«Das Leben der Erkenntnis ist das Leben, welches glücklich ist, der Not der Welt zum Trotz» (Ludwig Wittgenstein, Tagebucheintrag vom 13.8.16).


«E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (…): “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”» (Italo Calvino, chiusa di "Perché leggere i classici").


«Neque longiora mihi dari spatia vivendi volo, quam dum ero ad hanc quoque facultatem scribendi commentandique idoneus» (Aulo Gellio, "Noctes atticae", «Praefatio»).


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lunedì 19 gennaio 2015

SU HOUELLEBECQ


È pur vero che l'ultimo romanzo di Michel Houellebecq è stato investito da un tornado di fortuna tragica, perché nello stesso giorno della sua uscita in Francia (il 7 gennaio scorso) viene sterminata da un attacco sedicente islamista quasi l'intera redazione del giornale satirico "Charlie Hebdo", il cui ultimo numero aveva in copertina proprio una caricatura di Houellebecq. Il romanzo, per di più, è una lucida visione distopica (o utopica? Su questo l'opera è ambigua e aperta) che descrive l'islamizzazione della Francia - e pian piano dell'Europa intera, destinata a un futuro da sacro romano impero islamico - a seguito della vittoria, alle elezioni presidenziali del 2022, di un candidato musulmano. Coincidenze pazzesche, insomma, che hanno lanciato "Sottomissione" sulle ali delle raffiche di Kalashnikov, trasformandolo immediatamente in un caso letterario di dimensioni planetarie, e che in qualche modo ne condizionano la lettura spingendo a sopravvalutarlo e facendolo quasi apparire come una sorta di oracolo dello Zeitgeist. Ma non c'è solo la fortuna, in questo caso.

Se dovessi sintetizzare in una formula icastica l'impressione che mi ha fatto questo romanzo un po' sgangherato - con qualche indugio di troppo sull'ammuffito Huysmans, sul porno e sui dibattiti politico-filosofici, pieni di concessioni compiaciute alle idiozie dello storicismo e  del disegno intelligente, messe in bocca a un opportunista ex cattolico convertitosi all'islam per diventare rettore e sottosegretario sotto il nuovo regime - e tuttavia in grado di trasmettere al lettore il senso di una caduta irrimediabile nel gorgo del disfacimento di una vita e di una civiltà (le nostre), non chiederei aiuto alle categorie concettuali della grande critica letteraria. Quella "vecchia bagascia" di Houellebecq (così egli chiama Nietzsche per due volte nel romanzo) non ne sarebbe contenta, visto che detesta l'accademia e il romanzo è anche una satira feroce delle meschinità del mondo universitario, condotta dal punto di vista disincantato e parecchio alcolico di un professore di letteratura francese del XIX secolo mezzo fallito (con le donne e con gli studi) e un po' erotomane (è un frequentatore di Youporn e di siti di escort), le cui uniche passioni intellettuali sembrano essere la vita e l'opera dell'autore di "À rebours". 
Piuttosto, mi pare molto più adatto allo scopo riesumare uno slogan del mitico Gianfranco Funari: con "Sottomissione", potremmo dire, Houellebecq ha messo il dito nel culo al futuro.

giovedì 28 febbraio 2013

Lettera al Papa che se ne va




Caro Ratzinger,

volevo dirti, per quello che può servire (cioè niente), che personalmente ti ho trovato sempre più interessante del tuo tanto celebrato predecessore.
Sei stato un bersaglio polemico valido, perché, come ci ha insegnato il nostro comune maestro, gli atei e antimetafisici come me e i teisti e metafisici come te hanno in comune la devozione alla verità, anche se declinata in due sensi molto diversi (parola di Dio: Nietzsche, FW 344).
Certo, ne hai sparate di fesserie sulla presunta legge naturale inscritta nel cuore degli uomini! Ma, in ogni caso, i tuoi sforzi di razionalizzare e naturalizzare i dogmi della tua dottrina rendevano il tuo linguaggio in parte comprensibile a noi razionalisti, che così potevamo esercitare una sana e implacabile critica.
Sulla tua giovinezza nazista non ho mai avuto nulla da dire. Che scelta aveva un ragazzo nella Germania di Hitler? In Italia, quando una scelta, per quanto difficile, fu possibile, alcuni futuri e famosi intellettuali (compreso un premio Nobel) scelsero Salò. Per non parlare dei giovani italiani di oggi, i peggiori di tutti, che, potendo scegliere qualsiasi cosa, guardano Maria De Filippi e votano Berlusconi.
Viceversa, il tuo predecessore era pessimo sotto ogni punto di vista.
In politica estera, da un lato inciuciava con Pinochet e con Castro (ma solo quando era ormai triste, solitario y final) e finanziava coi soldi sporchi dello Ior l'opposizione al regime polacco (roba meritoria, magari, ma che ci aspetteremmo dalla Cia, non da un Papa), dall'altro silenziava la teologia della liberazione e i preti sudamericani che stavano dalla parte dei più deboli.
In casa, poi, solleticava i peggiori istinti superstiziosi e miracolistici dei poveri di spirito, come se non bastassero i danni culturali causati da Padre Pio. A partire dall'attentato, si è trasformato nel capo dei creduloni idolatri, delirando sulla pallottola deviata in calcio d'angolo dalla Madonna (invece di baciare i piedi ai chirurghi) e sul terzo mistero di Fatima. Poi, un bacio a Teresa di Calcutta di qua e l'esibizione oscena del suo declino fisico di là, hanno contribuito a creare un patetico mito idolatrico. Sul piano intellettuale, poi, la sua ultima produzione teologico-filosofica è stata irrilevante, se non altro perché il suo ghost writer eri tu (vedi Fides et ratio, in cui la tua mano si sente ad ogni riga).
E infatti tu sai benissimo cosa vuol dire essere il burattinaio di un Papa, visto che sei stato il suo. Ed ora, rendendoti conto che l'età ti stava lentamente trasformando nel burattino di prelati più giovani e più cinici, hai rinunciato all'incarico, compiendo un gesto di intelligenza astuta, più che di sacrificio coraggioso.

Buon tramonto contemplativo, dunque, lì sul monte della solitudine.

