«Das Leben der Erkenntnis ist das Leben, welches glücklich ist, der Not der Welt zum Trotz» (Ludwig Wittgenstein, Tagebucheintrag vom 13.8.16).


«E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (…): “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”» (Italo Calvino, chiusa di "Perché leggere i classici").


«Neque longiora mihi dari spatia vivendi volo, quam dum ero ad hanc quoque facultatem scribendi commentandique idoneus» (Aulo Gellio, "Noctes atticae", «Praefatio»).


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domenica 1 settembre 2013

Il Lucrezio di Odifreddi

Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere di Piergiorgio Odifreddi (Rizzoli, 29 agosto 2013) è un libro bellissimo: una geniale e didatticamente efficacissima versione commentata e riccamente illustrata del De rerum natura. Il passo in esergo di Primo Levi e le dediche dicono chiaramente perché è urgente tornare a Lucrezio, al suo illuminismo e alla sua battaglia contro l'incantamento magico-superstizioso del mondo e ogni fanatismo religioso. In tal senso, solo il nostro "matematico impertinente" bright - tra i pochi che in Italia promuovono una forma di New atheism assimilabile a quella di Daniel Dennett e Richard Dawkins - poteva guidarci brillantemente in una riscoperta attualizzata di questo mirabile poema filosofico giuntoci dall'antichità come un vero e proprio unicum, dato che gli altri e precedenti poemi filosofico-naturalistici (quello di Parmenide, quello di Senofane e quello di Empedocle in particolare) sono andati perduti, salvo qualche frammento. La veste editoriale di gran pregio, poi, rende la lettura (o la rilettura) un'esperienza piacevole e stimolante.
Naturalmente, non essendo né un latinista né un filologo classico, Odifreddi ha ben presente il problema di affrontare un autore come Lucrezio, visto che del latino ha forse una conoscenza meno che scolastica (avendo fatto studi tecnici per geometri dopo il seminario). I suoi modelli espliciti (cfr. p. 7 e p. 9), piuttosto, sono non certo Canfora, Canali o Dionigi, ma Borges, Eco, Manganelli, Baricco, De Crescenzo e Calasso, cioè esempi di riadattatori liberissimi o teorici del riadattamento post-moderno. Per essere ancora più chiari, Odifreddi, oltre a citare l'Eco della riscrittura ludica in forma di tautogramma di Pinocchio, sa benissimo che nel Diario minimo c'era la vertiginosa recensione borgesiana di un'opera come I promessi sposi, intesa però come se fosse stata scritta da James Joyce dopo il Finnegans Wake. In tal senso, si potrebbe affermare che Odifreddi ri-dica il De rerum natura riscrivendolo identico e nello stesso tempo diversissimo per effetto del riposizionamento cronologico, alla maniera di un Pierre Menard, autore del Don Chisciotte, o di un Hilario Lambkin Formento, autore della Divina commedia (le prime 'tre parole' della Premessa sono "Jorge Luis Borges", non a caso).
Né mancano accenni a Marchetti e Foscolo, due vecchi traduttori di Lucrezio chiamati in causa come altrettanti esempi di infedeltà a livelli diversi (anche se Foscolo si limitò a soli 237 versi dei 7.415 totali). L'intento di Odifreddi è quello di cavar fuori da certi passi delle intuizioni moderne in campo astronomico, fisico, chimico, biologico, psicologico, antropologico culturale e persino politico, visto che non poteva sfuggirgli il nesso "causale" col giovane Marx, laureatosi nel 1841 con una tesi sulle differenze tra la fisica di Democrito e quella di Epicuro, in relazione soprattutto ai versi sul comunismo e sul capitalismo "primitivi" e sulla religione come "oppio dei popoli" (cfr. p. 226). I latinisti, e non solo, se lo avvicinano con parametri filologicamente e storicamente rigidi, hanno pertanto parecchio di cui scandalizzarsi (e magari a torto): basti pensare che per Odifreddi Alma Venus è da leggersi come una sorta di spinoziana Dea, sive natura, mentre animus e anima sono identificati con le funzioni del cervello e del sistema nervoso.
Forse questo è il più odifreddiano degli scritti di Odifreddi, proprio per l'esperimento esegetico-letterario di riappropriazione esplicita e creativa. Nella sua versione, Odifreddi, oltre a usare la parola "atomi" (notoriamente mai usata da Lucrezio, che invece preferisce parole come "semi", "elementi" e "corpuscoli"), peraltro usata già da altri traduttori, arriva a servirsi di espressioni prima facie assurde come "buco nero" (p. 49), salvo poi spiegare in sede di commento il perché (p. 50). L'operazione di Odifreddi, in sostanza, è la seguente: nelle pagine dispari ha messo una sua versione libera del testo integrale, mentre nelle pagine pari ha fornito una piccola enciclopedia illustrata dei risultati delle scienze attuali prendendo spunto dai passi dell'opera stampati in blu (ci sono anche passi in corsivo, segnalati come più significativi, e passi in rosso, spiegati nei commenti precedenti o successivi). Certo, a volte il nesso è un po' arbitrario e pretestuoso, ma il suo scopo è appunto quello di trarre spunto da certe intuizioni anticipatrici di Lucrezio per celebrare la scienza moderna, di cui il poeta è il padre nobile e oracolare, il guru, l'icona. Non è importante tanto il fatto che Lucrezio ci abbia preso o meno, per esempio per quanto riguarda la tavola periodica degli elementi, le leggi mendeliane dell'ereditarietà, la selezione naturale darwiniana, la spiegazione ottico-fisica dell'arcobaleno e delle immagini riflesse allo specchio, e così via: quello che importa, e che Odifreddi sottolinea, è che egli abbia guardato nella direzione giusta, che è quella dell'approccio materialista, riduzionista e atomista.
Odifreddi, quindi, mira al puro contenuto, facendosi aiutare anche dalle osservazioni su Lucrezio degli scienziati del passato, a cominciare da Newton. A mio parere, l'approccio "infedele" di Odifreddi è sintetizzato mirabilmente dalle parole contenute in una lettera di James Clerk Maxwell del 1866 a Hugh Munro (curatore di un'edizione inglese del poema), non a caso citate per due volte (p. 23 e p. 68) e accompagnate dalla raccomandazione di tenerle bene a mente in relazione a certi passi: «Le sue parole [II, 100-111, sul moto caotico degli atomi] sono una così buona illustrazione della teoria moderna, che sarebbe un peccato che significassero qualcosa di diverso!».
Tutto qui, dunque: un brillante gioco letterario ed erudito in cui un testo antico, bistrattato e diffamato, ma segretamente plagiato dai primi pensatori cristiani, perduto per tutto il Medioevo, riscoperto all'inizio del XV secolo da Poggio Bracciolini e di nuovo osteggiato dalla Chiesa e dalla cultura dominante ad essa legata, viene usato per una sana polemica tutta moderna in favore di una concezione laica e scientifica del mondo (e qui non si può non pensare all'irriverente ed esilarante accostamento, a p. 190, tra l'apoteosi di Epicuro compiuta da Lucrezio nel poema e le odierne apoteosi a furor di popolo, come accadeva per gli imperatori romani, di personaggi come Padre Pio, Madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II).

