In tal senso, uno scrittore come Houellebecq, anch'egli nelle librerie con il suo Soumission in questi giorni convulsi, sembra al confronto un gigante per la sua capacità di leggere con lucida visionarietà le budella stesse della grande Storia, addirittura sprofondando per una tragica fatalità fino al collo dentro il suo lordume di merda e sangue.
«Das Leben der Erkenntnis ist das Leben, welches glücklich ist, der Not der Welt zum Trotz» (Ludwig Wittgenstein, Tagebucheintrag vom 13.8.16).
«E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (…): “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”» (Italo Calvino, chiusa di "Perché leggere i classici").
«Neque longiora mihi dari spatia vivendi volo, quam dum ero ad hanc quoque facultatem scribendi commentandique idoneus» (Aulo Gellio, "Noctes atticae", «Praefatio»).
«E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (…): “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”» (Italo Calvino, chiusa di "Perché leggere i classici").
«Neque longiora mihi dari spatia vivendi volo, quam dum ero ad hanc quoque facultatem scribendi commentandique idoneus» (Aulo Gellio, "Noctes atticae", «Praefatio»).
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martedì 13 gennaio 2015
TRE ROMANZI E LA STORIA
In tal senso, uno scrittore come Houellebecq, anch'egli nelle librerie con il suo Soumission in questi giorni convulsi, sembra al confronto un gigante per la sua capacità di leggere con lucida visionarietà le budella stesse della grande Storia, addirittura sprofondando per una tragica fatalità fino al collo dentro il suo lordume di merda e sangue.
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martedì 17 gennaio 2012
Una postfazione sulle vie del giallo siciliano
[La mia Postfazione a Daniela Privitera, Il giallo siciliano da Sciascia a Camilleri (tra letteratura e multimedialità), Kronomedia, Gela 2009]
Cosa accadde nel 1991, allorché un genio assoluto come Gesualdo Bufalino decise di compiere «un’escursione domenicale nei territori del giallo... dopo una pausa di felice ma fallita apartheid»? Accadde che venne fuori Qui pro quo, forse il più arguto giallo metalinguistco che sia mai stato scritto. Quello che dice nell’ultimo capitolo la voce narrante della segretaria-investigatrice vicaria sul suo romanzo giallo, anch’esso intitolato Qui pro quo, vale naturalmente anche per il romanzo di Bufalino, che dunque contiene in sé una sorta di storia apocrifa parallela della propria stessa composizione: «e giù i critici amici a lodarmi dell’eroismo di credere ancora in una lingua vetusta; e a discorrere di mise en abîme e come io giocassi, sull’esempio di quel quadro delle Meninas, fra arte, artifizio e realtà... Taluno citò persino, chissà perché, Karl Popper; un altro tirò in ballo i “frattali”, e io dovetti correre a ridere in pace da sola dentro la toilette...».
E davvero questo gioiello gioiosamente giocato sul piano del trucco e della burla è un fuoco d’artificio in cui la mise en abîme, il famoso quadro di Velázquez, Borges, Congetture e confutazioni e la ricorsività dei frattali concorrono tutti insieme a comporre un geniale labirinto di leggerezza molteplice, inconcludente e ironica.
Per avere solo un’idea dei vertiginosi giochi di rimandi di cui è intessuto il breve testo, si pensi solo che il protagonista, sicuramente vittima, forse assassino di se stesso e addirittura investigatore burlesco, si chiama Medardo Aquila. “Medardo”, come il visconte dimezzato di Calvino, perché, probabilmente, a un certo punto dichiara: «Io, per non essere solo, sono costretto a sdoppiarmi e a sopportare fra le mie due metà un’eterna guerra civile» (p. 26). “Aquila” perché morirà a causa di un busto in pietra di Eschilo cadutogli in testa, sicché, come si dice anche nel testo, possa compiersi la vendetta del sommo tragediografo, morto secondo la leggenda a causa di una tartaruga mollata da un’aquila in volo e piombatagli sul capo mentre passeggiava sulla riva del mare di Gela.
Giustamente, allora, Daniela Privitera dedica il dovuto spazio a questo testo di Bufalino nella sua agile e puntuale ricognizione delle forme del giallo siciliano da Sciascia a Camilleri, passando per Franco Enna, Silvana La Spina e Santo Piazzese. Guardiamo alcune date. Qui pro quo, che resterà un unicum nella produzione bufaliniana, esce nel 1991, quando Sciascia è morto da due anni e Camilleri, che ha già inventato la sua Vigàta da undici anni, è in procinto di inventare il commissario Montalbano (La forma dell’acqua sarebbe uscito nel 1994). Esso, dunque, costituisce uno spartiacque per così dire dialettico nella peculiare storia del giallo siciliano, se non altro nelle sue strade maestre, costituite dalle opere di Sciascia e Camilleri. Al modello sciasciano dell’impegno civile nell’Italia democristiana e dell’ostinata fedeltà etica nei confronti della ragione illuministica, Bufalino contrappone un divertissement centrato tutto sull’arguzia, sul disimpegno, sull’intertestualità e sull’ironia del gioco delle maschere che si fa beffe di ogni facile riduzione a un ordine razionale del caos tragico, ma poco serio, del mondo. In tal senso, come nota giustamente Daniela Privitera, egli recupera la lezione scettica del Dürrenmatt de La promessa e del Gadda del Pasticciaccio, che del romanzo giallo hanno voluto intonare esplicitamente il requiem per la sua intrinseca insensatezza, visto che presume di imporre un ordine di senso esplicativo a una realtà insensata e caotica.
Quale strada intraprendere, allora? Occorreva davvero arrendersi e tornare a dare ragione a Calvino, laddove questi si mostrava perplesso sulla possibilità stessa di una via siciliana al giallo? La svolta di Camilleri, che opera una sorta di sintesi dialettica sugli opposti modelli di Sciascia e Bufalino, è resa possibile, tra l’altro, dalle stesse tortuosità tragicomiche e imprevedibili della storia, che esigono sia una nuova modalità di impegno civile (nel segno di Sciascia) sia uno sguardo disincantato e divertito (nel segno di Bufalino). Per una felice coincidenza, il 1994 è l’anno tanto dell’entrata in scena del commissario Montalbano quanto della famigerata “discesa in campo” di Silvio Berlusconi. Da quel momento l’Italia entra in un’epoca dalla quale non è ancora uscita, e rileggere oggi le prime righe del risvolto di copertina de La forma dell’acqua dà la misura del fatto che la stagione camilleriana costituisce una sorta di controcanto critico e beffardo rispetto all’età berlusconiana: «Il primo omicidio letterario in terra di mafia della seconda repubblica – un omicidio eccellente seguito da un altro, secondo il decorso cui hanno abituato le cronache della criminalità organizzata – ha la forma dell’acqua (...). Prende la forma del recipiente che lo contiene».
E davvero l’opera di Camilleri – che negli ultimi quindici anni, in termini di successo, ha assunto nella letteratura italiana di matrice siciliana il peso di un “carico da undici”, come ha sostenuto giustamente Gianni Bonina – ha preso la forma del recipiente storico-sociale che la contiene. È liquida, cioè a metà strada tra la pesantezza solida di quella sdegnata di Sciascia, con il suo impegno civile di coscienza critica “comunista” nell’Italietta della destra clericale e populista al potere, e la leggerezza aeriforme di quella beffarda di Bufalino, con le sue concessioni divertite al gioco dell’intertestualità.
E davvero l’opera di Camilleri – che negli ultimi quindici anni, in termini di successo, ha assunto nella letteratura italiana di matrice siciliana il peso di un “carico da undici”, come ha sostenuto giustamente Gianni Bonina – ha preso la forma del recipiente storico-sociale che la contiene. È liquida, cioè a metà strada tra la pesantezza solida di quella sdegnata di Sciascia, con il suo impegno civile di coscienza critica “comunista” nell’Italietta della destra clericale e populista al potere, e la leggerezza aeriforme di quella beffarda di Bufalino, con le sue concessioni divertite al gioco dell’intertestualità.
lunedì 16 gennaio 2012
Attualità de "I vecchi e i giovani" di Pirandello
Nell’ambito della vastissima produzione pirandelliana, giustamente celebrata pressoché per intero, c’è un’opera che ha sofferto di un pregiudizio critico che la vede come fuori posto, una sorta di omaggio anacronistico a un genere, il romanzo storico, di cui un romanzo come Il fu Mattia Pascal, insieme ad altri di altri autori, aveva all’inizio del XX secolo decretato la morte. Si tratta de I vecchi e i giovani, il romanzo più vasto di Pirandello, uscito in parte e a puntate nel 1909, in volume nel 1913 e in versione rivista e definitiva nel 1931. Eppure, curiosa nemesi storica, riletto oggi, questo romanzo è in grado di prendersi una grande rivincita, perché può ancora parlarci e mostrare la sua terribile attualità. Esattamente come ha parlato intorno al 1960 a Leonardo Sciascia (si veda Pirandello e la Sicilia, III, 3) e negli anni Novanta ad Andrea Camilleri (si veda La concessione del telefono a cominciare dall'epigrafe).
In un’epoca in cui la corruzione politica è ormai percepita come inevitabile; in cui il sistema bancario e finanziario si rivela come il burattinaio di politici compiacenti messi lì per difendere gli interessi di una casta autoreferenziale, spesso con meccanismi che contemplano anche i favori sessuali e l’uso delle donne come merce di scambio; in cui la contesa elettorale è ormai quasi solo compravendita di voti attraverso alleanze tra famiglie e gruppi di potere che usano i partiti come contenitori vuoti e i loro simboli come etichette commerciali; in cui i moti di protesta sono anestetizzati con false rappresentazioni mediatiche della realtà o repressi con l’intervento di forze dell’ordine in assetto anti-sommossa; in cui le celebrazioni per i 150 anni dall’Unità si intrecciano con una messa in discussione del meccanismo stesso, spesso viziato dal machiavellismo politico di pochi, del processo che ha portato all’unificazione dell’Italia; in un’epoca come la nostra, dunque, ha davvero ancora parecchie cose da dirci il romanzo che racconta gli anni 1892-1894 in Sicilia e a Roma, con l’esplosione della protesta sociale guidata da Fasci siciliani dei lavoratori, poi soffocata nel sangue dall’ex garibaldino Crispi con la complicità dei preti; con lo scandalo della Banca Romana (spesso artatamente amplificato dalla stampa) che inizialmente travolse Giolitti e Crispi e che successivamente venne insabbiato in sede giudiziaria con occultamenti di documenti compromettenti (siamo a un secolo esatto da Mani pulite); con le carriere politiche di uomini di pezza create attraverso scambi sessuali (il mediocre e viscido Ignazio Capolino ottiene un seggio in Parlamento con il partito clericale in cambio della tacita accettazione della relazione tra la sua giovane moglie Nicoletta Spoto e il suo padrone e padrino elettorale Flaminio Salvo); con i politici ex garibaldini divenuti da vecchi corrotti e collusi con le forze più rapaci, oscurantiste e conservatrici per semplici esigenze di casta, nonché con la discesa in campo della mafia, della massoneria e della chiesa per garantire l’immobilismo e il privilegio di pochi e limitare i danni della protesta sociale degli ultimi, i contadini e i “solfaraj”, tenuti ancora come servi della gleba in una società in cui il nuovo sistema industriale si è innestato su quello feudale.