Con stima.

domenica 8 gennaio 2012

Religione filosofica versus religione popolare. Nota su un passo della tesi di laurea di Marx




Paul K. Feyerabend nella sua foto preferita
C’è un passo della tesi di laurea di Marx (Differenza tra le filosofie della natura di Democrito ed Epicuro, 1841) che offre l’occasione per ripercorrere certi dispositivi di discorso tipici di quella filosofia che sin dalle sue origini intende sostituire una propria teologia a quella più tradizionale e popolare: «La filosofia, finché una goccia di sangue pulserà nel suo cuore assolutamente libero, dominatore del mondo, griderà sempre ai suoi avversari, insieme a Epicuro: “empio non è chi rinnega gli dèi del volgo, ma chi le opinioni del volgo applica agli dèi”. La filosofia non fa mistero di ciò. La dichiarazione di Prometeo – “detto francamente, io odio tutti gli dèi” – è la sua propria dichiarazione, la sua propria sentenza contro tutti gli dèi celesti e terreni che non riconoscono come divinità suprema l’autocoscienza umana»1.
L’interesse di questo passo consiste soprattutto nel fatto che esso testimonia un momento dello sviluppo del pensiero marxiano, ancora fortemente influenzato da Hegel, che subito dopo verrà abbandonato. Già nel 1843, infatti,  nell’Introduzione a Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, Marx guadagna quella prospettiva materialista-storica che lo pone al di fuori del gruppo dei giovani hegeliani critici della religione, perché egli vedrà in quest’ultima l’“oppio dei popoli”, cioè quell’epifenomeno destinato a scomparire dalla storia insieme alle stesse condizioni materiali contraddittorie, ingiuste e infelici che rendono necessaria per il popolo oppresso la droga religiosa, in quella peculiare preistoria degli Stati e delle società (tuttora perdurante) che si fondano sulla divisione in classi e sulla loro lotta, in cui a perdere sono sempre i più deboli. Questa peculiare concezione della religione, che è una delle cifre del carattere rivoluzionario e unico del pensiero di Marx, non è però presente nel passo citato, che invece, grazie all’impronta hegeliana ancora molto marcata, reca in sé la traccia evidente di un vizio antico di certa filosofia, che è quello di fondare nuove teologie non meno mistificanti e opprimenti di quelle che intende demistificare e da cui intende liberare.
 Si noti innanzi tutto l’uso retorico e significativamente distorto che fa Marx del verso 975 del Prometeo incatenato di Eschilo: mentre il titano Prometeo (genealogicamente non inferiore a un dio come Zeus) dichiara di odiare non già gli dèi tout court, ma gli dèi cui ha fatto del bene e da cui ha ricevuto del male (cfr. v. 976), cioè gli dèi ingrati, Marx sostiene che la filosofia fa propria la professione di odio di Prometeo rivolgendola a tutte le divinità che non si sottomettono all’autocoscienza umana, una divinità superiore a loro. Ma perché superiore? Per almeno due ragioni: 1) perché, nell’ottica hegeliana, l’autocoscienza umana che si mostra nella filosofia, nella prospettiva dello Spirito assoluto, costituisce un superamento dialettico rispetto a quella esibita dalla rappresentazione religiosa; e inoltre 2) perché, feuerbachianamente (L’essenza del cristianesimo è dello stesso anno della tesi di laurea di Marx), è l’autocoscienza umana a creare gli dèi, non viceversa. Come si vede, dunque, qui è in azione una mossa classica della filosofia, e cioè la sostituzione delle divinità create dalla pietà popolare e dall’immaginazione artistica e mitopoietica con una divinità creata dai filosofi, in questo caso l’hegeliana autocoscienza umana.
La stessa mossa, peraltro, era presente già nel passo della Lettera a Meneceo (123-124) citato da Marx, laddove Epicuro stava sostituendo la mitologia tradizionale (volgare) con la propria (filosofica), la quale prevede degli dèi assolutamente indifferenti alle esigenze e agli appelli umani, che è quanto di più letteralmente impopolare si possa immaginare, visto che è tipico della religiosità popolare affollare il cielo di oggetti intenzionali con cui entrare nel rapporto tipicamente umano del dare-e-avere attraverso la preghiera, l’invocazione, il voto, l’offerta, ecc. Non è un caso che Daniel Dennett abbia proposto di definire operativamente le religioni tradizionali come «sistemi sociali i cui partecipanti affermano di credere in uno o più agenti soprannaturali di cui bisogna cercare l’approvazione» in un paragrafo del primo capitolo di Rompere l’incantesimo2 significativamente introdotto  da un’epigrafe tratta da un passo del sesto paragrafo de L’avvenire di un’illusione (1927), in cui Freud critica aspramente il Dio dei filosofi: «I filosofi estendono il significato delle parole fin dove queste non serbano più quasi nulla del loro senso originario; chiamano “Dio” un’astrazione vaga che si sono foggiata e sono allora di fronte a tutto il mondo anche deisti, credenti; possono anche vantarsi di aver foggiato un concetto di Dio più alto, più puro, pur non essendo più il loro Dio che un’ombra inconsistente, non la possente personalità della dottrina religiosa»3.
Certo, anche Freud non manca, più avanti, nel decimo e ultimo paragrafo del suo stupendo saggio, di cadere in tentazione e di parlare del dio degli scienziati, «il nostro dio LógoV», ma è significativo osservare come egli si premuri di mostrarlo molto più debole del dio della tradizione: «il nostro dio LógoV non è forse molto onnipotente, può adempiere solo una piccola parte di ciò che i suoi predecessori hanno promesso»4, per dire che la scienza potrà soddisfare solo gradualmente e per le generazioni future certe aspettative lecite degli uomini, come la pace e la diminuzione della sofferenza, solitamente richieste egoisticamente per sé e subito con invocazioni e preghiere al dio ebraico-cristiano5.
La critica di Freud qui mi sembra anticipare alcune idee consistenti su cui hanno successivamente insistito Wittgenstein, che ha subìto non poche suggestioni freudiane (per sua stessa ammissione), e Feyerabend, nelle cui opere c’è molto di wittgensteiniano (per sua stessa ammissione). Quando Wittgenstein, nel Libro blu6, decostruisce il peculiare “desiderio di generalità” dei filosofi che, nel tentativo di scimmiottare un malinteso metodo scientifico e di fondare una mai precisata scienza filosofica, “ha paralizzato la ricerca filosofica”, ha in mente anche le tipiche e indebite estensioni di significato di certi termini del linguaggio comune (dio, fiume…) operate dai filosofi sin dall’antichità; le stesse, per esempio, che hanno portato alla ben nota immagine eraclitea, cui Wittgenstein nel Big Typescript  ha dedicato una rapida osservazione parentetica, fulminante nella sua ovvietà, poi non inclusa nel § 116 della prima parte delle Ricerche filosofiche, che in parte deriva proprio da questo luogo: «Noi riconduciamo le parole dal loro impiego metafisico al loro impiego corretto [variante: ‘normale’] nel linguaggio. (L’uomo che disse che non è possibile scendere due volte nello stesso fiume, disse qualcosa di falso; si può scendere due volte nello stesso fiume.)»7.