P. S. Incuriosito dalla vecchia e a dir poco creativa traduzione di Alessandro Marchetti (1633-1714) in 10.724 endecasillabi sciolti, più volte citata da Odifreddi, ne ho scaricato una versione digitale e ho fatto una scoperta gustosissima. Odifreddi, commentando l'omaggio di Lucrezio a Empedocle e alla Sicilia in I, 717-733 (cfr. p. 50), lamenta l'"imperdonabile svista" del poeta, perché, dicendo che l'isola non ha prodotto ingegno migliore di quello di Empedocle, dimentica Archimede. Ebbene, Odifreddi ricorda che Marchetti, da matematico, colmò la lacuna e interpolò i versi introducendo Archimede, ma a sua volta omette di dire che Marchetti fece molto di più, perché nel mazzo dei siciliani infilò pure il suo maestro Giovanni Alfonso Borelli (1608-1679), un galileiano messinese autore, tra l'altro, di un importante trattato di vulcanologia sull'eruzione dell'Etna del 1669:

Ma non sembra però che qui nascesse
Cosa mai più mirabil di costui,
Nè più bella e gentil, più cara e santa.
Se non se forse in Siracusa nacque
Il divino Archimede, e nuovamente
Nella nobil Messina il gran Borelli
Pien di filosofia la lingua e 'l petto,
Pregio del mondo e mio sommo e sovrano,
Mio maestro, anzi padre, ah! più che padre.
(I, 952-960)

E poco prima (525-532) Marchetti aveva pensato bene di citare pure Gassendi, tanto per non sbagliare.

venerdì 27 gennaio 2012

Come parlare di un libro senza averlo mai letto


Pierre Bayard e Umberto Eco


Per alcuni anni, grazie a Umberto Eco che ne ha parlato qua e là, nelle conversazioni in rete con gli amici ho fatto spesso riferimento a un libro uscito nel 2007 che non avevo mai letto ma che penso, non del tutto infondatamente, di conoscere ormai abbastanza bene. Ora questo libro l'ho finalmente comprato e, dopo averne letto il prologo e l'indice e averne leggiucchiato rapidamente qualche pagina, magari perché attratto dai titoli di certi libri a me familiari ivi citati e discussi, sono in grado addirittura di recensirlo in questa breve nota consigliandone vivamente la lettura, pur essendo quasi certo che non arriverò a leggerlo tutto per mancanza di tempo (anche se sono solo 205 pagine). Si tratta di un saggio brillante dello psicanalista e professore di letteratura francese all'Università di Parigi VIII Pierre Bayard e in esso si analizza il complesso rapporto che abbiamo con i libri. Con stile ironico e provocatorio, Bayard arriva persino a ridefinire la nozione stessa di lettura, che necessariamente deve comprendere quella di non-lettura, perché di libri non letti è pieno il nostro bagaglio culturale ed è intessuta la nostra stessa vita (quante volte, per esempio, ho spiegato a scuola con sfrenata passione la Critica del giudizio di Kant, pur avendone letto sì e no il 30%? Per non parlare del torrenziale Corso di filosofia positiva di Comte... E vogliamo aprire il doloroso capitolo degli Analitici di Aristotele, visto che posso vantarmi di essere un vero esperto di sillogistica?). Il caso estremo, discusso nel primo capitolo, è quello rappresentato dal bibliotecario de L'uomo senza qualità (che tutti abbiamo letto, no?), il quale ci tiene a precisare di non aver letto nemmeno uno dei milioni di libri che custodisce con amore e di limitarsi invece a leggere i cataloghi dei libri, allo scopo di mantenere una visione di insieme e di evitare ingiuste preferenze. Bayard usa questo bibliotecario come modello per dire che l'uomo colto non è chi legge i libri (il numero di libri che si possono leggere in una vita è sempre trascurabile rispetto alla loro totalità in atto), ma chi, pur non leggendoli, riesce a conoscerne la collocazione nella biblioteca collettiva condivisa in un dato momento storico-culturale (e sapere come un libro si colloca in tale biblioteca è tutto ciò che occorre sapere su di esso).
La cosa davvero interessante che fa Bayard è quella di proporre un nuovo modo di scrivere le note, aggiungendo (oltre ai tradizionali op. cit., ibid., ecc.) una sigla che segnala il grado di conoscenza che lui ha dei libri citati e il relativo giudizio che ritiene di poter formulare, secondo la seguente tavola delle abbreviazioni (riportata a p. 6):