Qui di seguito propongo un piccolo campione di passi rappresentativi (i numeri tra parentesi indicano nell’ordine la parte, il capitolo e la pagina dell’edizione del romanzo nei Meridiani Mondadori):
Discorso indiretto di Caterina Laurentano al figlio Roberto Auriti, che ha accettato la candidatura al Parlamento:
E qual rovinìo era sopravvenuto in Sicilia di tutte le illusioni, di tutta la fervida fede, con cui s'era accesa alla rivolta! Povera isola, trattata come terra di conquista! Poveri isolani, trattati come barbari che bisognava incivilire! Ed eran calati i Continentali a incivilirli: calate le soldatesche nuove, quella colonna infame comandata da un rinnegato, l'ungherese colonnello Eberhardt, venuto per la prima volta in Sicilia con Garibaldi e poi tra i fucilatori di Lui ad Aspromonte, e quell'altro tenentino savojardo Dupuy, l'incendiatore; calati tutti gli scarti della burocrazia; e liti e duelli e scene selvagge; e la prefettura del Medici, e i tribunali militari, e i furti, gli assassinii, le grassazioni, orditi ed eseguiti dalla nuova polizia in nome del Real Governo; e falsificazioni e sottrazioni di documenti e processi politici ignominiosi: tutto il primo governo della Destra parlamentare! E poi era venuta la Sinistra al potere, e aveva cominciato anch'essa con provvedimenti eccezionali per la Sicilia; e usurpazioni e truffe e concussioni e favori scandalosi e scandaloso sperpero del denaro pubblico; prefetti, delegati, magistrati messi a servizio dei deputati ministeriali, e clientele spudorate e brogli elettorali; spese pazze, cortigianerie degradanti; l'oppressione dei vinti e dei lavoratori, assistita e protetta dalla legge, e assicurata l'impunità agli oppressori... (I, III, M 85-86)
Il tedio spirituale instillato dalla religione nella società civile:
Chi poteva curarsi, in tale animo, delle elezioni politiche imminenti? E poi, perché? Nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, né mai l'aveva avuta. La corruzione era sopportata come un male cronico, irrimediabile; e considerato ingenuo o matto, impostore o ambizioso, chiunque si levasse a gridarle contro. In quei giorni, più che delle imminenti elezioni politiche, gli sfaccendati parlavano del duello del candidato Ignazio Capolino con Guido Verònica. (I, VI, M 164)
Il cav. Cao, segretario del Ministro Francesco D’Atri, riflette sulla situazione a Roma allo scoppio dello scandalo della Banca romana, al punto che si mette in discussione anche la Rivoluzione:
Ma sì, ma sì: dai cieli d'Italia, in quei giorni, pioveva fango, ecco, e a palle di fango si giocava; e il fango s'appiastrava da per tutto, su le facce pallide e violente degli assaliti e degli assalitori, su le medaglie già guadagnate su i campi di battaglia (che avrebbero dovuto, almeno queste, perdio! esser sacre) e su le croci e le commende e su le marsine gallonate e su le insegne dei pubblici uffici e delle redazioni dei giornali. Diluviava il fango; e pareva che tutte le cloache della Città si fossero scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma dovesse affogare in quella torbida fetida alluvione di melma, su cui svolazzavano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia. (…) il cav. Cao vedeva in quei giorni ogni piazza diventare una gogna; esecutore, ogni giornalajo cretoso, che brandiva come un'arma il sudicio foglio sfognato dalle officine del ricatto, e vomitava oscenamente le più laide accuse. (…) Certo, lo sdegno del paese nel veder così bruttati di fango alcuni uomini pubblici che nei begli anni dell'eroico riscatto avevano prestato il braccio alla patria, si rivoltava acerrimo, adesso, anche contro la gloria della Rivoluzione, scopriva fango pur lì; e il cav. Cao si sentiva propriamente sanguinare il cuore. Era la bancarotta del patriottismo, perdio! E fremeva sotto certi nembi d'ingiurie che s'avventavano in quei giorni da tutta Italia contro Roma, rappresentata come una putrida carogna. In un giornale di Napoli aveva letto che tutte le forze s'erano infiacchite al contatto del Cadavere immane; sbolliti gli entusiasmi; e tutte le virtù corrotte. Meglio, meglio quand'essa viveva d'indulgenze e di giubilei, affittando camere ai pellegrini, vendendo corone e immagini benedette ai divoti! (…) Gli pareva che tutti si sentissero spiati, scrutati; che alcuni ridessero per ostentazione, e altri, costernati del colore del loro volto, fingessero di sprofondarsi con tutto il capo in letture assorbenti. Per certuni, non ostante il freddo della stagione, i caloriferi erano mal regolati: troppo caldo! troppo caldo! Chi sa in quante coscienze era il terrore che da un momento all'altro gli occhi d'un giudice istruttore penetrassero in esse a indagare, a frugare, armati di crudelissime lenti. (II, I, M 273-275)
Riflessioni del deluso e smanioso Lando Lauretano sui limiti storici del processo unitario:
Soffocati dalle così dette ragioni di Stato gl'impeti più generosi, la nazione era stata messa su per accomodamenti e compromissioni, per incidenze e coincidenze. Un solo fuoco, una sola fiamma avrebbe dovuto correre da un capo all'altro d'Italia per fondere e saldare le varie membra di essa in un sol corpo vivo. La fusione era mancata per colpa di coloro che avevano stimato pericolosa la fiamma e più adatto il freddo lume dei loro intelletti accorti e calcolatori. Ma, se la fiamma s'era lasciata soffocare, non era pur segno che non aveva in sé quella forza e quel calore che avrebbe dovuto avere? Che nembo di fuoco allegro e violento dalla Sicilia su su fino a Napoli! Ancora da laggiù, più tardi, la fiamma s'era spiccata per arrivare fino a Roma... Dovunque era stata costretta ad arrestarsi, ad Aspromonte o su le balze del Trentino, era rimasto un vuoto sordo, una smembratura. Non poteva l'Italia farsi in altro modo? Segno che non erano ancora ben maturi gli eventi, o che eran mancati in alcuni l'energia e l'ardire per secondarli. Troppi calcoli e riflessioni ombrose e tentennamenti e scrupoli e ritegni e soggezioni avevano mortificato la creazione della patria. (II, II, M 309-310)
La retorica socialista sulla Sicilia del membro del Fascio siciliano Cataldo Sclàfani, nella riunione a casa di Lando Laurentano:
Cataldo Sclàfani, tarchiato, con gli occhi un po’ strabi e un barbone che pareva un fascio di pruni, parlava nell’altro crocchio, profeticamente ispirato; diceva con sorridente commozione che là dove prima era spuntata l’alba dell’unità della patria, era fatale spuntasse ora quella più rossa e più fulgida della rivendicazione degli oppressi. (II, II, M 330)
La moderazione del deputato repubblicano Spiridione Covazza, nella riunione a casa di Lando Laurentano:
- Non mi costringete, signori, per falsi riguardi al vostro malinteso amor proprio, non mi costringete ad attenuare d'un punto la verità, con concessioni che farebbero a me e a voi stessi vergogna, e che potrebbero essere perniciose in questo momento! Quanti tra voi conoscono veramente Marx? Quattro, cinque, non piú! Siate franchi! Tutti gli altri non hanno coscienza vera di quel che si vuole: sì, sì, proprio così! né dei mezzi congrui per conseguirlo, infatuati d'un socialismo sentimentale, che s'inghirlanda delle magiche promesse di giustizia e d'uguaglianza. Ma sapete voi che cosa vuol dire giustizia per i contadini e i solfaraj siciliani? Vuol dire violenza! sangue, vuol dire! vuol dire strage! Perché alla giustizia legale, alla giustizia fondata sul diritto e sulla ragione essi non hanno mai creduto, vedendola sempre a loro danno conculcata! Li conosco io, molto meglio di voi, i contadini e i solfaraj siciliani... sì, sì, purtroppo, molto meglio di voi! Voi vi illudete! Voi dite loro collettivismo? ed essi traducono: divisione delle terre, tanto io e tanto tu! Dite loro abolizione del salario? ed essi traducono: padroni tutti, fuori le borse contiamo il denaro, e tanto io tanto tu. (…) Quanti, sbollito il primo entusiasmo, restano effettivamente nei vostri Fasci? Basta ad allontanare il maggior numero la prima richiesta della misera quota settimanale! E quanti Fasci, sorti oggi, non si sciolgono domani? (…) So che voi oggi qua volete stabilire se si debba, o no, secondare la tendenza delle moltitudini a un'azione immediata. So che parecchi tra voi sono contrarii, e io li stimo saggi e li approvo. Un movimento serio come voi l'intendete, non è possibile ancora in Sicilia! (II. II, M 335-336)
La replica “generazionale” di Cataldo Sclàfani:
Vergognatevi delle vostre accuse! Siamo qua oggi, a Roma, di fronte, due generazioni. Guardate allo spettacolo che dànno i vecchi, e guardate a noi giovani! Domani da qui il Governo, che protegge tutti coloro che dell’amor di patria affagottato e tolto in braccio si fecero scudo per tanti anni ai sassi del popolo censore, manderà in Sicilia l’esercito e l’armata per soffocare con la violenza questo gran palpito di vita nuova che noi giovani vi abbiamo destato! (II, II, M 338)
L’onorevole clericale Ignazio Capolino all’ingegner Aurelio Costa sulla natura di Flaminio Salvo e della politica:
lei pratica con Flaminio da tanti anni, e ancora non s'è accorto che Flaminio non è soltanto uomo d'affari, ma anche uomo politico. Ora la politica, sa? bisogna viverci un po' in mezzo; la politica, signor mio, che cos'è in gran parte? giuoco di promesse, via! (II, III, M 360)
Il vecchio garibaldino Mauro Mortara chiede al giovane socialista rivoluzionario Lando Laurentano che gioventù è mai quella che disconosce i valori risorgimentali della patria (incarnati dal cugino Roberto Auriti, il dodicenne dei Mille ora arrestato per aver fatto da prestanome all’on. Corrado Selmi e non aiutato economicamente da Lando) in nome di ripicche personali (il Selmi era l’amante della donna da lui amata, la cugina Giannetta Montalto, moglie del Ministro D’Atri), e Lando pensa alla risposta senza proferirla, per non turbare il vecchio:
La gioventù? Che poteva la gioventù, se l'avara paurosa prepotente gelosia dei vecchi la schiacciava così, col peso della più vile prudenza e di tante umiliazioni e vergogne? Se toccava a lei l'espiazione rabbiosa, nel silenzio, di tutti gli errori e le transazioni indegne, la macerazione d'ogni orgoglio e lo spettacolo di tante brutture? Ecco come l'opera dei vecchi qua, ora, nel bel mezzo d'Italia, a Roma, sprofondava in una cloaca; mentre su, nel settentrione, s'irretiva in una coalizione spudorata di loschi interessi; e giù, nella bassa Italia, nelle isole, vaneggiava apposta sospesa, perché vi durassero l'inerzia, la miseria e l'ignoranza e ne venisse al Parlamento il branco dei deputati a formar le maggioranze anonime e supine! Soltanto, in Sicilia forse, or ora, la gioventù sacrificata potrebbe dare un crollo a questa oltracotante oppressione dei vecchi, e prendersi finalmente uno sfogo, e affermarsi vittoriosa! (II, V, M 423)
La conclusione filosofica di Cosmo Laurentano, che vede la realtà storica, per quanto drammatica, come una “minchioneria” illusoria, senza senso né scopo, destinata a svanire presto sostituita da un’altra illusione:
Una sola cosa è triste, cari miei: aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione, deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati, e deridendoci anche, come avviene a me, del non averci saputo illudere, poiché fuori di queste illusioni non c'è più altra realtà... E dunque, non vi lagnate! Affannatevi e tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude. Se non conclude, è segno che non deve concludere, e che è vano dunque cercare una conclusione. Bisogna vivere, cioè illudersi; lasciar giocare in noi il demoniaccio beffardo finché non si sarà stancato; e pensare che tutto questo passerà... passerà... (II, VIII, M 509-510)
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Per una memetica della cultura clerico-mafiosa. Rilettura di Camilleri attraverso Dennett e Dawkins
[Testo della mia conferenza al "Caffè filosofico" organizzato dagli studenti di filosofia dell'Università di Catania (4-5-09)]
In questa relazione, ricavata dall’ultimo capitolo del mio libro Andrea Camilleri. Ritratto dello scrittore, Editing Edizioni, Treviso, novembre 2008, ripercorrerò il modo in cui Camilleri affronta il tema del rapporto tra mafia e religione in testi come La bolla di componenda (Sellerio 1993) e Voi non sapete (Mondadori 2007). Attraverso un riferimento a un articolo di Sciascia, che a sua volta cita Borges, cercherò poi di allargare il discorso fino a toccare due luoghi celebri del Don Chisciotte e dei Promessi sposi, difendendo la tesi – non certo nuova, ma oggi quasi dimenticata nell’assordante clericalismo mediatico in cui siamo immersi grazie anche a una classe politica quasi unanimamente allineata con il Vaticano – di un nesso storico, culturale e cognitivo tra la mentalità mafiosa e quella di un certo cattolicesimo. In particolare, mi interessa capire il modo in cui un certo cattolicesimo ha plasmato le menti rendendole abilissime nell’innescare dei pericolosi meccanismi di autoassoluzione. Camilleri, specialmente nei due testi summenzionati, è molto stimolante sotto questo aspetto. Ma il problema mi intriga anche dal punto di vista dei miei interessi di filosofia della mente, e soprattutto di quel settore che indaga le unità di replicazione e di trasmissione della cultura, cioè i cosiddetti “memi” di Dawkins, così introdotti nel famoso cap. 11 de Il gene egoista: «Io credo che un nuovo tipo di replicatore sia emerso di recente proprio su questo pianeta. Ce l’abbiamo davanti, ancora nella sua infanzia, ancora goffamente alla deriva nel suo brodo primordiale ma già soggetto a mutamenti evolutivi a un ritmo tale da lasciare il vecchio gene indietro senza fiato. Il nuovo brodo è quello della cultura umana. Ora dobbiamo dare un nome al nuovo replicatore, un nome che dia l’idea di un’unità di trasmissione culturale o un’unità di imitazione. “Mimeme” deriva da una radice greca che sarebbe adatta, ma io preferisco un bisillabo dal suono affine a “gene”: spero perciò che i miei amici classicisti mi perdoneranno se abbrevio mimeme in meme. Se li può consolare, lo si potrebbe considerare correlato a “memoria” o alla parola francese même» (1976, 1989, tr. it. Mondadori 1992, rist. 2006, p. 201).