La tentazione dell’astrazione è stata al centro delle ultime riflessioni di Feyerabend, al punto che a una sua critica in nome della riconquista dell’abbondanza variegata e irriducibile della realtà ha dedicato il suo ultimo libro, rimasto incompiuto e pubblicato postumo: Conquest of Abundance (1999). Nel capitolo dedicato a Senofane (I, 2), e in particolare nel § 4, intitolato proprio “Gli Dei”, Feyerabend smaschera la stessa procedura che in questa nota abbiamo attribuito a Epicuro, al giovane Marx ispirato da Hegel (in cui essa arriva al parossismo panlogico) e, attraverso Wittgenstein, a Eraclito. Dopo aver citato i ben noti frammenti 11, 12 e 14-16 di Senofane, in cui è contenuta la sua critica alla concezione antropomorfica degli dèi, Feyerabend osserva: «non c’è dubbio che i commenti di Senofane suonino eccelsi se letti da un intellettuale progressista dei giorni nostri. Ma non era questo il loro scopo. Senofane si rivolgeva ai suoi contemporanei, non a Sir Karl [Popper, il quale, com’è noto, ha celebrato Senofane come suo precursore in merito al congetturalismo]. Come reagirono costoro e cosa avrebbero potuto replicare i difensori della tradizione? (…) Così, un fervente difensore del pluralismo religioso poteva facilmente replicare che, trattandosi di entità tribali, gli Dei, come i re, assomigliavano in realtà ai loro sudditi. “Hai ragione, Senofane”, avrebbe potuto rispondergli, “i nostri Dei ci assomigliano e spesso agiscono come noi. Dopotutto, sono i nostri Dei. Ma perché mai pensi che questa sia una critica?”»8. Le divinità tradizionali costituivano una folla davvero abbondante e non di rado contraddittoria, per via del fatto che i culti erano locali e spesso c’erano scambi, assimilazioni e giustapposizioni  dovuti ai viaggi e alle conquiste. Ma cosa proponeva Senofane al posto di questa abbondanza umana, troppo umana? Un dio assolutamente e mostruosamente inumano, uguale per tutti, senza alcun sapore localistico e senza alcun rapporto privilegiato con un gruppo etnico, che i frammenti 23-26 presentano precisamente come unico, più grande di tutti gli altri dèi (come l’autocoscienza umana del giovane Marx), diverso dagli uomini per aspetto e pensiero, immobile come un tiranno al centro del suo impero, onnisciente e capace di imprimere movimento con la sola forza della mente. È noto che già in Contro il metodo9 Feyerabend usava come esempio paradigmatico di rottura discontinua tra concezioni generali del mondo il passaggio dalla forma di vita della Grecia arcaica, includente una ben precisa cosmologia mitica ‘umana’ e rintracciabile nei poemi omerici, a quella, più razionalistica, astratta e ‘inumana’, propagandata da filosofi come Senofane, Parmenide, Eraclito e Democrito, e affermatasi nella polis tra il VII e il V secolo a. C., cioè nel periodo in cui, com’egli dirà nel Dialogo sul metodo, «i filosofi cercavano di sostituirsi ai poeti come guide intellettuali e politiche»10. Nella sua ultima opera, invece, concentrandosi in particolare sulla teologia di Senofane, egli approfondisce ulteriormente l’analisi del meccanismo retorico di astrazione violenta operata dal desiderio di generalità dei filosofi e mette in luce come essa preferisca la costruzione di un mostruoso “mondo vero” (nel senso di Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, IV) basato su un “super-ordine tra super-concetti” (nel senso di Wittgenstein, Ricerche filosofiche, I, § 97) a discapito della ricchezza delle produzioni culturali umane in campo religioso: «Ciò che abbiamo non è un essere che trascende l’umanità (dovrebbe essere forse ammirato per questo?), ma un mostro, molto più terribile di quanto potessero mai aspirare ad essere i lievemente immorali Dei omerici. Questi si potevano ancora capire: si poteva parlare loro, cercare di influenzarli, qua e là li si poteva persino ingannare, le loro azioni indesiderate potevano essere prevenute per mezzo della preghiera, delle offerte, delle argomentazioni. Tra gli Dei omerici e il mondo che governavano (e spesso perturbavano) c’erano relazioni personali. Il Dio di Senofane, che ha ancora tratti umani ma ampliati in maniera grottesca, non permette tali relazioni. Eppure, provoca ancora degli effetti. Nella sua forma più filosofica, e quindi più moralizzata, la fede olimpica tendeva a farsi religione della paura, una tendenza questa che è riflessa nel vocabolario religioso: nell’Iliade non c’è termine alcuno per “timorato di Dio”»11 . Ed è terrificante, prosegue Feyerabend, osservare quanto entusiasmo abbia suscitato in molti filosofi influenti questa fabbrica logica di mostri messa in funzione dal desiderio di astrazione, fino a rendere del tutto familiare l’idea che il fondamento della realtà sia uno di essi (l’Idea, il Nous, il Logos, l’Uno, lo Spirito, l’Assoluto,  la Volontà, l’Essere, il Disegno intelligente), quando in origine si trattava solo del fatto che ad alcuni intellettuali mancava un impegno emotivo nei confronti degli usi popolari: «Le persone comuni, soprattutto nelle zone rurali, conservavano un impegno del genere. Esso mancava agli intellettuali, gente di città, che guardavano dall’alto in basso gli usi convenzionali e le cui connessioni con gli strati più umili dell’umanità non erano mai state molto strette. Mancava loro la capacità di conservare l’abbondanza che era stata affidata a loro e ai loro contemporanei»12
Nelle mie intenzioni, è meglio precisare, queste considerazioni non si traducono nella difesa delle superstizioni più oscurantiste contro l’offensiva illuminista e razionalista (tentazione cui spesso non hanno resistito l’ultimo Wittgenstein e Feyerabend). Per dirla con le parole di Freud (che oggi trovano un’eco nelle ricerche sulle origini biologiche ed evolutive della propensione cognitiva a sviluppare credenze religiose), nessuno mi convincerà che le «rappresentazioni religiose» non abbiano una «genesi psichica», perché esse, «che si presentano come dogmi, non sono precipitati dell’esperienza o risultati finali del pensiero, sono illusioni, appagamenti dei desideri più antichi, più forti, più pressanti dell’umanità»13; ed è mia convinzione, per dirla con Cioran, che «finché vi sarà ancora un solo dio in piedi, il compito dell’uomo non sarà finito»14, soprattutto se gli dèi sono il manto ipnotico che i re nudi di religioni istituzionalizzate usano per camuffare e conservare il loro dominio spirituale, politico ed economico su masse di fedeli ingenui. Piuttosto, quello che qui si è voluto suggerire è che la filosofia non ha recato un grande contributo alla ricerca della verità e alla diffusione all’onestà intellettuale quando ha preteso di sostituire idoli popolari e familiari con mostri concettuali impressionanti e vacui. Ecco perché, per tornare a Marx, anche se poi il suo pensiero è approdato ad altre, ma più oneste ed umane, utopie, considero una benedizione il suo precoce abbandono dell’idea che il mostro hegeliano dell’autocoscienza umana sia una divinità superiore a tutti gli dèi.