LSC: libro sconosciuto
LS: libro sfogliato
LSP: libro di cui ho sentito parlare
LD: libro dimenticato
++: giudizio molto positivo
+: giudizio positivo
-: giudizio negativo
- -: giudizio molto negativo.

E così, l'Ulisse di Joyce è LSP ++; l'Odissea, la Recherche, L'uomo senza qualità e Il nome della rosa sono LS e LSP ++; la Coena Cypriani è LSC -, la Poetica di Aristotele è LSP +, e così via. Si noti l'assenza delle sigle LL e LNL: nel suo libro Bayard vuole dimostrare, infatti, che la distinzione tra libri letti e libri non letti è superficiale e non rende conto correttamente del nostro reale rapporto con essi.
Il libro, edito in italiano da Excelsior 1881 (Milano 2007, € 16,50), è diventato meritatamente famoso in tutto il mondo, e io lo considero di notevole spessore teorico, oltre che di gradevolissima e divertente lettura. Fidatevi: pur non avendolo mai letto per intero, l'ho sfogliato tutto e ne ho sentito molto parlare da chi si intende di queste cose, come Eco, il quale peraltro è molto citato nel libro, soprattutto nel terzo capitolo della prima parte, interamente dedicato a Il nome della rosa (cfr. pp. 47-61). Inutile precisare che, come tutti sanno, in quel romanzo il protagonista è ossessionato da un libro che conosce benissimo ma che non ha mai letto né leggerà mai per intero, perché, non appena lo trova, esso finisce in parte bruciato e in parte nella pancia del vecchio bibliotecario cieco. Del resto, a sentire quali libri Bayard e lo stesso Eco (per esempio in Non sperate di liberarvi dei libri, Bompiani 2009, che però ho letto per intero) dichiarano di non aver mai letto o di non aver mai letto per intero, possiamo tranquillamente ridere in faccia a qualsiasi senso di colpa dovesse un giorno provare ad assalirci per le nostre mancate letture apparentemente più imperdonabili. Bayard, per esempio, con notevole faccia tosta, relega L'interpretazione dei sogni tra i LD (e pensare che è uno psicoanalista!). Per quanto riguarda i tre romanzi-mostro, la mia situazione è la seguente:
Ulisse = LL ++ (ci torno spesso)
Recherche = LL e in gran parte LD ++ (ero troppo giovane quando l'ho letto)
L'uomo senza qualità: = LS e LSP ++ (insomma, è lì che mi guarda da 20 anni, ma dopo le prime 150 pagine l'ho abbandonato e lo vado esplorando da anni qua e là, a seconda dei luoghi che mi capita di visitare sulla base delle suggestioni più varie).

Dimenticavo: il libro si intitola Come parlare di un libro senza averlo mai letto.
 
 
P.S. Alla fine il libro l'ho letto tutto...  Saggio piacevole, ma molto discutibile la tesi di fondo, una sorta di inno all'ermeneutica selvaggia postmoderna. Bayard sostiene la priorità netta dell'intentio lectoris non solo rispetto all'intentio auctoris (che può andare bene) ma anche rispetto all'intentio operis: roba da fare accapponare la pelle a Umberto Eco. La tesi è riassunta dal seguente pensiero di Oscar Wilde (cui è dedicato l'ultimo, schioppettante capitolo, incentrato sull'analisi del dialogo-saggio Il critico come artista): "Non leggo mai il libro che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato" (è anche l'epigrafe di tutto il libro).
 





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lunedì 26 dicembre 2011

“Esercizi di stile” (alla Queneau-Eco) sull’incipit di Alice nel paese delle meraviglie


Caricatura di Raymond Queneau


Tempo fa, in un forum on line di formazione per docenti, in particolare nell’area del cazzeggio chiamata “Caffè”, la collega e amica Mariangela Varone propose, come gioco letterario di gruppo, di fare il verso ai mitici Esercizi di stile di Raymond Queneau (1947 & 1969), resi celebri in Italia da Umberto Eco, che li tradusse per Einaudi nel 1983 (recentemente è uscita una nuova edizione del libro di Eco-Queneau con un’ampia appendice di Stefano Bartezzaghi). Il testo di partenza, nel nostro caso, era l’incipit di Alice nel paese delle meraviglie in una comune edizione italiana. Com’è noto, il gioco consiste nel riscrivere il pezzo in tutti i modi possibili, ovvero in tutti gli “stili” forniti dalla retorica, dalla letteratura e in genere dalle tecniche di comunicazione. Come già osservava Eco alla fine dell’Introduzione della sua versione italiana, il gioco di Queneau è un uovo di Colombo e consente un’infinità di varianti: egli stesso aveva dovuto contenere la sua creatività nell’approntare la traduzione e si rammaricava di non poter colmare le lacune del testo originale e di non poter proseguire il gioco per esempio immaginando di riscrivere il testo di partenza alla Hemingway, alla Robbe-Grillet, alla Moravia ecc.
Naturalmente noi non avevamo scrupoli di fedeltà e così abbiamo potuto sviluppare il gioco ad libitum. Nei miei contributi, che qui riporto, io ho in parte fatto il verso a Queneau e in parte ho seguito i suggerimenti di Eco, per esempio riscrivendo il testo alla Proust, alla Bukowski, alla Camilleri, alla Saramago e persino alla Eco!
Buon divertimento!