La memetica è oggi un vero e proprio programma di ricerca, ancorché ancora in fasce, nell’ambito del più generale approccio evoluzionistico ai fenomeni culturali, e il riferimento apparentemente occasionale a Dennett e a Dawkins nel mio libro su Camilleri vuole suggerire al lettore filosoficamente avvertito la possibilità di un’applicazione della memetica alle condizioni storico-cognitive che hanno reso e rendono tuttora possibile una contiguità tra cultura mafiosa e cultura clericale.
Per dare subito un’idea di come si configuri un approccio memetico alla filosofia della mente, citerò un passo tratto da Coscienza di Dennett (1991, tr. it. Rizzoli 1993, rist. Laterza 2009, p. 233), che tra l’altro coincide con quello messo in epigrafe da Dawkins nel suo importante saggio del 1993 “Virus della mente”, originariamente scritto per il volume curato da B. Dahlbom Dennett and His Critics: Demystifying Mind e poi incluso ne Il cappellano del Diavolo (2003, tr. it. Raffaello Cortina 2004, p. 172): «Il paradiso che tutti i memi cercano di raggiungere è la mente umana, ma la mente umana è essa stessa un artefatto creato quando i memi ristrutturano un cervello umano per renderlo un habitat a loro più confacente. Le vie di ingresso e di uscita sono modificate per adattarsi alle situazioni locali e sono rafforzate da vari congegni artificiali che potenziano la fedeltà e la prolissità di replicazione: una mente di madrelingua cinese differisce fortemente da una di madrelingua francese, come una mente alfabetizzata differisce da una analfabeta. I memi contraccambiano gli organismi in cui risiedono con un’incalcolabile quantità di vantaggi – e qualche cavallo di Troia gettato lì per precauzione» (nel § 12.1 de L’idea pericolosa di Darwin, 1995, intitolato “Lo zio della scimmia incontra il meme”, la persona stessa è addirittura definita da Dennett come «l’entità di tipo radicalmente nuovo creata quando un genere particolare di animale è corredato nella maniera opportuna – o infestato – da memi», tr. it. Boringhieri 1997 & 2004, p. 431). In accordo con questa nozione dennettiana di mente come struttura costituita da memi e in accordo con la nozione di “virus della mente” sviluppata da Dawkins nel saggio omonimo citato, sosterrò qui che i memi della mentalità mafiosa hanno trovato nelle menti strutturate dai memi della cultura cattolica una sorta di habitat ideale per replicarsi e diffondersi, costituendo insieme quel “memeplesso” virale (dal punto di vista dei memeplessi normali di una civiltà del diritto largamente condivisa nell’Occidente contemporaneo) che dal XIX secolo ad oggi costituisce quella che qui e nel libro chiamo “cultura clerico-mafiosa”.
È bene precisare subito che qui userò il termine “religione” per indicare in particolare la pratica sociale, ritualista e supersiziosa, e l’impalcatura culturale oscurantista sostenuta e indotta da un certo clero, soprattutto siciliano. Una sua definizione sintetica in relazione a un altro tipo di clero la si trova in un pezzo de La corda pazza di Sciascia intitolato “Una rosa per Matteo Lo Vecchio”. Sciascia osserva che nella fase della controversia liparitana svoltasi durante la breve gestione del Regno di Sicilia da parte dei Savoia (1713-1718), si sviluppò in Sicilia un effimero «clero che credeva in Dio e propugnava il diritto dello Stato contro la temporalità della Chiesa», grazie anche a influenze gianseniste e a contatti più stretti con una cultura francese già attraversata da sprazzi di illuminismo. Questo clero, che ancora oggi esiste e che qui verrà ignorato, si pose in aperto contrasto con «il vecchio clero isolano sostanzialmente ateo, avido di benefici, intento a scrutare e ad avallare prodigi e superstizioni».
Quest'ultimo, potentissimo, intrinsecamente mafioso e onnipresente nel tessuto sociale della Sicilia anche dopo l’Unità, era già definito «ignorante, corrotto e insaziabile» dal professor Giuseppe Stocchi nella seconda delle quattordici lettere del 1874 di cui si dà conto ne La bolla di componenda; ed è quello che in genere rappresenta Camilleri attraverso molte delle sue figure di religiosi.
Camilleri muove dalla voce “Componenda” del Dizionario storico della mafia di Gino Pellotta (1977), la quale recita: «Forma di compromesso, transazione, accordo fra amici. Veniva stipulata tra il capitano della polizia a cavallo e i malviventi o i loro complici in una data età storica della Sicilia. Grazie alla componenda, il danneggiato poteva rientrare in possesso di una parte di ciò che gli era stato sottratto; in cambio ritirava ogni denuncia. Tutto veniva dimenticato, magari in cambio di cortesie formali, di dichiarazioni di rispetto. In tal modo l’ufficiale di polizia sistemava le cose, creando una prassi, una forma di giustizia al di fuori delle leggi ufficiali. Si formava, anche per questa via, una legge, una legalità diversa, e anche questi elementi, seppure marginali, tornano nel discorso generale di ciò che può essere la mentalità mafiosa. E d’altronde chi può sostenere che sia del tutto scomparsa? Piuttosto è da pensare che al posto dell’ufficiale di polizia possa intervenire la mafia, in un ruolo di mediazione, di giustizia mafiosa. In tal caso, il padrino, oppure il boss, decide: si restituisca in parte o si restituisca tutto» (p. 33).
Quando in Sicilia si sparse la voce dell’imminente arrivo della Commissione parlamentare d’inchiesta, molti cittadini ed enti di varia natura produssero lettere (in genere anonime), articoli e documenti ufficiali nell’intento di collaborare o semplicemente di denunciare problemi relativi al lavoro della stessa. Tra questi, Camilleri si sofferma sui quattordici articoli pubblicati su «La Gazzetta d’Italia» tra l’agosto e il settembre 1874 da tale Giuseppe Stocchi, preside del Regio Ginnasio “Ciullo” di Alcamo. L’occasione di questi articoli venne offerta da un dibattito ospitato dal giornale sui provvedimenti amministrativi da prendere per risolvere i problemi di ordine pubblico e di costume morale della Sicilia. Stocchi rilevava che per rimuovere lo stato di pervertimento morale in cui versava la società civile siciliana occorreva andare alle radici, cioè alle “cagioni” profonde del malessere, e non limitarsi a misure amministrative superficiali come la scelta dei funzionari, la provenienza dei magistrati, una nuova regolamentazione della milizia a cavallo, ecc. Stocchi, quindi, spostava l’attenzione dal piano amministrativo a quello socio-politico e culturale e soprattutto nel secondo articolo, intitolato “La questione sociale – Elemento religioso”, svolgeva delle considerazioni acutissime che hanno attratto l’attenzione di Camilleri, anche perché tra le “cagioni” del pervertimento morale dei siciliani il professore includeva la bolla di componenda, sulla quale si mostra informatissimo: «La natura del siciliano è intrinsecamente non religiosa, ma superstiziosa. Tale disposizione naturale è poi fomentata dall’interesse; prima perché in quella specie di fatalismo, che è inseparabile da qualunque religione positiva, egli trova una scusa e quasi una sua giustificazione alla sua ritrosia al lavoro e al darsi attorno; poi perché le turpi condiscendenze e larghezze di un sacerdozio ignorante, corrotto e insaziabile, gli addormentano la voce e i rimorsi della coscienza, prodigandogli assoluzioni e benedizioni per qualunque colpa o delitto, e lo incoraggiano ai vizi e ai misfatti a cui è tanto proclive. Qui è la prima radice di ogni male. I facinorosi più famigerati cominciano sempre col furto e con la componenda. Ora il furto e la componenda sono non solo tollerati e perdonati, ma autorizzati e incoraggiati dal cattolicismo come lo intende e lo pratica il sacerdozio e il laicato siciliano. E difatti sapete voi di dove viene il nome stesso di componenda? Viene dalla bolla di componenda (tale è il suo titolo ufficiale e popolare insieme) che ogni anno si pubblica e si diffonde larghissimamente per espresso mandato dei vescovi, in tutte le borgate e le città della Sicilia» (pp. 84-85). Stocchi passa poi a specificare il prezzo di ciascuna bolla (1,13 lire) e il corrispondente valore (32,80 lire) della refurtiva che essa permette di trattenere con tranquilla coscienza, nonché il tetto massimo di roba o denaro rubati (1.640,50 lire) che può essere composto a suon di bolle. Ma se le cose stanno così, osserva Stocchi, la Chiesa, con la sua enorme influenza soprattutto sulle donne e sui bambini e con questa sua partecipazione agli utili della criminalità, costituisce un cancro etico e culturale che imprigiona i siciliani «come tra le spire del boa» in un incantesimo cognitivo e pratico moralmente perverso: «Ora che cos’è il prezzo della bolla di componenda? Al tempo stesso che una tassa in favore del clero sul delitto, è una partecipazione al furto e un furto esso stesso. E il volgo, sottilissimo ragionatore e logico impareggiabile, nei suoi interessi e nei suoi vizi, ne conclude (e sfido se può essere diversamente) che se partecipa ai furti e ruba il prete, a più forte ragione può rubare lui, e che perciò il rubare non è peccato. E quando il siciliano ignorante si è persuaso che una cosa non è peccato, di tutto il resto non teme e non si cura, soccorrendogli mille mezzi e infinite vie a non cadere o a sfuggire alle sanzioni della giustizia umana. Gli basta essere certo (stolta ma esiziale certezza) che non andrà all’inferno; e da questa unica paura lo guarentisce l’esempio e l’assoluzione del prete. E la bolla di componenda che cosa è essa? È, né più né meno, un ricatto» (p. 87).
