«Das Leben der Erkenntnis ist das Leben, welches glücklich ist, der Not der Welt zum Trotz» (Ludwig Wittgenstein, Tagebucheintrag vom 13.8.16).


«E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (…): “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”» (Italo Calvino, chiusa di "Perché leggere i classici").


«Neque longiora mihi dari spatia vivendi volo, quam dum ero ad hanc quoque facultatem scribendi commentandique idoneus» (Aulo Gellio, "Noctes atticae", «Praefatio»).


domenica 25 dicembre 2011

UNA GELA ANCESTRALE E SIMBOLICA NEL RICORDO DI ELIO VITTORINI


4 aprile 2011
Un modo culturalmente stimolante per celebrare a Gela il centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia in questo difficile 2011 potrebbe essere quello di tornare a leggere un romanzo breve di Elio Vittorini (1908-1966) ambientato nella nostra città. Si tratta de La garibaldina, un piccolo gioiello letterario oggi pressoché dimenticato persino nella città che ne è lo scenario e il vero protagonista e che al grande scrittore siracusano ha pure intitolato il suo Liceo Scientifico Statale.

Scritti tra il dicembre del 1949 e il maggio del 1950, i 43 brevi capitoli che compongono il romanzo uscirono a puntate sulla rivista fiorentina «Il Ponte» nei numeri di febbraio, marzo, aprile e maggio del 1950. La garibaldina doveva costituire la prima parte di una vasta opera narrativa sulla Sicilia (e non solo) il cui progetto venne presto abbandonato dall'autore, che alla fine decise di pubblicare il testo in volume nel 1956 con Bompiani insieme a un altro romanzo incompiuto, Erica e i suoi fratelli, risalente al 1936. Altri 8 capitoli, risalenti sempre al 1950 e trovati tra le carte di Vittorini, costituiscono un abbozzo del seguito de La garibaldina e sono stati pubblicati integralmente per la prima volta su «Strumenti critici» nel 1972 (alcuni brani sparsi erano usciti vivente l'autore nell'ottobre del 1950 su «La Fiera letteraria»).

La garibaldina racconta una storia molto semplice, a tratti anche grottesca, ma ricca di risonanze simboliche e antropologiche, con un linguaggio piano, preciso e asciutto. La vicenda si svolge dal tramonto di un giorno di giugno all'alba del giorno dopo (sull'anno esatto torneremo più avanti). Un giovane soldato, ottenuti tre giorni di licenza, prende a Ragusa il treno Terranova-Licata-Canicattì per tornare nella sua città, Terranova. Sul treno incontra un'eccentrica donna anziana, Leonilde, sedicente ex garibaldina, accompagnata dal suo cane alano Don Carlos, anche lei di ritorno a Terranova da Milano. La donna prende a cuore il giovane e durante il viaggio, che dura dalle nove di sera a dopo la mezzanotte e copre i primi 21 capitoli, gli racconta la sua personale "pagina di storia", scritta in gioventù all'epoca delle guerre garibaldine. All'arrivo a Terranova, cui sono dedicati gli altri 22 capitoli, il giovane, che è senza bagagli, aiuta la donna a portare i suoi fino a casa, e insieme percorrono nella notte lo stradone in salita che dalla stazione arriva in piazza, imboccano il corso e proseguono fino a Capo Soprano, dove la donna ha la sua casa (inizialmente dovevano andare nella casa della figlia, sposata a un barone, ai Cappuccini, ma Leonilde decide di proseguire perché offesa con il genero che non ha mandato la carrozza di famiglia per prenderla alla stazione). Tornando indietro da solo lungo il corso, il giovane bersagliere vive una piccola disavventura all'altezza della chiesa di San Rocco, nel corso della quale si scopre che la Garibaldina è in realtà una proprietaria terriera temuta dai braccianti e può davvero fungere da fiabesco "gatto con gli stivali" per il giovale, come gli aveva promesso. Il romanzo si chiude con il soldato che alle cinque del mattino può finalmente imboccare la strada che dalla piazza scende verso il mare per tornare a casa, dove vive con una famiglia adottiva di barcaioli (la madre, prostituta, lo aveva abbandonato appena nato).