Testo-base


Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava Alice, “senza le figure e i dialoghi?”.
Così se ne stava a riflettere nella sua testolina (per quanto era possibile, perché faceva un caldo del diavolo e le cascavano gli occhi e la concentrazione) se il piacere di intrecciare una coroncina di margherite valesse la noia di alzarsi per coglierle, quando dal nulla un Coniglio Bianco con gli occhi rosa le passò accanto correndo a tutta birra.


Mezzo maccheronico

Aphye incipiebat affecta esse sedendi taedio apud soretam suam in fluminis ripa, nullafacente; bis oculis traversis aspexerat librum quem soreta legebat, sed figurae et dialogi non ivi erant, “Pro quo enim liber”, Aphye cogitabat, “sine figuris dialogisque?”.
Ita stabat assisa considerando in sua testula (quantopere potebat, cur diabolice incalescebat et oculi et animi intentio sui cecidebant) si libido margaritarum coronas intexendi par esset taedio culum levandi ad eas carpendas, cum ex nihilo ortus oculis roseis candidus cuniculus apud puellam festinus cucurrit.


L’eterna ghirlanda brillante di margherite escheriane (omaggio a Hofstadter)

Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel paese delle meraviglie e cominciava così:

Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel paese delle meraviglie e cominciava così:

Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel paese delle meraviglie e cominciava così: 

Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel paese delle meraviglie e cominciava così:


Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel paese delle meraviglie e cominciava così:

[e così via all’infinito…]


In soggettiva wittgensteiniana

Siedo in riva al fiume con un filosofo che legge un libro senza dialoghi né figure intitolato Proof of an External World, che suppongo sia non solo noioso ma anche pieno di confusioni concettuali derivanti da un cattivo uso del linguaggio ordinario. Ogni tanto egli alza lo sguardo e dice: “Io so che questo è un albero”, e così dicendo indica un albero nelle nostre vicinanze. Allora mi viene in mente la poesia Jabberwocky che un giorno leggerò nel Libro dello Specchio e gli chiedo: “E i ‘toves’ lo sai cosa sono?”. Lui ammette di non saperlo e allora io gli dico che, secondo Humpty Dumpty, che un giorno me lo dirà, i ‘toves’ sono una specie di tassi, un po’ come le lucertole e un po’ come i cavatappi, fanno il nido sotto le meridiane e si nutrono di cacio. “Ora pensi di saperlo cosa sono i ‘toves’”?, gli dico. E così cominciamo a discutere sul problema di cosa sia la spiegazione del significato di una parola e su come esso incida sul fenomeno del vedere-come, che grazie a me la semantica cognitiva discuterà a lungo.
Poi sentiamo arrivare qualcuno e io mi affretto a dire: “Non siamo pazzi, Sir, stiamo solo facendo filosofia”. Il mio amico scoppia a ridere e mi dice: “Guarda che è passato un coniglio bianco cogli occhi rosa, non un uomo!” “Ne sei sicuro?”, gli faccio io, “Non poteva anche essere un’anatra?”. [E gli mostra la testa anatra-coniglio]




NOTA: Per la soriella dei filosofi seduti in giardino, cfr. Wittgenstein, Della certezza, § 467; per la definizione dei ‘toves’, cfr. la seconda pag. del Libro blu di Wittgenstein; per la testa anatra-coniglio, cfr. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, II, XI. La parola inesistente “toves” ricorre nel primo e nel quartultimo verso della poesia Jabberwocky, che Alice legge nel primo capitolo di Through the Looking Glass, mentre la sua definizione ad opera di Humpty Dumpty si ha nel cap. VI. Wittgenstein, ex maestro elementare, conosceva benissimo la storia di Alice e ha reso omaggio a Carroll anche nelle sue ultime riflessioni (cfr. ad es. Ricerche filosofiche, II, XI, p. 262 = Ultimi scritti di filosofia della psicologia, I, § 599, dove c’è un esplicito riferimento a un passo del primo capitolo del secondo Alice).


Acrostico in versi liberi (occhio alle iniziali dei versi)

Alice
Là sul limitar del rivo stava
In compagnia della germana
Che un libro impegnava
Eppur dialoghi e figure
Non recava.
Ella va in esso sbirciando
Lassa, e del tutto la vanità apprende.

Poscia al caldo la mente volge
Ancor sedendo
E mirando.
Scemale nel cor l’ambito
Estro di Flora:
Di margherite il serto
Ella nel pensier si finge e tosto oblìa
L’ora meridiana e la noia
Lamentando
E il sonno.

Ma ecco
Erompe
Ratto
All’improvviso
Vociando
In corsa
Gran Coniglio Bianco
L’occhio rosato
Insolito
Esponendo.


Telegrafico

ALICE SBUFFA STOP TROPPO TEMPO SEDUTA CONTEMPLANDO FIUME STOP ACCANTO EST SORELLA LETTRICE INTENTA LIBRO SENZA FIGURE ET DIALOGHI STOP ALICE CONSIDERA LETTURA INUTILE STOP VALUTA INOPPORTUNO CAUSA CALDO DEBILITANTE ALZARSI ET RACCOGLIERE MARGHERITE STOP SBUCA IMPROVVISO CONIGLIO BIANCO OCCHI ROSA RAPIDO ANDANTE STOP.