NOTE

1 Karl Marx, Differenza tra le filosofie della natura di Democrito ed Epicuro, ed. it. a cura di Diego Fusaro, Bompiani, Milano 2004, p. 97 e p. 99.
2 Daniel C. Dennett, Rompere l’incantesimo. La religione come fenomeno naturale (2006), tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2007, p. 9 (per l’epigrafe tratta da Freud, cfr. p. 7).
3 In Sigmund Freud, Il disagio della civiltà e altri saggi, Bollati Boringhieri, Torino 1971, (rist. 2009), p. 173.
4 Ivi, p. 195.
5 Cfr. ivi, p. 194.
6 Cfr. Ludwig Wittgenstein, Libro blu e libro marrone, Einaudi, Torino 1983, pp. 26-30.
7 Id., The Big Typescript, XII, § 88.4, Einaudi, Torino 2002, p. 411.
8 Paul K. Feyerabend, Conquista dell’abbondanza,  Raffaello Cortina, Milano 2002, pp. 64-65.
9 Cfr. Id., Contro il metodo (1975), tr. it. Feltrinelli, Milano 1995, in part. cap. 17, p. 216 e ss.
10 Id., Dialogo sul metodo, Laterza, Roma-Bari,  1989, I, p. 74.
11 Id., Conquista dell’abbondanza, cit., p. 66.
12 Ivi, p. 67.
13 L’avvenire di un’illusione, § 6, in Sigmund Freud, Il disagio della civiltà e altri saggi, cit., p. 170.
14 E. M. Cioran, Confessioni e anatemi (1987), tr. it. Adelphi, Milano 2007, p. 133.


[Già su "Vita pensata", febbraio 2011]

martedì 27 dicembre 2011

Musica per organi caldi: il sillabario di Perec e Calvino





Stai per cominciare a leggere una chicca, Piccolo sillabario illustrato di Italo Calvino (più volte edito tra il 1977 e il 1985, il pezzo è stato poi ristampato in coda alla raccolta postuma Prima che tu dica "Pronto", a cura di Esther Calvino, Mondadori 1993; ora è nel terzo Meridiano dei Romanzi e racconti, Mondadori 1994, pp. 334-341). Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: “No, non voglio vedere la televisione!”. Alza la voce, se non ti sentono: “Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!”. Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: “Sto cominciando a leggere uno dei più preziosi contributi all’OULIPO di Italo Calvino!”. O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace. Prendi la posizione più comoda. Fai copia, disconnettiti, apri un documento Word e incolla. Oppure disconnettiti e stampa direttamente. Risparmierai sulla bolletta, se non hai l'ADSL. Ti attendono due compiti molto impegnativi, oltre a quello di riuscire a ricordare finalmente dove diavolo hai già letto molto di quanto precede: 1) leggere il testo di Calvino; 2) assistere a un gioco diabolico.

1) Ora leggi attentamente la perla di Calvino.



Il ‘Petit abécédaire illustré’ di Georges Perec (pubblicato privatamente nel 1969 e poi in: Oulipo, La littérature potentielle, Gallimard 1973, pp. 239 e 305) è composto di 16 brevissimi testi narrativi la cui chiave viene data in fondo: ognuno di essi equivale semanticamente a un altro testo di poche sillabe che a sua volta equivale foneticamente alla successione d'una consonante e delle cinque vocali come nei sillabari: BA-BE-BI-BO-BU, CA-CE-CI-¬CO-CU, DA-DE-DI-DO-DU, e così via per tutte le consonanti dell'alfabeto.
Per esempio: PA-PE-PI-PO-PU è reso così: «Trasferitosi a Cremona, il Sommo Pontefice scruta con ansia il fiume che manda cattivo odore. Pape épie, Pó pue».
Un'operazione equivalente presenta in italiano maggiori dífficoltà, dato che il rapporto fonetica-ortografia nella nostra lingua non permette varianti se non minime, e dato anche che i monosillabi sono più scarsi, e sopratutto che pochissime parole finiscono in u. Ho tuttavia cercato di condurre l'operazione fino in fondo, per tutte le consonanti dell'alfabeto italiano (esclusa la Q) compresi il doppio suono della C e della G e le consonanti composte GL, GN, SC: in totale 19 esercizi di sillabario.
Mi sono tenuto rigorosamente alle serie tipo BA-BE-BI-BO-BU, senza altra libertà che quella di raddoppiare la consonante e la vocale. (In qualche caso la vocale viene triplicata). Le due sole eccezioni riguardano la serie GN, in cui una vocale estranea viene elisa nella pronuncia ma non nella grafia, e la serie in P che termina con una consonante estranea semimuta. (Questo testo in P è un contributo di Giampaolo Dossena). L'uso delle sigle, raro in Perec, è stato qui necessario in parecchi casi.
Credo d'essere riuscito ad attribuire un senso a tutte le successioni di sillabe. Per la serie Z l'impresa si presentava disperata, masarebbe stato poco sportivo arrendersi proprio alla fine.



BA-BE-BI-BO-BU

Tutte le ragazze impazziscono per Bob ma egli sembra insensibile alle loro lusinghe. Saputo che Bob parte per una crociera in India, Ulrica decide d'imbarcarsi sullo stesso piroscafo, sicura che le lunghe giornate di navigazione saranno propizie alla conquista. All'amica Ludmilla, che le manifesta il suo scetticismo, Ulrica dice: «Vedrai. Appena riuscirò a sedurlo ti scriverò. Scommetto che sarà prima d'uscire dal Mar Rosso». Difatti, da Bab-el-Mandeb, Ludmilla riceve una laconica cartolina.

Bab. Ebbi Bob. U.


CA-CHE-CHI-CO-CU

Nella clinica gastroenterologica viene condotta una ricerca sulle feci dei pazienti. Ogni produzione fecale viene classificata in diciassette categorie designate da lettere dell'alfabeto: dalla A, per le più voluminose, alla Q, per quelle minuscole. Un infermiere compie ogni mattino il giro dei reparti, chiede a ogni ricoverato se ha feci recenti da mostrare, e dopo una rapida occhiata, segna la lettera corrispondente nel registro. Poche parole gli bastano a formulare domande, valutazioni e conclusioni.

