15,16,18,22,23,27,29,38,45,46,50,54,56,57,60,62,63,66,67,68,69,77,78,85,86,89,91,94,100,101,109,110,112,113,117,125,126,128,129,130,131,135,136,140,141,144,148,150,152,163,166,171,173,177,178,180,181,187,188,193,198,199,206,208,209,210,211,213,214,215,218,240,241,242,243,244,245,246,250,262,263,268,274,275,277,278,281,284,285,286,287,289,292,294,296,297,300,301,302,304,308,309,310,313,315,316,321,322,323,330,337,338,344,346,347,349,354,355,356,366,367,371,375,376,384,388,389,390,391,395,396,397,398,402,412.

24,8
ELOGIO, STAVOLTA
Nel quarto capitolo della parte settima (la più lunga delle dieci, composta da ben ventisei capitoli), Albinati chiarisce che il fatto attorno a cui ruota La scuola cattolica, cioè il massacro del Circeo, è solo un episodio marginale della più generale guerra di liberazione della donna, il femminismo essendo per lui "il più innovativo movimento politico" del Novecento (molto più del comunismo, del capitalismo e delle ideologie reazionarie, tutti lasciti delsecolo precedente). Ecco perché si sente costretto a infliggere un interminabile discorso saggistico socio-psicologico sul sesso e sul rapporto tra uomini e donne, avvertendo il lettore che la parte settima sarà noiosissima. E così è. Io non ho seguito il consiglio di saltarla e ora che sono arrivato alla parte ottava, che coincide grosso modo con la boa delle mille pagine, posso dire che aveva ragione lui: la parte ottava è finalmente occupata da grandi segmenti narrativi, che da soli forse valgono la fatica di raggiungerli.

















23.8 
ALBINATI E KUBRICK
Ne La scuola cattolica ci sono cinque riferimenti a Kubrick e ai suoi film: due a Barry Lyndon (IV.XIX e V.VI), due a Shining (V.XV e VII.XXV) e uno a 2001: Odissea nello spazio (VII.XXIII). Curiosamente, dato il fatto intorno al quale ruota tutto il libro, manca il riferimento più ovvio, cioè quello ad Arancia meccanica, pur essendo qua e là menzionata certa filmografia violenta a sfondo sessuale degli anni Settanta.
Il riferimento a 2001 e i due a Barry Lyndon sono troppo occasionali per essere in qualche modo significativi, mentre il primo relativo a Shining serve ad Albinati solo per dire che il suo professore di matematica del "Giulio Cesare" (dove egli frequentò l'ultimo anno, provenendo dall'istituto privato cattolico "San Leone Magno") era praticamente identico al barista allucinatorio che nel film serve da bere a Jack Torrance. Ma è il secondo riferimento a Shining, che costituisce anche l'ultimo a Kubrick nel libro, ad essere particolarmente significativo, perché Albinati si avventura in un'esegesi di una scena famosa condotta tutta alla luce della sua sessuofobia. Non che l'interpretazione sia necessariamente sbagliata (stiamo parlando di un'"opera aperta" per eccellenza), ma Albinati non sembra minimamente attraversato dal dubbio che possano esserci letture alternative, per esempio più coerenti con il resto delle "apparizioni" spettrali che imperversano nella seconda metà del film.












14.7
COSE CHE NON MI SPIEGO

Alcuni gesti autoriali, se così li posso chiamare, non riesco a spiegarmeli. Prendiamo La scuola cattolica. 

1) Verso la fine di II.XXIV si legge:

«Qualche anno fa un settimanale mi ha chiesto di rispondere a una lista di domande, che viene chiamata, non capisco perché, "Il
questionario di Proust"».

Ma perché devi dire che non lo capisci? Certo, lì per lì puoi non saperlo (ben pochi lo sanno), ma cosa ci vuole a fare una ricerca in
rete? Su Wikipdia, per esempio, te lo spiegano con una voce apposita. E infatti poco più avanti Albinati ci informa che, essendogli venuto in mente Tartaglia in relazione al suo vecchio compagno di classe Arbus, si è commosso leggendo in rete una breve biografia del grande matematico sfigurato.