Televideo Rai: Ultim’ora

Ore 15,00: Adolescente avvista coniglio in corsa. Le reazioni del mondo politico. --> Approfondimento. Secondo quanto riportato dall’Ansa, in una località imprecisata della campagna inglese una ragazzina avrebbe avuto un incontro ravvicinato con un coniglio bianco dagli occhi rosa. Il carattere insolito della vicenda consiste nel fatto che la suddetta si trovava in compagnia della sorella, la quale ha dichiarato di non aver visto nulla perché intenta, al momento dell’accaduto, nella lettura di un libro senza figure né dialoghi. Alice (questo il nome dell’avvistatrice di conigli, ndr) sembra abbia parlato con i cronisti dopo essersi svegliata da un lungo sonno, causato, a quanto pare, dalla noia di un pomeriggio afoso passato sulla riva di un fiume. “Non valeva la pena neppure alzarsi per raccogliere margherite da intrecciare in coroncine”, ha dichiarato. Secondo un testimone oculare, tale Carroll Lewis, si è trattato solo di un sogno, perché ciò che si poteva vedere erano due ragazzine, di cui una immersa nella lettura e l’altra addormentata. Articolate e contrastanti le reazioni nel mondo politico italiano. Secondo il Presidente del Senato Schifani, l’accaduto poteva accadere solo in Inghilterra, l’unico paese europeo in cui la sinistra parolaia è ancora al potere. Il portavoce dei verdi taglia corto e urla da un’aiuola di Piazza Montecitorio: “E’ una lezione di ecologia!”. Il Ministro Bondi sottolinea invece il carattere poetico e altamente culturale della vicenda, nonché la coerenza teoretica dell’accaduto con quasi tutte le encicliche del Papa. Da parte sua, il ministro Brunetta legge nella notizia una efficace rappresentazione della situazione italiana: "Poiché sono un professore, vi spiego", ha spiegato ai giornalisti, "Alice? Una fannullona. Il coniglio bianco trotterellante e indaffarato? C'est moi!". Il Premier Silvio Berlusconi, invece, ironizza sull'accaduto lanciando una frecciata all'opposizione: "Ora diranno che qualcuno ha visto una scena simile a Villa Certosa, con Noemi al posto di Alice nel mio parco ed Emilio Fede vestito da coniglio che va a prenderla per portarla da me mentre l'aspetto sul letto regalatomi da Putin!". Parlando infine coi giornalisti nel corso dell’inaugurazione della nuova caserma dei Carabinieri di San Michele di Ganzaria, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha da parte sua dichiarato: “Quanto accaduto è un monito all’unità nazionale soprattutto per noi italiani. Il rossore degli occhi e il biancore del manto del mite animale, uniti al verdore dei prati, sono segni inequivocabili del significato patriottico dell’evento, che tutti i docenti di storia da oggi in poi dovrebbero ampiamente trattare nelle nostre scuole di ogni ordine e grado”.


Il cacciatore

- Porca troia!
- Che c’è, Ignazio? Ti è andata male oggi?
- Certo che mi è andata male, e tutto per colpa di due puttanelle sfaccendate! Ma dico, gli stronzi dei loro genitori non se le possono tenere a casa a fare la calza, invece di mandarle al fiume a guardare l’acqua che passa senza fare un cazzo per mezza giornata?
- Amore, non te la prendere così tanto… Capita, qualche volta. Su, lavati che la cena è pronta: oggi coniglio alla cacciatora…
- Ma Cristo di Dio, mi vuoi prendere per il culo? Io mi lascio scappare un grosso fottutissimo coniglio selvatico e tu me ne presenti uno d’allevamento comprato al reparto macelleria del supermercato? Sei una stronza di merda!
- Ignazio, ti prego, non fare così… Su, raccontami com’è andata. Magari ti passa, la rabbia.
- Col cazzo che mi passa! Stavo già da un’ora appostato dietro un albero con la tana di quel pezzo di merda di coniglio che già una volta mi era sfuggito… ma quanto cazzo ce l’ha profonda la tana quel figlio di puttana, che il furetto non mi è più tornato indietro? Dico, con la tana sotto tiro… un’ora lì, fermo, immobile, senza fiatare… Tutt’a un tratto arrivano queste due stronzette, e che ti fanno? Si vanno a sedere proprio tra me e la tana! Ora se ne vanno, mi dico, stai calmo… ora se ne vanno a farsi fottere… E invece se ne stanno per ore sedute lì, una a leggere un libro e l’altra a guardare un po’ il libro dell’amichetta, o della sorella, che cazzo ne so, un po’ le margherite… Le avesse almeno raccolte quelle fottute margherite, così almeno si toglieva dai coglioni per un po’… E invece niente… Tutt’a un tratto quel pezzo di merda sbuca, chissà da dove… Me lo vedevo lì, quasi a tiro, bello grosso, bianco, con gli occhi che sembravano arrossati… Sembrava persino che indossasse una specie di gilè… Ma sicuramente era un gioco delle ombre… Cazzo, ti rendi conto? Mi sfrecciava a pochi metri e non potevo sparare, perché se no avrei rischiato di far saltare le cervella a quelle due troiette di merda…
- Va bene caro, dài, su, non ci pensare…
- Non ci pensare? Come faccio a non pensarci? Ero così incazzato che mi dev’essere salito il sangue alla testa perché ho persino avuto le allucinazioni…
- Le allucinazioni? Oddìo, e come?
- Pensa che mi è sembrato di vedere il coniglio estrarre un orologio da un taschino, guardare l’ora e lamentarsi di essere in ritardo! Te lo avevo detto che mi sembrava vestito per il gioco d’ombre… E non è finita qui! A un certo punto la ragazza, dico, quella che non leggeva ma guardava qua e là come una scema, sai che ha fatto? Ha inseguito il coniglio fin dentro la tana e non l’ho più vista uscire… A un certo punto ho avuto paura che poteva essere successo qualcosa e me ne sono scappato da lì…
- Hai fatto bene, caro. Meglio non immischiarsi in queste cose. Vai a lavarti ora, e calmati, ti prego… Se vuoi butto il coniglio e ti faccio due uova…