La conclusione di Camilleri ribadisce la nettissima differenza che sussiste tra le relativamente innocue bolle dei luoghi santi e la bolla di componenda, uno strumento attraverso cui la Chiesa si confonde con un’associazione per delinquere di stampo mafioso, peraltro detentrice della stessa sovrastruttura ideologica che fornisce alla mafia le condizioni di possibilità per la sua esistenza e per il suo radicamento nella struttura mentale dei siciliani devoti: «Non c’è modo alcuno di nobilitare (mi si passi il verbo) la bolla paragonandola a una qualsiasi bolla d’indulgenza, anche la più degenerata. La bolla di componenda è un puro e semplice, ma torno a ripetere devastante, pactum sceleris: solo che uno dei contraenti è la più alta autorità spirituale, la Chiesa, qui certamente non mater ma cattiva magistra» (p. 97).
Ho davanti a me 72 tra lettere e biglietti che sempre una stessa persona invia o in risposta a lettere di altri (che però qui non prendo in considerazione) o per dare suggerimenti, consigli, pareri sulla conduzione di grandi e molteplici affari.
Coprono un arco di tempo che va dal 2001 al 2004.
La particolarità che appare subito evidente, a leggere in fila lettere e biglietti, consiste nel fatto che lo scrivente è una persona profondamente religiosa e animata da alti e severi principi morali.
Ogni lettera, ogni biglietto per quanto breve possa essere, termina sempre con la stessa formula:
“Vi benedica il Signore e vi protegga”.
Identico è sempre l’incipit:
“Con l’augurio che la presente vi trovi tutti in ottima salute. Come, grazie a Dio, al momento posso dire di me”.
Insomma, tutte le missive si aprono e si chiudono col nome di Dio.
All’interno di esse torna per 43 volte l’espressione: “Con il volere di Dio”.
Anche “la Divina Provvidenza” viene a essere citata in più occasioni:
“Ci dobbiamo accontentare della Divina Provvidenza del mezzo che ci permette”.
Le festività religiose sono ricordate puntualmente e con insistenza:
“Ditemi se andiamo incontro a un Santo Natale”.
Oppure:
“A tutti vi auguro di passare Una Buona Felicissima Serena Santa Pasqua”, oppure:
“In ricorrenza della Santa Pasqua per quello che il nostro Buon Dio ci permette di passare, di cuore vi auguro che potete passare UNA BUONA FELICISSIMA SERENA SANTA PASQUA uniti ai propri cari”.
Così comincia la Lectio Doctoralis su "La religiosità di Provenzano" tenuta da Camilleri il 3 maggio 2007 a L’Aquila in occasione del conferimento della Laurea Specialistica Honoris Causa in Psicologia Applicata, Clinica e della Salute (indirizzo Psicologia Applicata all’Analisi Criminale). Il rapporto di questo testo con Voi non sapete. Gli amici, i nemici, la mafia, il mondo nei pizzini di Bernardo Provenzano, l’alfabeto mafioso in sessanta voci uscito presso Mondadori nell’ottobre dello stesso anno, consiste nel fatto che la Lectio si potrebbe definire una sintesi a tema (quello della religiosità dei mafiosi, appunto) di Voi non sapete, di cui utilizza, oltre a “Religiosità”, anche altre voci, tra cui soprattutto “Ammazzare”, “Giustizia”, “Preti” e “Croce”.
La “bolla di componenda” e i pizzini di Provenzano, nell’analisi di Camilleri, sono documenti inversi, nel senso che stanno tra di loro come il diritto e il rovescio di un tappeto, lo sviluppo e il negativo di una medesima foto, e perciò stesso intimamente legati tra loro da una sorprendente simmetria. La bolla era un documento prodotto dalle alte gerarchie del clero che, con quel prendere parte in maniera parassitaria e ricattatoria al fatturato della criminalità, incorporava uno spirito tipicamente mafioso; i pizzini, invece, erano documenti prodotti da un capomafia che, con quelle invocazioni petulanti al pantheon cattolico, incorporano uno spirito tipico della devozione popolare. Com’è possibile che si sia creata una convergenza così plateale tra le forze del male e i custodi del messaggio evangelico, tra il diavolo e l’acqua santa? È il diavolo che è davvero e per natura un portatore di luce o è l’acqua santa che è avvelenata già nel pozzo?
La pista per trovare una risposta a questi interrogativi si trova in un paio di pagine minori e geniali, una dell’ultimo Sciascia e una del primo Borges.
All’epoca del maxi-processo alla mafia, Sciascia intervenne con una nota mirabile su “L’Espresso” del 16 marzo 1986, poi inclusa in A futura memoria (1989). È un breve articolo in cui si dice qualcosa di profondo sui siciliani intrisi di cattolicesimo partendo da suggestioni puramente letterarie. Eccolo quasi per intero:
Manzoni lesse in spagnolo il Don Chisciotte; e quando si imbatteva in parole o espressioni ancor vive nel dialetto milanese, diligentemente le annotava. Ne fece poi un elenco, che diede a degli amici: e da loro ci è stato conservato. Nell’elenco è la parola “mafia”, non registrata dai dizionari della lingua spagnola e finora per me introvabile nel Don Chisciotte. L’ho cercata, nell’edizione Aguilar delle opere di Cervantes, in tutti i luoghi in cui pensavo potesse trovarsi; ho chiesto soccorso agli amici che molto meglio di me conoscono lo spagnolo e Cervantes. Inutilmente. Non mi resta che rileggere, dopo circa trent’anni, il libro dal principio alla fine; e prevedo con fatica, se il diletto di rileggerlo sarà insidiato e guastato dalla caccia a quella sola parola.
Mi interessa ritrovarla, quella parola, non solo per liberarmi da un’ossessione, piccola quanto si vuole ma ossessione, ma anche per trovarvi rispondenza a un passo di Borges che mi è, per cosi dire, saltato agli occhi trovandolo isolato nel Borges A/Z recentemente pubblicato da Ricci: una specie di dizionario borgesiano curato da Gianni Guadalupi. Alla voce “argentino”, che Guadalupi trae dall’Evaristo Carriego, Borges dice di aver sempre pensato che l’Argentina fosse irrimediabilmente diversa dalla Spagna; ma ad un certo punto due righe del Don Chisciotte sono bastate a convincerlo di essere in errore. Le due righe sono queste: “… che nell’aldilà ciascuno se la veda col proprio peccato”, ma in questo mondo “non è bene che uomini d’onore si facciano giudici di altri uomini dai quali non hanno avuto alcun danno”.
Credevo anch’io, come Borges, che nella mafia, nel “sentire mafioso”, nell’indifferenza della maggior parte dei siciliani di fronte alla mafia, non ci fosse nulla di spagnolo: ma questo passo di Borges, con dentro le due righe di Cervantes, mi ha convinto che sbagliavo. E poi la parola, la finora introvata parola registrata dal Manzoni. Voglio dire: quel che oggi, mentre si celebra il grande processo contro la mafia, i non siciliani colgono di sgradevole e di condannabile nei siciliani, ha questa antica radice: il non voler giudicare uomini da cui credono di non aver ricevuto alcun danno.
Non tutti i siciliani, si capisce: poiché la cultura - quella vera - in tanti è riuscita a rimuovere questo sentimento e atteggiamento.
Per inciso, potendo oggi disporre di strumenti di ricerca più rapidi e affidabili degli occhi, anch’io ho fatto un tentativo servendomi di un motore di ricerca e di una versione digitale del Don Chisciotte in lingua originale. Niente da fare, la parola “mafia” e le sue possibili varianti grafiche non vi compaiono e, a quanto mi risulta, dove l’abbia presa Manzoni rimane un mistero. Un lavoro più fruttuoso consiste invece nell’andare a verificare direttamente i riferimenti di Sciascia all’Evaristo Carriego e al Don Chisciotte, perché si trovano delle cose davvero illuminanti per il problema che stiamo affrontando qui.
Il passo di Borges si trova nella sezione intitolata “Un mistero parziale” del capitolo XI dell’Evaristo Carriego, un’opera che peraltro comincia con un excursus storico sul quartiere Palermo di Buenos Aires, che deve il suo nome al palermitano Domìnguez (Domenico), un approvvigionatore di carne della prima metà del XVII secolo sposatosi con la figlia di un conquistatore e stabilitosi in Argentina. Il quasi mitologico racconto borgesiano della fondazione di Palermo instaura un nesso etnico e culturale tra argentini e siciliani che per il lettore italiano si fa evidentissimo proprio nella pagina che costituisce il contesto del passo citato da Sciascia:
l’argentino, a differenza dell’americano del Nord e di quasi tutti gli europei, non si identifica con lo Stato. Ciò può attribuirsi al fatto generale che lo Stato è un’astrazione inconcepibile per lui; * [* Lo Stato è impersonale; l’argentino sa concepire solo relazioni personali. Per questa ragione, per lui, rubare denaro pubblico non è un crimine. Constato una realtà, non la giustifico né la difendo. (Nota a piè di pagina)] è un fatto che l’argentino è un individuo e non un cittadino. Aforismi come quello di Hegel: «Lo Stato è la realtà dell’idea morale» gli sembrano scherzi sinistri. I film elaborati a Hollywood propongono ripetutamente alla nostra ammirazione il caso di un uomo (di solito un giornalista) che cerca l’amicizia di un criminale per consegnarlo poi alla polizia; l’argentino, per il quale l’amicizia è una passione e la polizia una mafia, sente che un simile «eroe» è una incomprensibile canaglia. Sente con Don Chisciotte che «laggiù se la veda ciascuno col suo peccato» e che «non è bene che uomini d’onore siano i giustizieri di altri uomini dai quali non ricevettero danno» (Don Chisciotte, I, XXII). Più di una volta, davanti alla vana simmetria dello stile spagnolo, ho pensato che fossimo irrimediabilmente diversi dalla Spagna; queste due righe del Chisciotte sono bastate per convincermi d’essere in errore; sono come il simbolo tranquillo e segreto di una affinità (in Borges, Tutte le opere, Meridiani Mondadori, 1984, vol. I, pp. 270-271).