2) In II.IX troviamo: 

«Ricopio questa frase presa da un romanzo: “E guardando la volta celeste sopra di me, immobile, muta, mi sentii un minuscolo puntino vivo sotto quell’immane cadavere trasparente”».

Siccome non si dice altro, al lettore può venire la curiosità di sapere di quale romanzo si tratti, giusto? Bastano pochi tentativi con Google
per scoprire che il passo viene da I turbamenti del giovane Törless di Robert Musil (e con Törless il narratore aveva già confrontato il proprio sé adolescenziale verso la fine di I.X). Solo che il passo preciso del Törless, nella classica traduzione italiana di Anita Rho, è questo:

«E Törless sentiva di essere tutto solo sotto quella volta immota e silente, gli sembrava di essere un piccolo punto vivo sotto
quell’immane cadavere trasparente».

Domanda: qual è il motivo delle variazioni introdotte? Cos'è che mi sfugge?



9.7
DAL CIRCEO ALL'IDROSCALO DI OSTIA

Avendo cominciato a leggere La scuola cattolica, per rinfrescarmi la memoria sul pasticciaccio brutto del Circeo (29-30 settembre 1975) sono andato a rileggermi lo scambio di vedute in merito tra Calvino e Pasolini. Ebbene, il vero romanzo, o il romanzo vero, fu quello, perché le idee e i fatti si intrecciarono nella realtà in un modo che avrebbe suscitato l'invidia del romanziere più ardito. L'8 ottobre Calvino intervenne sul "Corriere della sera" dicendo la sua sul fatto di cronaca nera e inserendolo in un discorso socio-politico di respiro europeo, se non addirittura globale, visto che tirò in ballo pure gli Stati Uniti e la loro politica estera miope sui paesi europei alleati. La sua analisi era concentrata su un settore della borghesia italiana e sul suo rapporto con la borghesia di altri paesi, come la Francia, l'Inghilterra e la Spagna. Il 30 ottobre Pasolini scrisse su "Il Mondo" una "lettera luterana" a Calvino demolendone a modo suo l'analisi sociologica e mostrando che certa violenza aveva le sue radici nella mutazione antropologica in atto, la quale, guidata dal neocapitalismo imperante, si lasciava dietro i valori tradizionali, riconosceva solo il consumo come valore unico e di conseguenza riguardava tutte le classi sociali. L'errore di Calvino, insomma, era di classe: solo perché i criminali del Circeo provenivano dalla borghesia, e non dal sottoproletariato, gli intellettuali come lui sentivano il bisogno di proporre analisi sofisticate del fenomeno, dimenticando che atti di ferocia simili avvenivano continuamente nella Roma borgatara (e non solo), anche se gli intellettuali borghesi, per una sorta di razzismo sociale, non se ne occupavano. Ecco, era il 30 ottobre e meno di tre giorni dopo Pasolini avrebbe trovato in modo clamoroso esattamente il tipo di morte descritto nell'articolo, per mano (almeno "prima facie") proprio di un giovane della suburra romana. Il 4 novembre, due giorni dopo la morte di Pasolini, Calvino replicò sempre sul "Corriere" alla "lettera luterana", sottolineando il paradosso dolorosissimo della situazione: il suo interlocutore, si potrebbe dire, poiché nell'Idroscalo di Ostia il Circeo (dei figli di benestanti che seviziano delle popolane) era stato in qualche modo ribaltato (uno del popolo che massacra uno benestante e famoso), aveva avuto ragione nel suo modo di avere torto e torto nel suo modo di avere ragione.
Ho poi cercato le menzioni di Calvino e Pasolini nel romanzo di Albinati e ho visto che i due nomi vi compaiono ciascuno tre volte, ma mai, mi sembra, in relazione al dibattito sul fatto del Circeo.





lunedì 1 agosto 2016

PUNTATE DI "ODI ET AMO" (2015-2016)


Qui di seguito, l'elenco in ordine alfabetico per autore dei libri da me presentati nella trasmissione "Odi et amo" di Rete Chiara. Cliccando sui titoli si accede al relativo video su YouTube.