Questa la trama del romanzo, in cui è tuttavia offerto un quadro indimenticabile del paesaggio umano, sociale e geografico della Terranova di inizio Novecento, che diventa simbolo di un meridione immobile nella sua arretratezza secolare e nei rapporti di classe ancora di tipo feudale. Come dirà altrove lo stesso Vittorini, La garibaldina si caratterizza per «l'introduzione di un popolo abbietto oltre al nobile» (in Le due tensioni, Il Saggiatore 1967, p. 68). Terranova, nella mirabile descrizione paesaggistica che costituisce il capitolo XXII, è una terra desolata circondata dal deserto del mare e dalla malaria della campagna, e le sue costruzioni, si legge nel capitolo XXVIII, tuguri o palazzi nobiliari che siano, sono fatte di polvere millenaria che si screpola al vento, al punto che danno l'impressione di essere state il teatro dell'avvento di Abramo e del passaggio dei Re Magi, di Orlando verso Roncisvalle e di Garibaldi verso la Storia svoltasi altrove. I cittadini, dal canto loro, sono ridotti a formare uno sciame di miserabili che bisbigliano nella notte per spettegolare al passaggio della Garibaldina, della quale dicono al soldato ora che «ha in corpo più energia di quanto non ne occorra in un paese come il nostro» (cap. XXX) ora che era solo una prostituta che accompagnava l'esercito garibaldino, se non addirittura una delle bambine offerte al vecchio generale, al quale piacevano molto (cfr. cap. XXXIII). Del resto, durante il viaggio è la stessa donna a dire di sé che era stata un "bel puttanone" fino all'inizio del secolo (cap. XVIII).

Ma in quale anno si svolge esattamente il romanzo? Vittorini lo tiene nascosto, tant'è vero che nell'incipit scrive «Calava il sole, era giugno, era l'anno 19**». Tuttavia, il lettore curioso è chiamato a decifrare alcuni indizi sparsi qua e là: 1) nel secondo capitolo il soldato dice «non ci sono più guerre a cui andiamo»; 2) nel sesto, la Garibaldina gli dice: «cinquant'anni fa avresti suonato la tromba sotto Calatafimi»; 3) nell'undicesimo la stessa dice: «disapprovo che si sia occupata la Tripolitania». Incrociando queste informazioni, e tenendo presente da un lato che il "cinquant'anni fa" è approssimativo e dall'altro che la guerra di Libia si svolge tra il 28 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912, si può correttamente ipotizzare che il romanzo debba svolgersi necessariamente o nel 1913 o nel 1914, cioè tra la guerra italiana con la Turchia per il possesso della Libia e lo scoppio della Prima guerra mondiale. Questa congettura al lettore può bastare, anche perché deve fare i conti con la confusissima memoria della Garibaldina, la quale, favoleggiando di aver indotto Garibaldi a ripetere l'impresa dei Mille per liberare Roma, colloca nel 1869 e in ordine cronologico invertito nientemeno che Mentana (1867), Aspromonte (1862) e Calatafimi (1860), come si legge nel capitolo XX. Qui però scopriamo che lei aveva vent'anni due anni dopo la guerra franco-prussiana (allorché seguì il quarantanovenne marito da Milano a Terranova, da lui scelta come sua personale Caprera), sicché il suo anno di nascita - che vuole sia dedotto dal soldato! - dev'essere il 1852.

È però nel penultimo capitolo del seguito incompiuto del romanzo che il mistero viene sciolto. In questi otto capitoli si racconta del viaggio in carrozza della Garibaldina da Terranova a Niscemi, dove la donna va in visita a casa dell'ottuagenario e morente barone Moncada. Qui la Garibaldina ascolta le conversazioni da dopopranzo di alcuni nobili sbracati e qualcuno a un certo punto allude a un fatto di cronaca riportato dai giornali: l'assassinio a Sarajevo dell'arciduca Francesco Ferdinando e della moglie Sofia, avvenuto il 18 giugno 1914. E poiché questo episodio del seguito è collocato "sei o sette giorni più tardi" rispetto ai fatti narrati nel romanzo, il gioco è fatto.

Si scopre così che La garibaldina si svolge nello stesso anno in cui il seienne Vittorini si trasferì a Terranova, allorché il padre ferroviere venne a prestarvi servizio. Si scopre, cioè, che il quarantaduenne Vittorini, nel suo piccolo capolavoro dimenticato, ha raccontato la Gela dei suoi ricordi d'infanzia (chiamata “Terranova” fino al 1927), facendone il simbolo di un mondo immobile e arcaico che la Grande Guerra stava per spazzare via per sempre (e alla Terranova degli anni 1914-1918 un giovanissimo Vittorini aveva dedicato un breve racconto evocativo, stilisticamente molto forbito, uscito su «Il Mattino» tra il 16 e il 17 novembre del 1928: Memorie autunnali. Tempo di guerra).

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