Litoti

Alice non tardò ad essere tutt’altro che soddisfatta di starsene non in piedi non lontano da sua sorella sulla riva del fiume, facendo men che qualcosa; aveva guardato non distrattamente più di una volta e meno di tre il libro che sua sorella stava non proprio studiando né semplicemente guardando, ma c’erano tutt’altro che figure e dialoghi, “come può essere non inutile un libro” pensava Alice, “se ci sono tutt’altro che figure e dialoghi?”.
Così non si smuoveva dal riflettere nella sua testa per niente grande (nella misura in cui ciò non era impossibile, perché faceva ben altro che un freddo cane e certo non le restavano sveglie né le palpebre né la capacità di non cedere a qualsiasi distrazione) se l’occupazione non spiacevole di non lasciare a una a una le margherite disponendole a formare una coroncina fosse o non fosse disprezzabile rispetto al tutt’altro che eccitante compito di smettere di star seduta per andare a fare in modo di non lasciarle al loro posto naturale, quando non da un punto preciso un Coniglio di colore opposto al nero con gli occhi , per l’esattezza, del colore che sta tra il bianco e il rosso, le passò tutt’altro che lontano muovendosi non certo lentamente e senza indugio alcuno.


Lipogramma in a

Il futuro piccolo ospite femminile del posto dello stupore diede i primi sbuffi: perché sedere inutilmente come perdigiorno lì sul lido del fiume con Enny, prole dei suoi stessi genitori? Sbirciò di nuovo nel libro di Enny e di nuovo non vide né figure né botte e risposte. “Che senso può contenere un libro”, pensò, “privo di figure e botte e risposte?”
Così rimuginò (per quel che potette, perché un fuoco estivo del demonio per poco non le chiuse gli occhi e le obnubliò le meningi) se il diletto di costruirsi corone di fiori potesse essere più forte del noioso processo motorio del loro coglimento, finché improvviso un Coniglio Niveo con gli occhi color pelle le sfrecciò vicino correndo come un folletto.


Filosofico

Alice, soprannominata Sophia dagli amici per la consustanziale apertura al thaumazein che costituiva la differenza specifica nella definizione della sua essenza, era preda di un incipiente sentimento della inessenzialità e inautenticità del suo ‘sistere’ ontico senza alcun ‘ex–’ ontologico presso la sorella sulla riva dell’ente scorrente in sé e per sé di cui l’efesio stabilì l’impossibilità di bagnare due volte con le medesime particelle dell’arché del primo milesio un corpo che vi si immerga al tempo ti con zero e al tempo ti con uno con delta ti piccolo a piacere; aveva osservato un paio di volte la peculiare densità semiotica del libro che l’individuo contingentemente identico - in base all’analisi offerta dall’individuo contingentemente identico all’autore di Two Dogmas of Empiricism, di cui si dichiarava seguace soprattutto in materia di relatività ontologica e semantica dei mondi possibili - all’unica altra figlia della moglie del figlio dei suoi nonni paterni stava leggendo, e con apodittica evidenza protocollare aveva stabilito che il suddetto volume era privo di correlati iconici e di brachilogie socratiche. “E qual è il telos, l’aretè, l’entelechia di un libro” pensava la proprio per questo esistente Alice, “se esso è privo di correlati iconici e di brachilogie socratiche?”. Ragion per cui, volgendo le sue meditazioni metafisiche a più degno oggetto (per quanto la trama delle contingenze termico-atmosferiche lo consentisse con le sue emanazioni causali inibenti e debilitanti sui muscoli delle sue palpebre e sulle variabili aleatorie della funzione d’onda della distribuzione probabilistica delle sue energie attentive), Alice passò a considerare lo statuto epistemologico e la possibilità di una corroborabilità a priori di una serie di asserti controfattuali sulla relazione logico-pragmatica tra l’appagamento epicureo-edonistico derivante dalla realizzazione di una coroncina di margherite e il sentimento della futilità del Tutto indotto dalla noia esistenzialistica implicato dal gesto assurdo di alzarsi a raccoglierle, quando, emergendo dal solido nulla eterno di cui l’essere finito è trascurabile epifenomeno, in una porzione spazio-temporale del suo campo visivo fenomenologico apparve e disparve quasi subito una fuggente macchia bianca con due piccole chiazze rosa a un’estremità, che lei, con la prontezza delle esecuzioni linguistico-referenziali che la caratterizzavano quando si trovava davanti ai significati-stimolo affermativi, battezzò, con un enunciato occasionale olofrastico accidentalmente identico a un designatore rigido, come “Gavagai”.