AAVV I luoghi di Montalbano 

ABRAMS E DORST La nave di Teseo 

ALEKSIEVIČ Ragazzi di zinco

ARISTOTELE De anima

BACONE Nuova Atlantide

BAYARD Come parlare di un libro senza averlo mai letto

BORGES Il libro degli esseri immaginari

BORGES Finzioni

BRADBURY Fahrenheit 451

BUFALINO Qui Pro Quo

BULGAKOV Il maestro e margherita

CALVINO Le citta invisibili

CAMILLERI La bolla di componenda

CAMILLERI Noli me tangere

CAMUS L'uomo in rivolta

CARRÈRE Il regno

CIORAN Quaderni

CORKIN Prigioniero del presente

D'ARRIGO Horcynus Orca

DE CATALDO Romanzo criminale

DEHAENE Coscienza e cervello

DENNETT L'idea pericolosa di Darwin

DENNETT Strumenti per pensare

DOCTOROW la coscienza di Andrew

DOODY Aristotele detective 

DOSTOEVSKIJ Le notti bianche 

DOSTOEVSKIJ I demoni

ECO Il pendolo di Foucault

ECO Numero zero 

ELLROY Perfidia 

FALLADA Ognuno muore solo

FENOGLIO Il libro di Johnny

FILOSTRATO Vita di Apolloni di Tiana

HØEG Il senso di Smilla per la neve

HUGO L'uomo che ride 

JAYNES Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza

JOYCE Ulisse

KLEIST Pentesilea

KOESTLER Buio a mezzogiorno

KUNDERA L'insostenibile leggerezza dell'essere

LEM Solaris

MAX Vita di D.F. Wallace

McCOURT Ehi prof

McGRATH Follia

MICHAILÌDIS Delitti pitagorici

MITCHELL Cloud atlas

MONALDI & SORTI Imprimatur

MORAVIA La vita interiore

MORAVIA Intervista sullo scrittore scomodo

MORAVIA Il conformista

MORSELLI Dissipatio H.G.

MORSELLI Roma senza Papa

NIETZSCHE Ecce homo

ODIFREDDI Come stanno le cose 

PASOLINI Petrolio

PLATONE  Fedro 

RIZZOLATTI E SINIGAGLIA So quel che fai 

RONCHEY Ipazia

ROTH Pastorale americana

ROVELLI Sette brevi lezioni di fisica

SACKS Un antropologo su Marte

SARAMAGO Saggio sulla lucidità

SARAMAGO Il vangelo secondo Gesù Cristo - Caino

SARTRE La nausea

SCHILLER Educazione estetica dell’uomo

SCIBONA Il cerchio stupido

SHERMER Homo credens

STENGER Dio un' ipotesi sbagliata

STEPHENSON Snow crash

TABUCCHI Sostiene Pereira

TOLKIEN Lo Hobbit

TONONI Phi 

VARGAS Tempi glaciali

WU MING L'armata dei sonnambuli




giovedì 23 giugno 2016

IL PARADOSSO DI POMPONAZZI

Un omaggio ad Aristotele e Pomponazzi in occasione degli anniversari che li riguardano nel 2016 (2400 anni dalla nascita del filosofo greco e 500 anni dalla pubblicazione del Tractatus de immortalitate animae)