Il lettore italiano, soprattutto se siciliano, non può non trasalire, perché attraverso un gioco di somiglianze di famiglia sente che Borges sta parlando anche di lui. Un siciliano ha dato il nome a un quartiere di Buenos Aires e gli argentini rivelano una certa anima siciliana nel loro rapporto con lo Stato; ma gli argentini, attraverso Don Chisciotte, si rivelano intimamente spagnoli, e gli spagnoli, per chiudere il cerchio, hanno lasciato molto di sé nella mentalità siciliana, com’è noto. Scopriamo così che gli argentini e i siciliani, e non solo gli spagnoli, sono figli culturali di Don Chisciotte, nella misura in cui condividono un sentire intorno allo Stato ed alle sue leggi che costituisce quello che Camilleri chiama «campo di coltura» per la mafia e che, sulla scia di Dennett e Dawkins, possiamo chiamare habitat vantaggioso per i memi mafiosi. Ma com’è possibile? Per capirlo a fondo, dobbiamo dare uno sguardo più attento all’episodio (peraltro celebre) che costituisce l’occasione del passo del Chisciotte citato da Borges e Sciascia.
Il capitolo ventiduesimo della prima parte è quello in cui si racconta «Come Don Chisciotte rese la libertà a parecchi sciagurati, che eran condotti, loro malgrado, dove non avrebbero voluto andare» (qui si utilizzerà la classica traduzione italiana di Ferdinando Carlesi del 1933, riprodotta nel Meridiano del 1974). Don Chisciotte e Sancio si imbattono in un corteo costituito da una dozzina di galeotti incatenati come grani di un rosario e condotti alle galere da quattro guardie, due a piedi e due a cavallo. Nonostante lo scudiero gli spieghi che si tratta di forzati del re condotti alla pena secondo la legge, cioè secondo giustizia, che si identifica con il re, Don Chisciotte ritiene suo dovere intervenire in loro difesa, con le buone o con le cattive, essendo suo preciso compito di cavaliere, voluto dal cielo, quello di aiutare gli oppressi e chiunque sia costretto con la forza a fare qualcosa contro la propria volontà. Avvicinandosi al gruppo, vuole intanto interrogare uno per uno i galeotti per conoscere la causa della loro sventura (e in questo interrogatorio la critica ha giustamente colto chiari echi danteschi). Le guardie gli accordano il permesso e Don Chisciotte dialoga con una metà circa dei galeotti, i quali si mettono a turlupinarlo usando un gergo da furfanti carico di volgarità e doppi sensi, che al povero cavaliere, in grado di capire solo il significato letterale delle parole, devono essere chiariti di volta in volta dagli stessi forzati, dalle guardie e da Sancio. Il primo gli dice di essere stato condannato per essersi innamorato, e allo stupefatto Don Chisciotte, il quale osserva che se si dovesse essere condannati per questo lui sarebbe in galera già da un pezzo, il ladro precisa che in realtà si era innamorato di una cesta piena di biancheria. Il secondo, invece, è finito dentro perché è un grande cantante, e di nuovo occorre spiegare a Don Chisciotte (questa volta se ne incarica una delle guardie) che in realtà si tratta di un ladro di bestiame che ha confessato sotto tortura, rovinandosi così con la sua stessa voce. Al terzo sono mancati dieci ducati, e Don Chisciotte, impietosito, gliene darebbe venti per salvarlo, ma poi scopre che al corruttore sono mancati i soldi per ungere il cancelliere e il procuratore. Il quarto è un triste vegliardo con la barba bianca (con evidente allusione al Catone dantesco) che ha subito la gogna per essere uno stregone e per aver fatto il ruffiano, e Don Chisciotte lo riprende solo per la stregoneria, mentre Sancio, mosso a compassione per la sua storia, gli dà una moneta in elemosina. Il quinto è uno studente condannato per aver messo su famiglia con quattro donne diverse e, con un linguaggio forbito, chiede del denaro a Don Chisciotte in cambio di preghiere. Il sesto è incatenato più degli altri perché si tratta del famoso criminale Ginesio da Passamonte, già autore in carcere di un’autobiografia (ovviamente incompiuta).
Ma quando una delle guardie sta per bastonare Ginesio per la sua irriverenza e per le sue minacce, Don Chisciotte, per nulla impressionato dal fatto di aver conosciuto nell’ordine un ladro di biancheria, un ladro di bestiame, un corruttore di giudici, un lenone stregone, un poligamo e un criminale, pronuncia il famoso discorso che contiene i passi citati da Borges e Sciascia:
Da tutto quello che mi avete detto, fratelli carissimi, ho messo in chiaro che sebbene per vostra colpa vi abbiano gastigato, tuttavia le pene che andate a scontare non sono di vostra soddisfazione, e vi andate molto di mala voglia e contro la vostra volontà. Inoltre potrebbe darsi che il poco coraggio che uno ebbe durante la tortura, la mancanza di denaro di quello, il poco appoggio che trovò quell’altro, e in fine il giudizio errato del giudice, siano stati causa della vostra perdizione e del non aver ottenuto quella giustizia a cui pure avevate diritto. Tutto questo ora mi si presenta nella mente per dirmi, persuadermi ed anche sforzarmi a mostrare di fronte a voialtri la ragione per cui il cielo mi ha messo al mondo, e mi ha fatto professare l’ordine della cavalleria, che infatti professo, e il voto che in essa ho fatto di portar soccorso ai necessitosi e agli oppressi. Ma perché la prudenza insegna che non si deve adoperare la violenza laddove si possa pacificamente ottenere quello che si desidera, voglio pregare questi signori, guardiani e commissario, di avere la bontà di sciogliervi e di lasciarvi andare. Non mancheranno certamente altri che servano il re in migliori occasioni, sembrandomi assai mal fatto porre in schiavitù coloro che Dio e la natura crearono liberi. Tanto più, signore guardie, che questi poveretti non hanno fatto nulla contro di voi. Che ognuno dunque si tenga il suo peccato: v’è un Dio nel cielo che non dimentica né di punire il malvagio, né di ricompensare il buono; né conviene che onorati uomini si facciano carnefici d’altri uomini, dai quali non ricevettero verun danno. Questo io vi domando con questa mansuetudine e con questa calma, per aver motivo, qualora lo desideriate, di rimanervi obbligato del favore; ma quando non vogliate di buon grado accondiscendervi, questa lancia e questa spada, congiunte col valore del mio braccio, l’otterranno a viva forza da voi (pp. 210-211).
Il commissario naturalmente risponde per le rime e così Don Chisciotte lo attacca e lo ferisce con la lancia. Nella confusione che segue, i galeotti si liberano e Ginesio da Passamonte, aiutato a togliersi i ferri dallo stesso Sancio, si impadronisce del fucile del commissario e mette in fuga tutte le guardie, inseguite dalla sassaiola degli altri malviventi.
Come si vede, ridotto all’essenziale, l’episodio mette in luce la logica di Don Chisciotte, che non è dissimile da quella che Camilleri vede incarnata nella religiosità di Provenzano. Chi ammette l’esistenza di un ordine divino superiore e trascendente (sinceramente o per puro calcolo) è inevitabilmente portato a relativizzare, se non addirittura ad annullare, la cogenza delle leggi di uno Stato di diritto e a considerare la giustizia umana come qualcosa da cui poter prescindere nel giudicare un criminale. È esattamente questo il motivo per cui una parte non irrilevante del clero frequenta i mafiosi (anche latitanti) con tranquilla coscienza, soprattutto se questi si mostrano devoti e generosi con la Chiesa, ed è esattamente questo il motivo per cui i mafiosi, come ha notato Camilleri, si sentono al sicuro con quelli che chiamano “preti intelligenti”. Che poi sia stato il povero Don Chisciotte ad incarnare in modo paradigmatico questa logica dell’omertà e della connivenza è una semplice ironia della storia. A ben vedere, infatti, il suo modo di ragionare percorre trasversalmente tutta la storia del cosiddetto Occidente cattolico e la Riforma protestante, con la sua condanna della vendita delle indulgenze, non è che una delle numerose forme di ribellione al sistema legale alternativo della mediazione accomodante, cioè, in ultima analisi, della componenda.
Tornando all’accenno di Sciascia a Manzoni contenuto nell’articolo di A futura memoria riportato sopra, si può allora concludere rileggendo alla luce di tutto ciò uno dei luoghi più famosi della letteratura italiana, che di solito viene presentato (specialmente ai giovani studenti) come un esempio di alta edificazione spirituale e che invece, a ben guardare, è sommamente diseducativo dal punto di vista morale e civile, ovvero dal punto di vista dell’etica di uno Stato di diritto. Cos’è, infatti, tutta la vicenda dell’Innominato, peraltro ambientata, com’è ben noto, nella Lombardia di inizio XVII secolo occupata dagli spagnoli (cioè pochi anni dopo l’uscita delle due parti del Chisciotte), se non un festival della componenda? Nel suo ingresso in scena egli è presentato come un vero capomafia che “compone” esattamente nel senso della definizione di componenda che si ritrova nella citata voce relativa del Dizionario storico della mafia di Pallotta: «Fare ciò ch’era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni tempo le passioni principali di costui. (...) Quando una parte, con un omaggio vassallesco, era andata a rimettere in lui un affare qualunque, l’altra parte si trovava a quella dura scelta, o di stare alla sua sentenza, o di dichiararsi suo nemico; il che equivaleva a esser, come si diceva altre volte, tisico in terzo grado. Molti, avendo il torto, ricorrevano a lui per aver ragione in effetto; molti anche, avendo ragione, per preoccupare un così gran patrocinio, e chiuderne l’adito all’avversario: gli uni e gli altri divenivano più specialmente suoi dipendenti. Accadde qualche volta che un debole oppresso, vessato da un prepotente, si rivolse a lui; e lui, prendendo le parti del debole, forzò il prepotente a finirla, a riparare il mal fatto, a chiedere scusa; o, se stava duro, gli mosse tal guerra, da costringerlo a sfrattar dai luoghi che aveva tiranneggiati, o gli fece anche pagare un più pronto e più terribile fio» (I promessi sposi, XIX, 39 e 46-47). Nel corso della famosa notte dei tormenti, l’Innominato è preso dalla paura dell’inferno esattamente come il “siciliano ignorante” di cui parlava il professor Stocchi nell’articolo citato da Camilleri ne La bolla di componenda, e proprio per questo dubbio amletico lascia cadere la pistola con cui sta per spararsi. Subito dopo, il ricordo delle parole di Lucia («Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia») lo consola e all’alba la gioia contagiosa dello “scampanare” e il corteo di gente in festa che andava incontro al cardinale Borromeo lo spingono a recarsi dall’alto e prestigiosissimo prelato (cfr. XXI, 53-61).