- Cacche? Chicco. Q.


CIA-CE-CI-CIO-CIU

L'istituzione delle Comuni, nella Cina di Mao, si scontrò agli inizi contro gravi difficoltà. La distribuzione dei ge¬neri alimentari avveniva in modo irregolare e i magazzini di vendita al pubblico restavano talora completamente sprovvisti. Poteva succedere che una massaia che chiedeva allo spaccio la sua razione di legumi si sentisse rispondere che le scorte erano finite e che nel negozio vuoto non restava che il ritratto del primo ministro appeso al muro.
- Ci ha ceci? - Ci ho Ciu.

DA-DE-DI-DO-DU

Una giovane americana che studia bel canto in Italia non è molto dotata per il do di petto. Il maestro la implora che butti fuori la nota, e per essere più persuasivo, cerca d'esortarla in inglese a fare quanto lui le chiede.
Dà, deh, di do! Do!* 
*In inglese.

FA-FE-FI-FO-FU

Difetto di registrazione o contraffazione intenzionale della voce, dal disco non si riusciva a riconoscere chi era l'attore comico che aveva inciso quello sketch. Ma bastò

ascoltare la registrazione con un impianto hi-fi per non avere più dubbi.

- Fa fe' fi: Fo fu.


GA-CHE-CHI-GO-GU

Un certo Ghigo fa ridere di sé ogni volta che per difendere un suo diritto sbandiera un decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Gag è Ghigo: - Ho G. U.


GIA-GE-GI-GIO-GIU

- Questa volta non mi scappi, Joe! - disse lo sceriffo. ¬Butta a terra le pistole, svelto! Non è il momento di metterti a gingillare!

- Già aggeggi, Joe? Giù!


GLIA-GLIE-GLI-GLIO-GLIU

Un erbivendolo toscano, sentendo che qualcuno si do¬manda se ha dell'aglio, risponde che i suoi agli sono sugosi come l'olio.

- Gli ha agli egli? - Gli ho ogli, uh!


GNA-GNE-GNI-GNO-GNU

La signora Agnese, in dialetto Gnà Agnè, è paragonata, da un poeta che la corteggia, a un'antilope di fuoco, anzi a tutte le antilopi di fuoco che si possono immaginare.

Gnà Agnè è (o)gni igneo gnù.

LA-LE-LI-LO-LU

Nei suoi inquieti amori con Nietzsche, Lou Salome avrebbe ben voluto provocare nell'amico una levitazione non solo spirituale ma anche fisica. Battendosi le mani sulla fronte, il filosofo le rispondeva che solo la sua mente era dotata d'ali per innalzarsi a volo.

- L'ale li l'ho, Lou!


MA-ME-MI-MO-MU

I maestri del buddismo Zen, posti di fronte a una do¬manda che non ammette altra risposta che un si o un no, ricorrono a un terzo termine: mu, parola giapponese che significa: «né sì né no» ossia «questa domanda è malposta». Così anch'io accompagno i sì e i no che mi vengono strappati dalle circostanze con alzate di spalle e scrollate del capo che si rivolgono sopratutto a me stesso. 

- Ma a me mimo mu.


NA-NE-NI-NO-NU

L'obiezione che veniva mossa alla nomina di Pietro Nenni a Ministro degli Esteri era che egli non godesse della simpatia degli ambienti diplomatici americani. 1 suoi sostenitori controbattevano questo argomento ricordando che poteva contare su molti amici alle Nazioni Unite. 

- N'ha Nenni in ONU.


PA-PE-PI-PO-PU

(da Giampaolo Dossena)

1944. Il cielo notturno dell'Italia del Nord occupata dai Tedeschi è solcato non solo dalle potenti squadriglie dei bombardieri americani ma anche da un piccolo aereo inglese solitario, che ogni notte sorvola campagne e paesi sperduti e sgancia qualche bomba ogni tanto senz'altro obiettivo apparente che quello d'una sua «guerra dei nervi». Gli Italiani hanno imparato a riconoscere il suo rombo e a non mettersi in allarme per le sue visite quasi sempre inoffensivo. Lo chiamano «Pippo».
Una notte stavo leggendo il libro di Desiderius Papp Avvenire e fine del mondo e riflettevo sulla fuga delle galassie, sull'esplodere e spegnersi delle stelle, sulle prospettive d'un'estinzione della vita sulla terra. Fu allora che sentii un rombo avvicinarsi nel cielo, poi un'esplosione. «Pippo» aveva sganciato una bomba. Dalle remote lontanze del cosmo, fui riportato improvvisamente al «qui e ora». 

- Papp, e Pippo: Pu(m)!


RA-RE-RI-RO-RU

Quando alla Segreteria delle Nazioni Unite fu insediato un birmano, c'era chi si domandava se la cattiva pronuncia della lettera «r», caratteristica degli orientali, non avrebbe causato difficoltà. Invece in pochi mesi U Tant dimostrò di padroneggiare benissimo la fonetica occidentale. E un amico se ne congratulò con lui, dandogli atto che ormai solo poche volte la pronuncia di una «erre» lasciava a desiderare.

- Rare erri «r» or, U.

SA-SE-SI-SO-SU

I
Per convincere il proprietario d'un night-club a scritturarla, una spogliarellista lo assicura della propria efficacia nel provocare l'eccitazione degli spettatori.

- Sa? Sessi isso su!


SCIA-SCE-SCI-SCIO-SCIU

Uno studioso di linguistica comparata, giunto in Persia per verificare alcune particolarità della fonetica indoeuropea, si avventura nel palazzo dello Scià. Un giannizzero gli intima d'uscire, avvertendolo che l'imperatore ricorre ancora alla decapitazione mediante la scure. Con candore, lo studioso si limita a indicare l'oggetto della sua ricerca: l'origine delle desinenze in u nei dialetti della Campania preromana, particolarmente in quello degli Osci.

-Scià ha asce! Esci! Sciò! - Osci u.


TA-TE-TI-TO-TU

Un impiegato di banca toscano, a un amico che gli chiede schiarimenti sulla causale d'una cifra che risulta addebitata al suo conto corrente, spiega che si tratta del pagamento della bolletta del telefono che la banca preleva d'ufficio per versarla alla società TETI.

- T'ha TETI tot, tu.


VA-VE-VI-VO-VU

Apparizione insolita nel centro della metropoli, una gallina attraversava lentamente la strada provocando bruschi arresti nel traffico. Un cittadino s'affrettò ad avvertire un vigile urbano, con parole rapide e un po' enfatiche.

- Va ave vivo, V.U.!