Bukowskiano

Alice si era rotta i coglioni di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva di quel fiume pieno di merda e di piscio, senza avere un cazzo da fare.
La confezione da sei di birre era bell’e andata e le bottiglie giacevano buttate intorno, vuote.
Era sbronza.
Aveva dato un’occhiata al libro che sua sorella stava leggendo e si era accorta che non c’erano figure né dialoghi.
“Mi vuoi dire come cazzo fai a leggere quella roba?”, le disse a un certo punto, “Sarà peggio di Guerra e pace”.
“Fottiti”, le rispose sua sorella.
“Te l’avevo detto che era meglio portare Hank e Jimmy. Loro almeno ci avrebbero leccato la figa, una volta sbronzi.”
La sorella, avendo capito che era partita, non le rispose.
Tacquero per un bel po’.
L'afa e la birra le stavano facendo venire la nausea e un sonno da rimanerci secca. Per quanto poteva, Alice pensava che sarebbe stata una stronzata da fighette di Beverly Hills alzarsi per raccogliere margherite da intrecciare in coroncine del cazzo.
Meglio starsene seduti e aspettare la morte.
A un tratto sbucò da qualche parte un coniglio.
Era bianco come il culo di una vecchia troia e le passò davanti correndo a tutta birra.
“Già”, si disse Alice, “anche lui va a tutta birra”.
E vomitò sul prato.


Camilleriano

Alici, na picciotteddra vispa, accuminzava a scassarisi i cabasisi di starisinni assittata ca’ soru sò a ripa di sciumi, senza fari nenti; aviva taliato du voti il libbru ca sò soru stava liggennu, ma non c’erano fjure e mancu discursa: “e chi spacchiu sinni fa cu stu libbru” pinzava Alici, “senza fjure e discursa?”.
Accussì sinni stava a ripistiari na tistuzza sò (per quello ca putiva, pirchì c’era la vampa d’agosto e un cavudu do diavulu e aviva l’occhi a pampineddra e a testa leggia) se a gana di fare una trizza con le margherite valiva la pena di susirisi pi cugghilli, quanno in un vìdiri e svìdiri un Cunigghiu Biancu cu l’occhi a testa di minchia ci scricchiau vicinu currennu a filittiuni.


Alla Saramago (cioè usando solo il punto e la virgola come segni di interpunzione)

Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume senza niente da fare, aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo ma non c’erano né figure né dialoghi, E a che pro un libro, pensava Alice, senza le figure e i dialoghi. Così se ne stava a riflettere nella sua testolina, per quanto era possibile, perché faceva un caldo del diavolo e le cascavano gli occhi e la concentrazione, se il piacere di intrecciare una coroncina di margherite valesse la noia di alzarsi per coglierle, quando dal nulla un Coniglio Bianco con gli occhi rosa le passò accanto correndo a tutta birra.


Sceneggiatura del film porno: All’ombra delle fanciulle in calore


Scena prima:

Esterno giorno. Estate, pomeriggio afoso. Un fiume, un prato, pochi alberi. La mdp zooma su due adolescenti discinte sedute sulla riva. Una legge un libro, su cui la mdp indugia in un primo piano rivelandone il titolo: Le 120 giornate di Sodoma. L’altra, la protagonista Alice, su cui la mdp passa lentamente inquadrandola dalla bocca alle gambe, si masturba e sospira annoiata emettendo gemiti di piacere. Mentre è inquadrata tra le gambe, si sente la sua voce fuori campo che si rivolge alla sorella in tono sprezzante e lamentoso:

(Alice): - Ma che cazzo leggi, che non ci sono dialoghi e nemmeno figure?

Dopo questa battuta, emette un lungo gridolino. Ha finito. La sorella la ignora. La mdp inquadra prima i suoi occhi languidi e poi delle margherite vicine, ma comunque fuori dalla portata del suo braccio. A questo punto subentra improvvisamente l’immagine di un coniglio bianco che guizza e corre nell’erba, finché non sparisce dall’inquadratura. Stacco improvviso sul volto sorpreso ed eccitato di Alice. Dissolvenza. Immagini sfuocate e tremule di un’orgia in cui si vede Alice in quello che per lei è il paese delle meraviglie: è circondata da 3 uomini nudi con orecchie e code da coniglio che se la lavorano su un letto cosparso di carte da poker.


Proustiano

Da lungo tempo, abbandonata alle intermittenze del cuore che le richiamavano alla mente ricordi lontani di giorni felici quando giocava in giardino con le amiche di Combray, mentre la nonna, affacciandosi all’uscio, diceva sorridente con quella sua voce un po’ chioccia che le maddalenine erano già sul tavolo accanto alle tazze fumanti di tè, sulla riva di un fiume sedeva, accanto alla sorella che, leggendo un libro senza dialoghi né figure, non suscitava il suo interesse, o al massimo la spingeva a considerare quanto inutili fossero letture di tal fatta, Alice, una fanciulla in fiore che il caldo annoiava a tal punto da soffocarle sul nascere persino il piacere di alzarsi e raccogliere margherite da intrecciare in coroncine ornamentali che avrebbero senz’altro potuto conferire al suo aspetto quella grazia che le si addiceva, quando a un tratto un Coniglio Bianco, che sembrava emerso dal nulla in quel prato erboso soffuso di una luminosità foriera di apparizioni magiche e meravigliose, e che a uno sguardo attento e svelto a cogliere le sfumature delle cose, anche le più evanescenti ed effimere, rivelava in tutta la sua dolcezza il colore rosa dei suoi occhi, passò correndo in tutta fretta accanto a lei.