IL PARADOSSO DI POMPONAZZI: UNA RIVOLUZIONE COPERNICANA (MA) NEOARISTOTELICA

C'è questo passo bellissimo della Fisica apparentemente buttato lì a caso da Aristotele (194b13): «l'uomo e il sole generano l'uomo». Sembra una normale affermazione dell'Aristotele naturalista e tuttavia, molti secoli dopo,  Pietro Pomponazzi la citerà per fondare una modernissima concezione dell'anima (o della mente, come diremmo oggi). Nel § IX.26 del Trattato sull'immortalità dell'anima (1516), infatti, Pomponazzi si appoggia al detto aristotelico per difendere l'idea che l'anima di ciascun individuo sia generata insieme al corpo e non creata a parte, come sosteneva per esempio Tommaso, e in quanto tale, costituendo la forma stessa del corpo, è con esso destinata a dissolversi; la stessa idea, d'altra parte, serviva anche a combattere la teoria averroista dell'unicità e dell'immortalità dell'Intelletto.
In tal modo avviene qualcosa di molto curioso che mette in crisi e in qualche modo arricchisce la nostra idea ormai da senso comune della rivoluzione scientifica. Noi siamo abituati (giustamente) a vedere quest'ultima come un'operazione marcatamente anti-aristotelica sia nel campo astronomico sia in quello fisico. E tuttavia, un secolo prima di Galileo e diversi decenni prima di Copernico, Pomponazzi usò Aristotele, ovvero una rigorosa rilettura soprattutto del De anima, contro le interpretazioni spiritualistiche di Averroè (immortalità e unicità) e Tommaso (immortalità individuale), per compiere una vera e propria rivoluzione "scientifica" nel campo di ciò che oggi chiameremmo psicologia o filosofia della mente, difendendo una teoria straordinariamente vicina per taluni versi sia all'approccio naturalistico e funzionalistico del dualismo delle proprietà sia alla cosiddetta embodied cognition (l'anima "gira" per natura su un supporto materale, è neutrale rispetto al sostrato ed è una forma incarnata e diffusa in tutto il corpo), cioè a due delle correnti più influenti delle odierne scienze cognitive.
Diciamo "scientifica" questa rivoluzione con le dovute cautele, perché il testo di Pomponazzi ha degli aspetti paradossali, e anche se è infarcito di un lessico scolastico piuttosto stantio, tuttavia sembra molto più avanti rispetto alla futura soluzione cartesana del problema mente-corpo nei termini del ben noto dualismo delle sostanze. La sua strategia retorica è all'insegna della massima cautela e della sottile dissimulazione: una rilettura di Aristotele priva delle sovrastrutture platonizzanti e teologizzanti di Averroè e Tommaso consente di sostenere l'intuizione adulta comune che la vita mentale sia strettamente legata a quella del corpo, nel senso che essa, benché non coincida con questo o con una sua parte (come ad esempio succede alla vista, che è confinata nell'occhio), ne ha assoluto bisogno perché tutta la sua attività si fonda su ciò che esso le fornisce sotto forma di rappresentazioni sensoriali, base di ogni conoscenza astratta. Eppure, egli aggiunge per prudenza soprattutto nelle ultime pagine, quello che dicono Tommaso e la Chiesa, cioè che l'anima è individuale e immortale, deve essere vero per fede; viceversa, Averroè, alla luce anche di Tommaso, è sicuramente in errore e fa dire ad Aristotele ciò che nel De anima è impossibile trovare. Insomma, contro il filosofo musulmano le critiche sono conclusive, mentre contro il teologo cristiano le critiche basate su una lettura razionale del testo aristotelico vengono respinte dalla verità rivelata e accettata per fede (prudenza vana, com'è noto, perché Pomponazzi e la sua opera incontreranno subito le ire delle autorità ecclesiastiche soprattutto a Venezia e a Bologna).

domenica 21 febbraio 2016

UN RICORDO DI ECO




"Dulce est desipere in loco" 
(Orazio, Odi)

“Porfirio è matto” 
(Porfirio, Vita di Plotino)

"Monsieur, vous êtes fou" 
(Lo psicoanalista lacaniano Wagner a Casaubon nel Pendolo)

"Stay foolish" 
(Steve Jobs agli studenti della Stanford University di Palo Alto)