ZA-ZE-ZI-ZO-ZU

Il verbo «zazzeare» è usato di rado ma figura nei dizionari col significato di «andare a zonzo». Un tale, che ama i vocaboli desueti e per di più fa un frequente uso di elisioni, incontra suo zio e gli chiede se va a spasso. Lo zio che a sua volta ha la mania d'usare a dritto e a traverso preposizioni tedesche, gli risponde che è diretto al giardino zoologico.

- Zazze', zi? - Zoo zu!


2) Anni fa proposi agli amici del forum docenti neoassunti (sempre nell’area del cazzeggio chiamata “Caffè”) di fare il verso a Calvino, rifacendo più e più volte il sillabario, magari con trovate scherzose e dissacranti. Molti risposero all'appello, ma solo pochi pazzi riuscirono a completarlo. Quelli che seguono sono i miei contributi alla folle impresa. 

BA-BE-BI-BO-BU

1
Funzionava così. Umberto, il capo degli ultras bergamaschi, prima di scegliere un calciatore di colore della squadra avversaria da prendere di mira nei cori razzisti da lui diretti, si consultava con Irene, la sua fidanzata, che anche allo stadio gli stava sempre accanto. Ludmilla, però, raramente gli era d’aiuto, perché, eternamente strafatta, spesso si limitava ad alzare le spalle emettendo suoni che denotavano un’incertezza ebete e trasognata. Quella volta assistevano a un Atalanta-Milan.
[N.B. Quando scrissi questo pezzo il Milan aveva un calciatore di colore che si chiamava Ba]

- Ba, baby*? *In inglese
- Bo(h)!
- Buu…!

2.
Roberto, notissimo tipo da spiaggia, lavora così. Se ne sta sotto l'ombrellone e manda un suo scagnozzo in giro con una sua fototessera in cerca di pollastre per il suo harem. Un giorno, però, gli andò malissimo e il suo scagnozzo tornò con i numeri di telefono di donnine da quattro soldi.

Babbe ebbi, Bob. UH!

CA-CHE-CHI-CO-CU

Nell’anno 2020 il federalismo italiano, com’era facilmente prevedibile, imboccò la strada del secessionismo estremista e Venezia, tornata ad essere uno stato indipendente, cadde nelle mani di un’orda di leghisti talebani. L’intolleranza xenofoba raggiunse livelli grotteschi e squadre speciali di Camicie Verdi avevano il compito di sorvegliare e punire i turisti non padani in qualche modo indisciplinati. I reati e le relative sanzioni, per venire incontro al grado di alfabetizzazione delle forze dell’ordine, vennero indicati nel codice penale con una vocale diversa, secondo la seguente tavola di corrispondenza:

A come “acqua” = reato igienico (turisti sporchi e sudati), punito con tre immersioni nel Canal Grande a testa in giù;
E come “espulsione” = reato politico (turisti senza permesso di soggiorno);
I come “internamento” = reato sociale e razziale (turisti che cercano inciuci con gli autoctoni);
O come “ospedale” = reato penale (turisti accusati di associazione a delinquere), punito con manganellate;
U come “ustione” = reato culturale (turisti ignoranti su Venezia), puniti con lo spegnimento di una cicca sulla mano.

Un giorno capitarono a Venezia Alfio e Rosalia, i quali, avendo letto su un depliant che lì i palazzi si chiamano Ca’ e che alcuni sono “Chic” (che loro leggevano così come si scrive e pensavano fosse un nome proprio), chiesero a una guardia dove si trovasse “Ca’ Chic”. La guardia, per essere sicura, si fece ripetere la domanda, e quando comprese che aveva di fronte due terroni ignoranti, li fece arrestare e punire secondo il codice “U”.

- Ca’ che?
- Chic…
- Ok, U!


CIA-CE-CI-CIO-CIU

1
A Little Italy la Cupola s’è riunita d’urgenza perché un informatore ha riferito che i servizi segreti americani stanno infiltrando agenti nella cosca di Ciccio Panzaloca Jr. Poche le parole: fu detto il fatto e il patto in atto.

- CIA c’è!
- Ciccio c’ìu… 

2
In una pizzeria di Little Italy, frequentata solo da picciotti italoamericani, entrano gli agenti della CIA per cercare Don Ciccio Panzaloca, noto boss della mafia, che secondo le dichiarazioni di alcuni pentiti di Guantanamo collabora con il terrorismo islamico. Naturalmente gli avventori della pizzeria non cantano. Piuttosto, assumendo l'atteggiamento richiesto dal codice, cinguettano distrattamente.

- CIA! C'è Ciccio?
- Cììu...

DA-DE-DI-DO-DU

Il papà di Pierino insegna inglese alle medie, ed è così fissato che sin da quando il figlio ha cominciato a parlare ha preteso che si rivolgesse a lui chiamandolo “Dad”. Ora Pierino, che frequenta la prima media e naturalmente odia l’inglese, sta facendo i compiti e si vendica chiedendo al padre delucidazioni persino sul tempo dell’ausiliare da anteporre alle più semplici frasi interrogative.

Dad, è “did” o “do”?

FA-FE-FI-FO-FU

1.
In risposta ai frequenti attacchi satirici del noto giullare premio Nobel per la Letteratura, l’Ufficio Stampa di Forza Italia, dopo aver affidato agli Onorevoli Vito e Schifani il compito di una rigorosa analisi critico-letteraria della sua opera omnia, sentiti anche gli autorevolissimi pareri storico-filologici dei Ministri Bossi e Gasparri, ha comunicato ufficialmente che, secondo il Cavaliere, Dario Fo è un autore ormai superato, anzi, artisticamente parlando, praticamente defunto.

Fa fe’ F.I.: Fo fu

[Si noti che, sul piano sintattico, la mia sequenza è praticamente identica a quella di Calvino, mentre è ben diversa sul piano semantico] 

2. 
Prima di cominciare a scrivere le Philosophische Untersuchungen (indicate con P[h]U in molti saggi su Wittgenstein), cioè al tempo in cui, trentenne, si preparava per l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole elementari, Wittgenstein pensò di darsi alla musica, sia perché era la sua più grande e autentica passione, sia anche perché voleva emulare il fratello Paul, noto pianista. Come spesso gli capitava, però, bastò un piccolo incidente per fargli abbandonare il progetto. Infatti, come spiegò poi a Russell (la cui preziosa testimonianza è stata tradotta in fiorentino aulico in un volume fuori commercio de La Nuova Italia), un giorno dal suo clarinetto, invece di un FA, uscì un sibilante FIII, per cui decise di tornare alla filosofia. Così nacque il “secondo” Wittgenstein.

- FA fe’ FIII!!!!! Fo Ph.U.!