Che il pentimento e la conversione religiosa possano riscattare una vita di crimini non è esattamente un articolo di fede che la Chiesa insegna da sempre e che i mafiosi accolgono a braccia aperte? Ritorniamo a Voi non sapete e alla Lectio. Qui Camilleri scrive: «Ho già detto che, secondo gli investigatori, la svolta di Provenzano risale alla metà del 1993. Prima che avvenga la svolta, il 9 maggio dello stesso anno, Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento pronunzia la sua forte condanna della mafia: “Dio ha detto una volta: Non uccidere! Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, qualsiasi mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio”. Queste parole sembrarono passare inosservate; in realtà, come annotano Salvo Palazzolo e Michele Prestipino nel loro Il Codice Provenzano (Bari 2007), scavarono un solco profondo negli ambienti mafiosi. (...) Ma le parole di Giovanni Paolo II per Provenzano ebbero un significato diverso da tutti gli altri; furono, ma questo è un mio parere assolutamente personale, una conferma, suonarono come un avallo se non addirittura come un’investitura. Non era la conferma della politica dell’addio alle armi che lui aveva praticato e predicato da un certo momento della latitanza in poi? Non bisognava tornare all’antica autodefinizione mafiosa che gli uomini d’onore erano portatori di pace e di giustizia?». E nel passo parallelo della voce “Religiosità” di Voi non sapete, Camilleri aggiunge: «Da allora, le manifestazioni della religiosità di Provenzano diventano di giorno in giorno più evidenti. È assodato che, dietro sua richiesta, due sacerdoti si recarono a trovarlo negli ultimi anni di latitanza. A un certo punto egli arriva a manifestare apertamente la convinzione che tutti i suoi atti godano del sostegno divino. Dio è con lui. Gott mitt uns» (p. 154). La stretta confidenza di Dio con i peggiori criminali è chiarissimamente teorizzata anche dal cardinale Borromeo nel primo colloquio con l’Innominato, che è anch’esso un perfetto esempio di componenda, questa volta quasi nel senso della “bolla”: «- cosa può far Dio di voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare. Che il mondo gridi da tanto tempo contro di voi, che mille e mille voci detestino le vostre opere... - (l’Innominato si scosse, e rimase stupefatto un momento nel sentir quel linguaggio così insolito, più stupefatto ancora di non provarne sdegno, anzi quasi un sollievo); - che gloria, - proseguiva Federigo, - ne viene a Dio? Son voci di terrore, son voci d’interesse; voci forse anche di giustizia, ma d’una giustizia così facile, così naturale! alcune forse, pur troppo, d’invidia di codesta vostra sciagurata potenza, di codesta, fino ad oggi, deplorabile sicurezza d’animo. Ma quando voi stesso sorgerete a condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso, allora! allora Dio sarà glorificato! E voi domandate cosa Dio possa far di voi? (...) E perdonarvi? e farvi salvo? e compire in voi l’opera della redenzione? Non son cose magnifiche e degne di Lui? Oh pensate! se io omiciattolo, io miserabile, e pur così pieno di me stesso, io qual mi sono, mi struggo ora tanto della vostra salute, che per essa darei con gaudio (Egli m’è testimonio) questi pochi giorni che mi rimangono; oh pensate! quanta, quale debba essere la carità di Colui che m’infonde questa così imperfetta, ma così viva; come vi ami, come vi voglia Quello che mi comanda e m’ispira un amore per voi che mi divora!» (XXIII, 15-17).
Anche noi, come l’Innominato, rimaniamo stupefatti nel rileggere con occhiali nuovi e smagati queste parole del Cardinale, e siamo addirittura sconcertati dal suo amore divorante per il criminale. Com’è noto, l’incontro finisce a baci e abbracci (ibid., 22): i due si mettono d’accordo, compongono l’“imbroglio”, per riprendere il termine del Canonico de La chiave d’oro di Verga (la novella perfetta sulla mentalità mafiosa), e «tutto viene dimenticato, magari con scambio di cortesie formali, di dichiarazioni di rispetto», per riprendere le parole del Dizionario storico della mafia, che qui non a caso cadono a pennello. La ciliegina sulla torta, infine, cioè la più classica e spettacolare forma di componenda, sarà la quantificazione in denaro da parte dell’Innominato del perdono ottenuto da Lucia: «cento scudi d’oro (...) per servir di dote alla giovine» (XXVI, 33), che nel Fermo e Lucia (III, IV, 61) erano addirittura «dugento».
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lunedì 26 dicembre 2011
“Esercizi di stile” (alla Queneau-Eco) sull’incipit di Alice nel paese delle meraviglie
| Caricatura di Raymond Queneau |
Tempo fa, in un forum
on line di formazione per docenti, in particolare nell’area del cazzeggio
chiamata “Caffè”, la collega e amica Mariangela Varone propose, come gioco letterario
di gruppo, di fare il verso ai mitici Esercizi di stile di Raymond
Queneau (1947 & 1969), resi celebri in Italia da Umberto Eco, che li
tradusse per Einaudi nel 1983 (recentemente è uscita una nuova edizione del
libro di Eco-Queneau con un’ampia appendice di Stefano Bartezzaghi). Il testo di
partenza, nel nostro caso, era l’incipit di Alice nel paese delle
meraviglie in una comune edizione italiana. Com’è noto, il gioco consiste
nel riscrivere il pezzo in tutti i modi possibili, ovvero in tutti gli “stili”
forniti dalla retorica, dalla letteratura e in genere dalle tecniche di
comunicazione. Come già osservava Eco alla fine dell’Introduzione della sua
versione italiana, il gioco di Queneau è un uovo di Colombo e consente
un’infinità di varianti: egli stesso aveva dovuto contenere la sua creatività
nell’approntare la traduzione e si rammaricava di non poter colmare le lacune
del testo originale e di non poter proseguire il gioco per esempio immaginando
di riscrivere il testo di partenza alla Hemingway, alla Robbe-Grillet, alla
Moravia ecc.
Naturalmente noi non avevamo scrupoli di fedeltà e così abbiamo
potuto sviluppare il gioco ad libitum. Nei miei contributi, che qui riporto, io ho in parte fatto il verso a Queneau e in parte ho seguito i suggerimenti di
Eco, per esempio riscrivendo il testo alla Proust, alla Bukowski, alla
Camilleri, alla Saramago e persino alla Eco!
Buon
divertimento!
Testo-base
Alice cominciava ad essere
stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente
da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava
leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava
Alice, “senza le figure e i dialoghi?”.
Così se ne stava a riflettere nella
sua testolina (per quanto era possibile, perché faceva un caldo del diavolo e le
cascavano gli occhi e la concentrazione) se il piacere di intrecciare una
coroncina di margherite valesse la noia di alzarsi per coglierle, quando dal
nulla un Coniglio Bianco con gli occhi rosa le passò accanto correndo a tutta
birra.Mezzo maccheronico
Aphye incipiebat affecta
esse sedendi taedio apud soretam suam in fluminis ripa, nullafacente; bis oculis
traversis aspexerat librum quem soreta legebat, sed figurae et dialogi non ivi
erant, “Pro quo enim liber”, Aphye cogitabat, “sine figuris
dialogisque?”.
Ita stabat assisa considerando in sua testula (quantopere
potebat, cur diabolice incalescebat et oculi et animi intentio sui cecidebant)
si libido margaritarum coronas intexendi par esset taedio culum levandi ad eas
carpendas, cum ex nihilo ortus oculis roseis candidus cuniculus apud puellam
festinus cucurrit.
L’eterna ghirlanda brillante di margherite escheriane (omaggio a Hofstadter)
Alice cominciava ad essere
stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente
da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava
leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava
Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel
paese delle meraviglie e cominciava così:
Alice cominciava ad
essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza
niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava
leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava
Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel
paese delle meraviglie e cominciava così:
Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel paese delle meraviglie e cominciava così:
Alice cominciava ad
essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza
niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava
leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava
Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel
paese delle meraviglie e cominciava così:
Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel paese delle meraviglie e cominciava così:
Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel paese delle meraviglie e cominciava così:
In soggettiva wittgensteiniana
Siedo in
riva al fiume con un filosofo che legge un libro senza dialoghi né figure
intitolato Proof of an External World, che suppongo sia non solo noioso
ma anche pieno di confusioni concettuali derivanti da un cattivo uso del
linguaggio ordinario. Ogni tanto egli alza lo sguardo e dice: “Io so che questo
è un albero”, e così dicendo indica un albero nelle nostre vicinanze. Allora mi
viene in mente la poesia Jabberwocky che un giorno leggerò nel Libro
dello Specchio e gli chiedo: “E i ‘toves’ lo sai cosa sono?”. Lui ammette di non
saperlo e allora io gli dico che, secondo Humpty Dumpty, che un giorno me lo
dirà, i ‘toves’ sono una specie di tassi, un po’ come le lucertole e un po’ come
i cavatappi, fanno il nido sotto le meridiane e si nutrono di cacio. “Ora pensi
di saperlo cosa sono i ‘toves’”?, gli dico. E così cominciamo a discutere sul
problema di cosa sia la spiegazione del significato di una parola e su come esso
incida sul fenomeno del vedere-come, che grazie a me la semantica cognitiva
discuterà a lungo.
Poi sentiamo arrivare qualcuno e io mi affretto a dire:
“Non siamo pazzi, Sir, stiamo solo facendo filosofia”. Il mio amico scoppia a
ridere e mi dice: “Guarda che è passato un coniglio bianco cogli occhi rosa, non
un uomo!” “Ne sei sicuro?”, gli faccio io, “Non poteva anche essere un’anatra?”.
[E gli mostra la testa anatra-coniglio]
NOTA: Per la soriella dei filosofi seduti in
giardino, cfr. Wittgenstein, Della certezza, § 467; per la definizione
dei ‘toves’, cfr. la seconda pag. del Libro blu di Wittgenstein; per la
testa anatra-coniglio, cfr. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, II, XI.
La parola inesistente “toves” ricorre nel primo e nel quartultimo verso della
poesia Jabberwocky, che Alice legge nel primo capitolo di Through the
Looking Glass, mentre la sua definizione ad opera di Humpty Dumpty si ha nel
cap. VI. Wittgenstein, ex maestro elementare, conosceva benissimo la storia di
Alice e ha reso omaggio a Carroll anche nelle sue ultime riflessioni (cfr. ad
es. Ricerche filosofiche, II, XI, p. 262 = Ultimi scritti di filosofia
della psicologia, I, § 599, dove c’è un esplicito riferimento a un passo del
primo capitolo del secondo Alice).
Acrostico in versi liberi (occhio alle iniziali dei versi)
Alice
Là sul limitar del rivo stava
In compagnia della germana
Che un libro impegnava
Eppur dialoghi e figure
Non recava.
Ella va in esso sbirciando
Lassa, e del tutto la vanità apprende.
Poscia al caldo la mente volge
Ancor sedendo
E mirando.
Scemale nel cor l’ambito
Estro di Flora:
Di margherite il serto
Ella nel pensier si finge e tosto oblìa
L’ora meridiana e la noia
Lamentando
E il sonno.
Ma ecco
Erompe
Ratto
All’improvviso
Vociando
In corsa
Gran Coniglio Bianco
L’occhio rosato
Insolito
Esponendo.
Telegrafico
ALICE
SBUFFA STOP TROPPO TEMPO SEDUTA CONTEMPLANDO FIUME STOP ACCANTO EST SORELLA
LETTRICE INTENTA LIBRO SENZA FIGURE ET DIALOGHI STOP ALICE CONSIDERA LETTURA
INUTILE STOP VALUTA INOPPORTUNO CAUSA CALDO DEBILITANTE ALZARSI ET RACCOGLIERE
MARGHERITE STOP SBUCA IMPROVVISO CONIGLIO BIANCO OCCHI ROSA RAPIDO ANDANTE STOP.