"Siamo pazzi" 
(Umberto Eco sull'avventura editoriale della Nave di Teseo)


Il caso amico e la pazzia pura sono alla base di una delle (poche, credo) cose originali del mio libro su Umberto Eco uscito cinque anni fa. Se ho potuto dire qualcosa di nuovo sul capitolo 113 del Pendolo e più in generale sulla stessa ricostruzione da parte di Eco della storia della semiosi ermetica e paranoica, devo ringraziare una combinazione strana tra un colpo di fortuna e una congettura assolutamente folle. 
Tra il 2009 e il 2010, mentre lavoravo al saggio su Eco e rileggevo il Pendolo, mi capitò di avere a che fare con L'antro delle Ninfe di Porfirio: me lo trovai tra le mani in una libreria, mi incuriosì, lo comprai, lo regalai a un amico grecista prima di leggerlo, lo ricomprai e infine lo lessi. Ebbene, nel capitolo 113 del Pendolo, il fantasma dell'alchimista Heinrich Khunrath, autore di un Amphitheatrum Sapientiae Aeternae, spesso citato nel romanzo, a un certo punto comincia a biascicare formule strane e sconnesse tratte dal suo libro, una delle quali è la seguente frase in greco: «Symbolon kósmou... tâ ántra... kaì tân enkosmiôn... dunámeôn eríthento... oi theológoi» (i teologi consideravano gli antri simboli del cosmo e delle potenze cosmiche). Ora, la mia conoscenza del greco da autodidatta non supera la seconda declinazione, eppure la lettura quasi simultanea dei due testi mi fece scoprire in un lampo intuitivo che il passo in greco citato da Eco proviene dall'operetta di Porfirio. 
Questo fu il colpo di fortuna. Il problema, adesso, era dare una spiegazione al fatto che Eco, che aveva scritto un saggio celeberrimo su un'altra opera di Porfirio quando io ancora giocavo con le figurine Panini, non dica mai nel romanzo che il passo viene dall'Antro delle Ninfe, lasciando semplicemente capire che esso si trova citato da qualche parte nel libro di Khunrath (che nel frattempo ero riuscito a procurarmi in copia digitale).


E qui arriviamo alla folle ipotesi interpretativa (un'abduzione molto alcolica): e se Eco non sapesse che il passo messo in bocca a Khunrath è di Porfirio? Se le cose stessero così, mi sono detto, si potrebbero fare alcune considerazioni molto interessanti sulla datazione stessa della semiosi ermetica, aggiungendo un elemento significativo alla stessa ricostruzione di Eco contenuta ne I limiti dell'interpretazione, la raccolta di saggi che costituiscono in buona parte il pendant teorico del romanzo. Ma come appurarlo? Rivedendo tutti i testi di Eco a mia disposizione, non trovavo alcun cenno a quell'opera di Porfirio; ma questo, pur confortandomi, non mi dava una prova definitiva, considerando anche il fatto che la prima edizione in italiano  dell’operetta di Porfirio (Adelphi 1986) era uscita proprio negli anni in cui Eco lavorava al Pendolo. Ed ecco allora che arriva un secondo colpo di fortuna. Avevo già avuto l'incredibile opportunità di conversare per una buona mezz'ora con Eco nel 2007 dentro il Castello Sforzesco (dove dopodomani si svolgerà la cerimonia funebre), ma all'inizio del 2010 si presentò nuovamente l'occasione di incontrarlo (questa volta a Venezia), perché lui andava in giro a promuovere Vertigine della lista. Ebbene, dopo avergli ricordato il nostro primo incontro (in cui gli feci ammettere tutti i debiti della sua ermeneutica nei confronti dell'epistemologia popperiana: l'intervista è ristampata in Appendice al libro), gli chiesi a bruciapelo (come da foto): "Professore, ma lei lo sapeva all'epoca che il passo in greco messo in bocca al fantasma di Khunrath nel centotredicesimo capitolo del Pendolo è di Porfirio?". Lui rispose di no e io per la gioia stavo per decollare come un razzo terra-aria. Allora gli parlai del libro a cui stavo lavorando, gli lasciai una chiavetta USB con i capitoli completati e ci demmo appuntamento "epistolare" a quando avessi finito il lavoro. 