GA-GHE-GHI-GO-GU

Il compianto Giorgio Gaber, il “Signor G.”, prima di morire stava pensando di dedicare uno dei suoi esilaranti monologhi amletici a una questione linguistica apparentemente futile, ma inquietante per chiunque si accosti all’inglese con spirito tassonomico: perché mai, se “I do” si legge “Ai du”, “I go” non si deve leggere “Ai gu”?

G. ha gag: “(A)I… go o gu?” 


GIA-GE-GI-GIO-GIU

Un funzionario dell’ACI di Genova, che quando parla di auto in città indica quest’ultima con l’eventuale sigla della targa automobilistica, si sta complimentando con l’amico Gigi, appena arrivato nel capoluogo ligure in macchina dalla Sicilia in tempo record.

Già a GE, Gigi, oggi? Uh!


GLIA-GLIE-GLI-GLIO-GLIU

Lo Chef anglo-toscano di un noto ristorante fiorentino sta dando disposizioni ai suoi collaboratori su chi deve occuparsi di sbucciare i vari tipi di aglio e su chi, invece, deve occuparsi di distribuire nelle apposite oliere i vari tipi di olio.

- Gli agli, egli; gli ogli, you.


GNA-GNE-GNI-GNO-GNU

Ignazio e Agnese Guttadauro (Gna’ e Agne’ per gli amici) sono una coppia latinoamericana di origini siciliane. Non potendo avere figli, hanno sviluppato una grande passione naturalistica. Adesso devono decidere se adottare un bambino o allevare un’antilope. 

Gna’ a Agne’ G.: “Nigno o gnu?”.

LA-LE-LI-LO-LU

1.
Humbert Humbert partorì una delle sue idee perverse. Immaginò di convincere Lolita a tatuarsi due lettere, la E su una chiappa e la U sul monte di Venere, debitamente depilato. Le due lettere dovevano formare il prefisso di origine greca che dice il bene e la felicità (la loro, e soprattutto la sua). Andò a farle la proposta di mattina, quando per lui era solo Lo, e la trovò, come al solito, "ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo".

Là l'E; lì, Lo, l'U.

2.
Il perverso triangolo Paul Rée-Lou Salome-Friedrich Nietzsche arrivò al punto che i due uomini imposero alla donna di portare addosso la lettera scarlatta, attaccata alle mutande con un fermaglio. Un giorno Lou si accorse di averla persa e andò a cercarla direttamente a casa di Paul (era sicura di non essersi mai spogliata da Friedrich, al quale nel gioco a tre era stato affidato il ruolo di Onan il Platonico). 

- L’“A” l’è lì?
- L’ho, Lou.


3.
Scena tipo sequenze iniziali di "Barry Lyndon". La Contessa Ale Serbelloni Vien Dal Mare, ormai piuttosto attempata, coinvolge il giovane Luca di Montezemolo in un gioco malizioso in cui il ragazzo deve trovare un nastrino che la donna ha nascosto addosso da qualche parte. Dopo vari tentativi falliti, il giovane capisce, arrossendo, che la donna ha nascosto il nastrino nelle mutande. E le chiede conferma prima del temerario gesto di allungare le mani...

- L'ha, Ale, lì?
- L'ho, Lu'.


MA-ME-MI-MO-MU

1.
Ero stato proprio io a soprannominarlo Mu, sia perché era muto, sia perché, quando gli facevamo degli scherzi particolarmente crudeli (di solito orditi da me, già allora il bullo del branco), Mu muggiva come un bue, non potendo bestemmiare. Ma ora Mu è diventato un grande mimo muto, ed è stato chiamato a testimoniare perché ha assistito per caso a un omicidio di gruppo con stupro. Ecco, il Telegiornale manda in onda l’intervista al suo avvocato subito dopo la deposizione di Mu. Cosa? Dice che ha mimato uno storpio guercio? Sia maledetta quella mina antiuomo che pestai a Kabul, quella volta che decisi di farmi un giro di turismo sessuale pedofilo, e che mi portò via mezza gamba e un occhio! Ora verranno a prendermi. Eccoli, sono dietro la porta. Ho appena il tempo di avvertire la mamma con un SMS.

Ma’, me mimò Mu.

2.
Il professor Landolfi da Caserta, docente di lingue straniere, su suggerimento del professor Scudero, matematico famoso in tutta la piana di Catania, invitò Douglas R. Hofstadter, autore del celebre volume di logica, scienze cognitive e informatica Gödel, Escher e Bach. Un’eterna ghirlanda brillante(1979, edito in Italia da Adelphi nel 1984), a tenere un seminario alle mamme dei suoi alunni presso l’aula magna della scuola dove insegna. Hofstadter cominciò proponendo alle gentili signore partenopee il suo difficilissimo “Gioco MU”, cui è dedicato il primo capitolo del suo libro. Questo gioco consiste nel derivare la stringa MU da un sistema assiomatico, il cosiddetto Sistema MIU, così concepito:

1) 3 elementi: le lettere dell’alfabeto M, I, U;
2) 1 assioma: MI; 
3) 4 regole per la costruzione di stringhe ben formate: 

I) Se si possiede una stringa che termina con una I, si può aggiungere una U alla fine;
II) Se si ha Mx, allora si può includere Mxx nella collezione;
III) Se in una data stringa della collezione c’è III, si può costruire una nuova stringa mettendo una U al posto di III;
IV) Se all’interno di una delle stringhe della collezione c’è UU, si può eliminarlo.


Il maligno gioco, di cui i lettori del tremendo libro (almeno quelli che sono sopravvissuti fino al capitolo IX) conoscono l’indecidibilità, comincia quando chi lo propone, dopo aver illustrato il sistema MIU, comunica che l’unico assioma disponibile come punto di partenza per la derivazione di MU è MI. Il professor Landolfi si incaricò di fare da interprete per le sue compaesane.

- Mamme, MI! Mo’ MU!


NA-NE-NI-NO-NU

Ogni sera, prima di andare a puttane, Nino e Nunzio, due siciliani brancatiani, si consultano laconicamente sulla statura delle donnine da rimorchiare. Questa volta non si trovano d’accordo.

- Nane, Ni’?
- No, Nu’.


PA-PE-PI-PO-PU

Pippo è un ragazzino di buona famiglia e di buone letture, che inconsciamente detesta sia la mamma, che ancora lo vizia con le pappine, sia il papà, che ascolta sempre i Pooh. Un giorno, mentre legge il capitolo CXXIX di Moby Dick, ha un’illuminazione filosofico-esistenziale e in tre parole esprime le categorie dello spirito che la vita gli pone davanti per una scelta decisiva: essere un pappamolla come vorrebbe la mamma, essere eroicamente leale a un ideale (anche se esso dovesse assume le sembianze del folle capitano Achab), oppure essere un borghesuccio ipocrita come papà che alla donna con cui tradisce la moglie canta “Tanta voglia di lei”.