Televideo Rai: Ultim’ora
Ore 15,00: Adolescente avvista
coniglio in corsa. Le reazioni del mondo politico. -->
Approfondimento. Secondo quanto riportato dall’Ansa, in una località
imprecisata della campagna inglese una ragazzina avrebbe avuto un incontro
ravvicinato con un coniglio bianco dagli occhi rosa. Il carattere insolito della
vicenda consiste nel fatto che la suddetta si trovava in compagnia della
sorella, la quale ha dichiarato di non aver visto nulla perché intenta, al
momento dell’accaduto, nella lettura di un libro senza figure né dialoghi. Alice
(questo il nome dell’avvistatrice di conigli, ndr) sembra abbia parlato con i
cronisti dopo essersi svegliata da un lungo sonno, causato, a quanto pare, dalla
noia di un pomeriggio afoso passato sulla riva di un fiume. “Non valeva la pena
neppure alzarsi per raccogliere margherite da intrecciare in coroncine”, ha
dichiarato. Secondo un testimone oculare, tale Carroll Lewis, si è trattato solo
di un sogno, perché ciò che si poteva vedere erano due ragazzine, di cui una
immersa nella lettura e l’altra addormentata. Articolate e contrastanti le
reazioni nel mondo politico italiano. Secondo il Presidente del Senato Schifani,
l’accaduto poteva accadere solo in Inghilterra, l’unico paese europeo in cui la
sinistra parolaia è ancora al potere. Il portavoce dei verdi taglia corto e urla
da un’aiuola di Piazza Montecitorio: “E’ una lezione di ecologia!”. Il Ministro
Bondi sottolinea invece il carattere poetico e altamente culturale della
vicenda, nonché la coerenza teoretica dell’accaduto con quasi tutte le
encicliche del Papa. Da parte sua, il ministro Brunetta legge nella notizia una
efficace rappresentazione della situazione italiana: "Poiché sono un professore,
vi spiego", ha spiegato ai giornalisti, "Alice? Una fannullona. Il coniglio
bianco trotterellante e indaffarato? C'est moi!". Il Premier Silvio
Berlusconi, invece, ironizza sull'accaduto lanciando una frecciata
all'opposizione: "Ora diranno che qualcuno ha visto una scena simile a Villa
Certosa, con Noemi al posto di Alice nel mio parco ed Emilio Fede vestito da
coniglio che va a prenderla per portarla da me mentre l'aspetto sul letto
regalatomi da Putin!". Parlando infine coi giornalisti nel corso
dell’inaugurazione della nuova caserma dei Carabinieri di San Michele di
Ganzaria, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha da parte sua
dichiarato: “Quanto accaduto è un monito all’unità nazionale soprattutto per noi
italiani. Il rossore degli occhi e il biancore del manto del mite animale, uniti
al verdore dei prati, sono segni inequivocabili del significato patriottico
dell’evento, che tutti i docenti di storia da oggi in poi dovrebbero ampiamente
trattare nelle nostre scuole di ogni ordine e grado”.
Il cacciatore
- Porca troia!
- Che c’è, Ignazio? Ti è andata male
oggi?
- Certo che mi è andata male, e tutto per colpa di due puttanelle
sfaccendate! Ma dico, gli stronzi dei loro genitori non se le possono tenere a
casa a fare la calza, invece di mandarle al fiume a guardare l’acqua che passa
senza fare un cazzo per mezza giornata?
- Amore, non te la prendere così
tanto… Capita, qualche volta. Su, lavati che la cena è pronta: oggi coniglio
alla cacciatora…
- Ma Cristo di Dio, mi vuoi prendere per il culo? Io mi
lascio scappare un grosso fottutissimo coniglio selvatico e tu me ne presenti
uno d’allevamento comprato al reparto macelleria del supermercato? Sei una
stronza di merda!
- Ignazio, ti prego, non fare così… Su, raccontami com’è
andata. Magari ti passa, la rabbia.
- Col cazzo che mi passa! Stavo già da
un’ora appostato dietro un albero con la tana di quel pezzo di merda di coniglio
che già una volta mi era sfuggito… ma quanto cazzo ce l’ha profonda la tana quel
figlio di puttana, che il furetto non mi è più tornato indietro? Dico, con la
tana sotto tiro… un’ora lì, fermo, immobile, senza fiatare… Tutt’a un tratto
arrivano queste due stronzette, e che ti fanno? Si vanno a sedere proprio tra me
e la tana! Ora se ne vanno, mi dico, stai calmo… ora se ne vanno a farsi
fottere… E invece se ne stanno per ore sedute lì, una a leggere un libro e
l’altra a guardare un po’ il libro dell’amichetta, o della sorella, che cazzo ne
so, un po’ le margherite… Le avesse almeno raccolte quelle fottute margherite,
così almeno si toglieva dai coglioni per un po’… E invece niente… Tutt’a un
tratto quel pezzo di merda sbuca, chissà da dove… Me lo vedevo lì, quasi a tiro,
bello grosso, bianco, con gli occhi che sembravano arrossati… Sembrava persino
che indossasse una specie di gilè… Ma sicuramente era un gioco delle ombre…
Cazzo, ti rendi conto? Mi sfrecciava a pochi metri e non potevo sparare, perché
se no avrei rischiato di far saltare le cervella a quelle due troiette di merda…
- Va bene caro, dài, su, non ci pensare…
- Non ci pensare? Come faccio a
non pensarci? Ero così incazzato che mi dev’essere salito il sangue alla testa
perché ho persino avuto le allucinazioni…
- Le allucinazioni? Oddìo, e
come?
- Pensa che mi è sembrato di vedere il coniglio estrarre un orologio da
un taschino, guardare l’ora e lamentarsi di essere in ritardo! Te lo avevo detto
che mi sembrava vestito per il gioco d’ombre… E non è finita qui! A un certo
punto la ragazza, dico, quella che non leggeva ma guardava qua e là come una
scema, sai che ha fatto? Ha inseguito il coniglio fin dentro la tana e non l’ho
più vista uscire… A un certo punto ho avuto paura che poteva essere successo
qualcosa e me ne sono scappato da lì…
- Hai fatto bene, caro. Meglio non
immischiarsi in queste cose. Vai a lavarti ora, e calmati, ti prego… Se vuoi
butto il coniglio e ti faccio due uova…
Litoti
Alice
non tardò ad essere tutt’altro che soddisfatta di starsene non in piedi non
lontano da sua sorella sulla riva del fiume, facendo men che qualcosa; aveva
guardato non distrattamente più di una volta e meno di tre il libro che sua
sorella stava non proprio studiando né semplicemente guardando, ma c’erano
tutt’altro che figure e dialoghi, “come può essere non inutile un libro” pensava
Alice, “se ci sono tutt’altro che figure e dialoghi?”.
Così non si smuoveva
dal riflettere nella sua testa per niente grande (nella misura in cui ciò non
era impossibile, perché faceva ben altro che un freddo cane e certo non le
restavano sveglie né le palpebre né la capacità di non cedere a qualsiasi
distrazione) se l’occupazione non spiacevole di non lasciare a una a una le
margherite disponendole a formare una coroncina fosse o non fosse disprezzabile
rispetto al tutt’altro che eccitante compito di smettere di star seduta per
andare a fare in modo di non lasciarle al loro posto naturale, quando non da un
punto preciso un Coniglio di colore opposto al nero con gli occhi , per
l’esattezza, del colore che sta tra il bianco e il rosso, le passò tutt’altro
che lontano muovendosi non certo lentamente e senza indugio alcuno.
Lipogramma in a
Il futuro piccolo ospite femminile del
posto dello stupore diede i primi sbuffi: perché sedere inutilmente come
perdigiorno lì sul lido del fiume con Enny, prole dei suoi stessi genitori?
Sbirciò di nuovo nel libro di Enny e di nuovo non vide né figure né botte e
risposte. “Che senso può contenere un libro”, pensò, “privo di figure e botte e
risposte?”
Così rimuginò (per quel che potette, perché un fuoco estivo del
demonio per poco non le chiuse gli occhi e le obnubliò le meningi) se il diletto
di costruirsi corone di fiori potesse essere più forte del noioso processo
motorio del loro coglimento, finché improvviso un Coniglio Niveo con gli occhi
color pelle le sfrecciò vicino correndo come un folletto.
Filosofico
Alice, soprannominata Sophia dagli amici
per la consustanziale apertura al thaumazein che costituiva la differenza
specifica nella definizione della sua essenza, era preda di un incipiente
sentimento della inessenzialità e inautenticità del suo ‘sistere’ ontico senza
alcun ‘ex–’ ontologico presso la sorella sulla riva dell’ente scorrente in sé e
per sé di cui l’efesio stabilì l’impossibilità di bagnare due volte con le
medesime particelle dell’arché del primo milesio un corpo che vi si immerga al
tempo ti con zero e al tempo ti con uno con delta ti piccolo a piacere; aveva
osservato un paio di volte la peculiare densità semiotica del libro che
l’individuo contingentemente identico - in base all’analisi offerta
dall’individuo contingentemente identico all’autore di Two Dogmas of
Empiricism, di cui si dichiarava seguace soprattutto in materia di
relatività ontologica e semantica dei mondi possibili - all’unica altra figlia
della moglie del figlio dei suoi nonni paterni stava leggendo, e con apodittica
evidenza protocollare aveva stabilito che il suddetto volume era privo di
correlati iconici e di brachilogie socratiche. “E qual è il telos, l’aretè,
l’entelechia di un libro” pensava la proprio per questo esistente Alice, “se
esso è privo di correlati iconici e di brachilogie socratiche?”. Ragion per cui,
volgendo le sue meditazioni metafisiche a più degno oggetto (per quanto la trama
delle contingenze termico-atmosferiche lo consentisse con le sue emanazioni
causali inibenti e debilitanti sui muscoli delle sue palpebre e sulle variabili
aleatorie della funzione d’onda della distribuzione probabilistica delle sue
energie attentive), Alice passò a considerare lo statuto epistemologico e la
possibilità di una corroborabilità a priori di una serie di asserti
controfattuali sulla relazione logico-pragmatica tra l’appagamento
epicureo-edonistico derivante dalla realizzazione di una coroncina di margherite
e il sentimento della futilità del Tutto indotto dalla noia esistenzialistica
implicato dal gesto assurdo di alzarsi a raccoglierle, quando, emergendo dal
solido nulla eterno di cui l’essere finito è trascurabile epifenomeno, in una
porzione spazio-temporale del suo campo visivo fenomenologico apparve e disparve
quasi subito una fuggente macchia bianca con due piccole chiazze rosa a
un’estremità, che lei, con la prontezza delle esecuzioni
linguistico-referenziali che la caratterizzavano quando si trovava davanti ai
significati-stimolo affermativi, battezzò, con un enunciato occasionale
olofrastico accidentalmente identico a un designatore rigido, come
“Gavagai”.
Bukowskiano
Alice si era rotta i coglioni di
starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva di quel fiume pieno di merda e
di piscio, senza avere un cazzo da fare.
La confezione da sei di birre era
bell’e andata e le bottiglie giacevano buttate intorno, vuote.
Era sbronza.
Aveva dato un’occhiata al libro che sua sorella stava leggendo e si era
accorta che non c’erano figure né dialoghi.
“Mi vuoi dire come cazzo fai a
leggere quella roba?”, le disse a un certo punto, “Sarà peggio di Guerra e
pace”.
“Fottiti”, le rispose sua sorella.
“Te l’avevo detto che era
meglio portare Hank e Jimmy. Loro almeno ci avrebbero leccato la figa, una volta
sbronzi.”
La sorella, avendo capito che era partita, non le rispose.
Tacquero per un bel po’.
L'afa e la birra le stavano facendo venire la
nausea e un sonno da rimanerci secca. Per quanto poteva, Alice pensava che
sarebbe stata una stronzata da fighette di Beverly Hills alzarsi per raccogliere
margherite da intrecciare in coroncine del cazzo.