lunedì 11 maggio 2015

NEUROSCIENZE ESATTE



Se uno, malauguratamente, volesse togliersi una curiosità e si chiedesse: "Qual è il rapporto tra cellule gliali e neuroni nel cervello?", troverebbe risposte per tutti i gusti:


- circa 1 a 1 secondo Sebastian Seung (Connettoma, 2012, tr. it. Codice Edizioni 2013, p. 78, nota 17), che rimanda ad Azevedo et al. 2009: Equal Numbers of Neuronal and Nonneuronal Cells Make the Human Brain an Isometrically Scaled-up Primate Brain.  Stesso rapporto suggeriscono anche DeSalle e Tattersall, The Brain, 2012, tr. it. Il cervello. Istruzioni per l'uso, Codice Edizioni 2013, p. 313 (è il "catalogo" della mostra di Milano, 18.10.13-13.4.14).



- circa 3 a 1 secondo Purves et al. 2012, 5ª ed., tr. it. Neuroscienze, Zanichelli 2013, p. 7. 

- più di 5 a 1 secondo la voce italiana "Cellula della glia" di Wikipedia. Viceversa, la corrispondente voce inglese "Neuroglia" è molto più dettagliata: «In general, neuroglial cells are smaller than neurons and outnumber them by five to ten times; they comprise about half the total volume of the brain and spinal cord ("Clinical Neuro-Anatomy", Richard S. Snell, 7th edition). The ratio differs from one part of the brain to another. The glia/neuron ratio in the cerebral cortex is 3.72 (60.84 billion glia; 16.34 billion neurons), while that of the cerebellum is only 0.23 (16.04 billion glia; 69.03 billion neurons). The ratio in the cerebral cortex gray matter is 1.48 (the white matter part has few neurons). The ratio of the basal ganglia, diencephalon and brainstem combined is 11.35».

- circa 10 a 1 secondo Le basi neurali del Laboratorio di Sistemi Cognitivi (LabSiCo) dell'Università di Trieste, slide 3:
http://labsico.units.it/didattica/PsicologiaGenerale/3-BasiNeurali-col.pdf.

Chiaro?

mercoledì 8 aprile 2015

ELOGIO DELLA FALLACIA


Nell’Epicureus (1533), l’ultimo dialogo dei Colloquia, Erasmo da Rotterdam sviluppa un’argomentazione serrata per dimostrare due tesi, una scandalosa e una scandalosissima:
1) i veri epicurei sono i cristiani autentici;
2) il vero Epicuro è Cristo.
Per colmo di ironia, l’assioma di partenza della dimostrazione è preso in prestito non da un filosofo autorevole, ma da un commediografo, cioè da Plauto (Mostellaria, atto III, scena 1, v. 544): «Nil est miserius quam animus hominis conscius» (un passo che, per inciso, dovrebbe far riflettere i filosofi della mente in chiave storica).
Ma, ahimè, la fallacia che inficia tutto il ragionamento si trova già nel primo passo logico, perché il buon Edonio sostiene che l’enunciato “Non c’è niente di più infelice di una cattiva coscienza” implichi quest’altro enunciato: “Non c’è niente di più felice di una coscienza tranquilla” (e da qui è facile arrivare, per via di dottrina, alla conclusione che la coscienza tranquilla, e quindi la massima felicità “epicurea”, te la può dare solo la virtù cristiana).
Insomma, se si analizza a fondo, si vede che Edonio si fa ingannare dal fratello scemo del Modus tollens, cadendo nell’errore della negazione dell’antecedente.
Peccato, resta l’ottima idea dello sgambetto beffardo.