“Pappe, Pip o Pooh?”.


RA-RE-RI-RO-RU

1
Ubaldo, dalla guerra tornato al seguito di re Carlo, apprende che morta è di dolor la sua Rosamunda. A pezzi nel cor, ancor non crede alla triste novella. Al sepolcro va allor, e sul cenere muto or piange e freme di sconsolato amor, un tempo sì casto e cortese qual s’addicea a un prode cavalier. Al fin, freddo sulla lapide un epitaffio incide: parole parche, scabre ed essenziali, ardito iperbato separante, preziose apocopi, di Rosamunda a dir virtute e lontananza.

Rar eri, R., or. 
U. 

2
Dopo sei anni di insegnamento nella ridente cittadina di Niscemi, ho non solo imparato il dialetto, con quella inconfondibile 'r' al posto della 'd' nella preposizione semplice "di", ma ho anche appreso alcune curiose forme sincretistiche di religiosità, risalenti ad antichissime commistioni di culti. Un'antica preghiera in dialetto, ad esempio, comincia con una invocazione al Re dei Cieli in cui il Dio cristiano è anche il Ra degli egizi e il vitello d'oro di certe derive idolatriche degli ebrei.

Ra, Re eri r'oru. 

SA-SE-SI-SO-SU

1.
Alfio Patanè passeggia nervosamente davanti al portone scrostato di un vecchio caseggiato del quartiere Cibali. Sembra che aspetti qualcuno. A un tratto il portone si apre e ne esce un cinquantino segaligno in gessato nero, occhiali spessi di tartaruga, capelli impomatati colla scriminatura laterale dritta e netta, pelle e fare untuosi tipici del sensale matrimoniale. La bocca contratta in un sorrisetto trionfante mette in mostra denti guasti e canini. Alfio lo guarda: bastano poche parole per capirsi e sparire insiene oltre il portone.

- Sa s’è sì?
- So, su! 

2. 
Sara, una single romana eternamente in cerca di sveltine, incontra un’amica con la quale non si vede da tempo. Sin dall’epoca dell’università (facevano entrambe Economia e Commercio) hanno sviluppato un piccolo gergo privato, chiaramente allusivo dietro l’apparenza borsistica, per comunicarsi rapidamente come stanno le cose in fatto di conquiste maschili. Questa volta Sara fa sapere all’amica che l’indice è positivo.

- Sa’, a sessi?
- So’ ssu.

3
Omaggio a Frederick Forsyth 
(il neretto segnala titoli di opere del grande autore inglese)

Mike Martin, veterano inglese del Reggimento dello Special Air Service (Sas), era stato convocato alla Century House dal Secret Intelligence Service (Sis) per una missione speciale segretissima. Travestito da afghano, avrebbe dovuto sfruttare le sue doti di simulatore per infiltrarsi in una cellula di Al Qaeda e sabotare i piani dei mastini della guerra di Bin Laden, che stavano pianificando un attentato a Londra, come era stato riferito all’MI-6 da un capo talebano (già da anni reclutato dallo stesso maggiore Mike) nel quarto protocollo del suo Dossier Odessa (così chiamato perché inviato dal Mar Nero). Verso la fine della missione, però, qualcosa andò storto. L’icona di Mike fu smascherata e, nonostante i maneggi di un amico negoziatore, un vendicatore fondamentalista, noto come Lo Sciacallo, era sulle sue tracce per catturarlo, vivo o morto. A quel punto, il valoroso maggiore Mike Martin, nome in codice U, si trovò di fronte a un’alternativadel diavolo, che in entrambi i casi equivaleva a un fallimento: farsi prendere o chiedere aiuto ai superiori per essere prelevato da un commando del Sas. Per amore della vita, scelse il disonore di essere salvato e trasmise di notte il messaggio criptato di richiesta d’aiuto che era stato convenuto.

“Sas & Sis. SOS”. U.


SCIA-SCE-SCI-SCIO-SCIU

Una giovane coppia di coatti romani sta caricando gli ultimi bagagli in macchina per andare in vacanza a Taormina. Lei, che ha il vezzo di rivolgersi a lui dandogli dello scemo, è indecisa se portare o no gli sci. Lui, che ha imparato due pronomi inglesi grazie alla tariffa “You & Me”, decide per il sì, perché gli sci possono tornare utili a entrambi.

- Sci, a sce’?!
- Sci! Sci io, sci you!


TA-TE-TI-TO-TU

1.
Evidentemente era un dettaglio decisivo, lassù. Infatti, mentre stava per spirare, Gesù si ricordò di chiedere a uno dei due ladroni se avesse derubato e violentato bambinaie. 

Tate… Tito… tu…?

2.
Il tipico sms “di servizio” che Rosalia manda al suo amante è un “Ti amo” abbreviato e rafforzato con un dativo di vantaggio poco regolamentare ma molto espressivo, seguito da un sincopato “ti telefono io o telefoni tu?”.

T.A. a te. Ti t. o t. tu? 

VA-VE-VI-VO-VU

Un alcolizzato tossicodipendente sta leggendo una lettera dell’AVIS in cui, nel ringraziarlo per la gentile disponibilità, lo si invita perentoriamente a non presentarsi più nei locali dell’Associazione per effettuare donazioni di sangue. Indispettito, Ugo (così si chiama l’uomo) telefona alla Direzione, dove ha un amico, dal quale ottiene delucidazioni più dettagliate sulla composizione del proprio sangue.

- V’avevi Vov, U’!

ZA-ZE-ZI-ZO-ZU

Quattro erano le fisime di mio zio, il cav. comm. on. prof. Ugù: Queneau, i palindromi, le abbreviazioni e i capelli lunghi. Ecco perché il suo unico figlio, mio coetaneo e compagno di giochi nella prima infanzia, non poteva che chiamarsi Zaz. Costui, però, non aveva nulla della raffinatezza, per la verità un po’ troppo snob e codina, del mio povero zio. Zaz, infatti, aveva modi molto plebei, resi ancor più imbarazzanti dai capelli lunghi, disordinati ed eternamente sporchi e soprattutto dal vezzo disgustoso di leccarsi le dita appena uscite dal naso. Un giorno non riuscii a trattenermi dallo sfogarmi con lo zio, e per dirgli che Zaz era un tralignato ricorsi al lessico icastico del nostro dialetto e a una costruzione allitterata che lui apprezzò molto.

Zaz è, zi’, zozzu.