Meglio starsene seduti e
aspettare la morte.
A un tratto sbucò da qualche parte un coniglio.
Era
bianco come il culo di una vecchia troia e le passò davanti correndo a tutta
birra.
“Già”, si disse Alice, “anche lui va a tutta birra”.
E vomitò sul
prato.
Camilleriano
Alici, na picciotteddra vispa,
accuminzava a scassarisi i cabasisi di starisinni assittata ca’ soru sò a ripa
di sciumi, senza fari nenti; aviva taliato du voti il libbru ca sò soru stava
liggennu, ma non c’erano fjure e mancu discursa: “e chi spacchiu sinni fa cu stu
libbru” pinzava Alici, “senza fjure e discursa?”.
Accussì sinni stava a
ripistiari na tistuzza sò (per quello ca putiva, pirchì c’era la vampa d’agosto
e un cavudu do diavulu e aviva l’occhi a pampineddra e a testa leggia) se a gana
di fare una trizza con le margherite valiva la pena di susirisi pi cugghilli,
quanno in un vìdiri e svìdiri un Cunigghiu Biancu cu l’occhi a testa di minchia
ci scricchiau vicinu currennu a filittiuni.
Alla Saramago (cioè usando solo il punto e la virgola come segni di interpunzione)
Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino
a sua sorella sulla riva del fiume senza niente da fare, aveva sbirciato un paio
di volte nel libro che sua sorella stava leggendo ma non c’erano né figure né
dialoghi, E a che pro un libro, pensava Alice, senza le figure e i dialoghi.
Così se ne stava a riflettere nella sua testolina, per quanto era possibile,
perché faceva un caldo del diavolo e le cascavano gli occhi e la concentrazione,
se il piacere di intrecciare una coroncina di margherite valesse la noia di
alzarsi per coglierle, quando dal nulla un Coniglio Bianco con gli occhi rosa le
passò accanto correndo a tutta birra.
Sceneggiatura del film porno: All’ombra delle fanciulle in calore
Scena
prima:
Esterno giorno. Estate, pomeriggio afoso. Un fiume, un prato,
pochi alberi. La mdp zooma su due adolescenti discinte sedute sulla riva. Una
legge un libro, su cui la mdp indugia in un primo piano rivelandone il
titolo: Le 120 giornate di Sodoma. L’altra, la protagonista Alice, su cui
la mdp passa lentamente inquadrandola dalla bocca alle gambe, si masturba e
sospira annoiata emettendo gemiti di piacere. Mentre è inquadrata tra le gambe,
si sente la sua voce fuori campo che si rivolge alla sorella in tono sprezzante
e lamentoso:
(Alice): - Ma che cazzo leggi, che non ci sono dialoghi
e nemmeno figure?
Dopo questa battuta, emette un lungo gridolino. Ha
finito. La sorella la ignora. La mdp inquadra prima i suoi occhi languidi e poi
delle margherite vicine, ma comunque fuori dalla portata del suo braccio. A
questo punto subentra improvvisamente l’immagine di un coniglio bianco che
guizza e corre nell’erba, finché non sparisce dall’inquadratura. Stacco
improvviso sul volto sorpreso ed eccitato di Alice. Dissolvenza. Immagini
sfuocate e tremule di un’orgia in cui si vede Alice in quello che per lei è il
paese delle meraviglie: è circondata da 3 uomini nudi con orecchie e code da
coniglio che se la lavorano su un letto cosparso di carte da poker.
Proustiano
Da lungo tempo, abbandonata alle
intermittenze del cuore che le richiamavano alla mente ricordi lontani di giorni
felici quando giocava in giardino con le amiche di Combray, mentre la nonna,
affacciandosi all’uscio, diceva sorridente con quella sua voce un po’ chioccia
che le maddalenine erano già sul tavolo accanto alle tazze fumanti di tè, sulla
riva di un fiume sedeva, accanto alla sorella che, leggendo un libro senza
dialoghi né figure, non suscitava il suo interesse, o al massimo la spingeva a
considerare quanto inutili fossero letture di tal fatta, Alice, una fanciulla in
fiore che il caldo annoiava a tal punto da soffocarle sul nascere persino il
piacere di alzarsi e raccogliere margherite da intrecciare in coroncine
ornamentali che avrebbero senz’altro potuto conferire al suo aspetto quella
grazia che le si addiceva, quando a un tratto un Coniglio Bianco, che sembrava
emerso dal nulla in quel prato erboso soffuso di una luminosità foriera di
apparizioni magiche e meravigliose, e che a uno sguardo attento e svelto a
cogliere le sfumature delle cose, anche le più evanescenti ed effimere, rivelava
in tutta la sua dolcezza il colore rosa dei suoi occhi, passò correndo in tutta
fretta accanto a lei.
Sms
(all’amichetta che non ha marinato la scuola)
Sn al fium cn m srl ke sta leggnd1lb snz fig&dialg.Du
pall!:-( Nn m va nemmn d and a coglr marghrt cn sto cald.Oh cz!È passt1cngl
bianc cn gl okk rosa!A dp.Tvtb:-)
Analitica dei mondi possibili della Fabula
(seguendo U. Eco, Lector in fabula, 1979, 8.10 e 11.7)
Definizioni:
1) Wn = mondo possibile asserito
dall’autore nel testo e costituito da una sequenza di Wnsi descritti da
proposizioni P;
2) Wnsi = stato testuale di Wn allo
stato di cose si e al tempo ti;
3) Wnc = mondo
possibile in Wn concepito da un personaggio c e descritto da proposizioni
Q;
4) Wncsi = il possibile corso degli eventi di Wn
così come è immaginato dal personaggio c al tempo
ti;
5) Wr = mondo possibile immaginato dal lettore
(previsto dal testo) e descritto da proposizioni R. Wrsi
si definisce in accordo con quanto precede;
6) Wrc = il mondo possibile che
il lettore immagina che un personaggio concepisca e che è descritto da
proposizioni Z (di solito incassate in R);
7) Wrcc = il mondo possibile che
il lettore crede che un personaggio immagini che un altro personaggio concepisca
(anch’esso descritto da proposizioni Z);
8) Relazione S-necessaria F
(sorellanza) = proprietà strutturalmente necessaria all’identificazione di Alice
come sorella della sorella e di ques’ultima come sorella di Alice;
Analisi di Alice per stati di Wn, Wnc, Wr, Wrc e Wrcc
P1 =
Sulla riva di un fiume stanno due ragazzine in relazione S-necessaria F, di cui
una si chiama Alice (Wns1);
P2 = Alice è annoiata di stare senza fare niente
(Wns2);
P3 = La sorella di Alice legge un libro senza figure né dialoghi
(Wns3);
P4 = Alice pensa Q1 (Wns4);
Q1 = Un libro del genere è inutile
(Wncs1);
R1 e Z1 per inferenza su Q1 = R1(Dunque per Alice Z1(un mondo è
desiderabile se in esso sussistono libri illustrati e dialogati, altrimenti esso
è inutile)) (Wrcs1 in Wrs1).
R2, Z2 e Z3 per inferenza su P3, Q1, R1 e Z1 =
R2 (Quindi secondo Alice Z2(per la sorella Z3 (è preferibile vivere in un mondo
arido e inutile))) (Wrcc1 in Wrs2).
P5 = Fa caldo e Alice ne risente negli
occhi e nella concentrazione (Wns5);
P6 = Attorno ad Alice stanno delle
margherite (Wns6);
P7 = Alice riflette su Q2 (Wns7);
Q2 in R3 (ipotesi di
atteggiamento proposizionale in Wrs3) = R3(Alice pensa Q2(Se raccogliessi
Margherite per far coroncine mi stancherei ancora di più di quanto non mi
stanchi stando seduta senza fare niente)) (Wrcs2 in Wrs3);
P8 = Un Coniglio
Bianco dagli occhi rosa passa correndo (Wns8).
Dantesco libero (con versi tutti presenti nella Commedia)
Udir mi parve un mormorar di fiume.
Poi ch'innalzai un poco più le ciglia,
vidi genti a la riva d’un gran fiume.
Alcuna si sedea tutta raccolta,
e l'un di lor, che si recò a noia,
mirava fissa, immobile e attenta.
Disse: “Perché cotanto in noi ti specchi?
Io fui nel mondo vergine sorella.
La mia sorella, che tra bella e buona
non so qual fosse più, trïunfa lieta
tratto leggendo del magno volume.
Maraviglia udirai, se mi secondi,
di ch'io rendo ragione in questo caldo.
Vola con li occhi per questo giardino:
quivi è la rosa in che 'l verbo divino
carne si fece; quivi son li gigli.
Io levai li occhi e credetti vedere
Caron dimonio, con occhi di bragia:
lunga la barba e di pel bianco mista,
e correa contra 'l ciel per quelle strade.
Già mi sentia tutti arricciar li peli.
‘O animal grazïoso e benigno’,
così li dissi; e poi che mosso fue,
‘Deh, perché vai? Deh, perché non t’arresti?’
Guardommi un poco e poi chinò la testa.
Le braccia aperse, dopo alcun consiglio,
e li orecchi ritira per la testa.
Di maraviglia, credo, mi dipinsi:
‘Io ti seguiterò quanto mi lece’.”
Pastiche joyceano
Sì perché ora comincio a stancarmi di starmene qui
seduta senza far niente davanti a questo fiume che non ci bagnerà mai due volte
come ci diceva il professore che diceva quel tale sì e corre ma dove correrà mai
eppure corre corre come una locomotiva questo correfiume che passato Eva e Adamo
da spiaggia sinuosa a baia biancheggiante ci conduce con un commodius vicus di
ricircolo di nuovo qui sì l’eterno ritorno dell’identico fiume diverso perché
qui viene ognuno per sempre oh sì qui è HCE e siamo venute pure noi io e lei mia
sorella che se ne sta seduta tranquilla a leggere quel suo libro ma a cosa
servirà mai un libro senza dialoghi e figure dio che sonno o forse è un'insonnia
ideale o una veglia che nega la fine questa storia è un incubo dal quale cerco
di svegliarmi e questo caldo mi sta facendo diventare una stupida ma se qui non
succede qualcosa cado nel correfiume e faccio la fine di quella là come si
chiamava oh sì come vorrei farmi una bella corona come una stella come tutte le
più belle cose con quelle margherite sì mi piacerebbe tanto mettermela addosso e
correre sul prato in ricircolo come il correfiume ma chi si alza a raccoglierle
siete margherite specie troppolontane famiglia troppafatica no dico no non
voglio no perché quello che io vorrei ora è ma cos’è oh sì ma che
belbianconiglio e corre corre pure lui l’occhiorosato ma che fa ma no guarda
l’ora ha il panciotto col taschino per l’orologio è in ritardo dice povero me
povero me e povera anch'io e mi guardo intorno e sono tutti migliori di me ma
per cosa sei in ritardo per dove oh che meraviglia oh sì portami via belbianconiglio sotto l'ombra di un bel fior già sento che ti amo e scusa se ti
chiamo amore ma mi basta guardarti per sentirmi lievitare tre metri sopra il
cielo con te verrei anche giù all'inferno perché identica è la via all'in su
alla via all'in giù lo diceva quello di prima come si chiamava oh sì il mio
cuore batte come impazzito guardami te lo chiedo con gli occhi di portarmi con
te ovunque tu vada no no non sparire dietro quella siepe voglio essere tua sì sì
vengo mi alzo vado dove mi porta il cuore e corro sì corro e sì dico sì voglio
Sì.
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