Sms
(all’amichetta che non ha marinato la scuola)


Sn al fium cn m srl ke sta leggnd1lb snz fig&dialg.Du pall!:-( Nn m va nemmn d and a coglr marghrt cn sto cald.Oh cz!È passt1cngl bianc cn gl okk rosa!A dp.Tvtb:-)


Analitica dei mondi possibili della Fabula
(seguendo U. Eco, Lector in fabula, 1979, 8.10 e 11.7)


Definizioni:

1) Wn = mondo possibile asserito dall’autore nel testo e costituito da una sequenza di Wnsi descritti da proposizioni P;
2) Wnsi = stato testuale di Wn allo stato di cose si e al tempo ti;
3) Wnc = mondo possibile in Wn concepito da un personaggio c e descritto da proposizioni Q;
4) Wncsi = il possibile corso degli eventi di Wn così come è immaginato dal personaggio c al tempo ti;
5) Wr = mondo possibile immaginato dal lettore (previsto dal testo) e descritto da proposizioni R. Wrsi si definisce in accordo con quanto precede;
6) Wrc = il mondo possibile che il lettore immagina che un personaggio concepisca e che è descritto da proposizioni Z (di solito incassate in R);
7) Wrcc = il mondo possibile che il lettore crede che un personaggio immagini che un altro personaggio concepisca (anch’esso descritto da proposizioni Z);
8) Relazione S-necessaria F (sorellanza) = proprietà strutturalmente necessaria all’identificazione di Alice come sorella della sorella e di ques’ultima come sorella di Alice;

Analisi di Alice per stati di Wn, Wnc, Wr, Wrc e Wrcc

P1 = Sulla riva di un fiume stanno due ragazzine in relazione S-necessaria F, di cui una si chiama Alice (Wns1);
P2 = Alice è annoiata di stare senza fare niente (Wns2);
P3 = La sorella di Alice legge un libro senza figure né dialoghi (Wns3);
P4 = Alice pensa Q1 (Wns4);
Q1 = Un libro del genere è inutile (Wncs1);
R1 e Z1 per inferenza su Q1 = R1(Dunque per Alice Z1(un mondo è desiderabile se in esso sussistono libri illustrati e dialogati, altrimenti esso è inutile)) (Wrcs1 in Wrs1).
R2, Z2 e Z3 per inferenza su P3, Q1, R1 e Z1 = R2 (Quindi secondo Alice Z2(per la sorella Z3 (è preferibile vivere in un mondo arido e inutile))) (Wrcc1 in Wrs2).
P5 = Fa caldo e Alice ne risente negli occhi e nella concentrazione (Wns5);
P6 = Attorno ad Alice stanno delle margherite (Wns6);
P7 = Alice riflette su Q2 (Wns7);
Q2 in R3 (ipotesi di atteggiamento proposizionale in Wrs3) = R3(Alice pensa Q2(Se raccogliessi Margherite per far coroncine mi stancherei ancora di più di quanto non mi stanchi stando seduta senza fare niente)) (Wrcs2 in Wrs3);
P8 = Un Coniglio Bianco dagli occhi rosa passa correndo (Wns8).


Dantesco libero (con versi tutti presenti nella Commedia)

Udir mi parve un mormorar di fiume.
Poi ch'innalzai un poco più le ciglia,
vidi genti a la riva d’un gran fiume.
Alcuna si sedea tutta raccolta,
e l'un di lor, che si recò a noia,
mirava fissa, immobile e attenta.
Disse: “Perché cotanto in noi ti specchi?
Io fui nel mondo vergine sorella.
La mia sorella, che tra bella e buona
non so qual fosse più, trïunfa lieta
tratto leggendo del magno volume.
Maraviglia udirai, se mi secondi,
di ch'io rendo ragione in questo caldo.
Vola con li occhi per questo giardino:
quivi è la rosa in che 'l verbo divino
carne si fece; quivi son li gigli.
Io levai li occhi e credetti vedere
Caron dimonio, con occhi di bragia:
lunga la barba e di pel bianco mista,
e correa contra 'l ciel per quelle strade.
Già mi sentia tutti arricciar li peli.
‘O animal grazïoso e benigno’,
così li dissi; e poi che mosso fue,
‘Deh, perché vai? Deh, perché non t’arresti?’
Guardommi un poco e poi chinò la testa.
Le braccia aperse, dopo alcun consiglio,
e li orecchi ritira per la testa.
Di maraviglia, credo, mi dipinsi:
‘Io ti seguiterò quanto mi lece’.”



Pastiche joyceano


Sì perché ora comincio a stancarmi di starmene qui seduta senza far niente davanti a questo fiume che non ci bagnerà mai due volte come ci diceva il professore che diceva quel tale sì e corre ma dove correrà mai eppure corre corre come una locomotiva questo correfiume che passato Eva e Adamo da spiaggia sinuosa a baia biancheggiante ci conduce con un commodius vicus di ricircolo di nuovo qui sì l’eterno ritorno dell’identico fiume diverso perché qui viene ognuno per sempre oh sì qui è HCE e siamo venute pure noi io e lei mia sorella che se ne sta seduta tranquilla a leggere quel suo libro ma a cosa servirà mai un libro senza dialoghi e figure dio che sonno o forse è un'insonnia ideale o una veglia che nega la fine questa storia è un incubo dal quale cerco di svegliarmi e questo caldo mi sta facendo diventare una stupida ma se qui non succede qualcosa cado nel correfiume e faccio la fine di quella là come si chiamava oh sì come vorrei farmi una bella corona come una stella come tutte le più belle cose con quelle margherite sì mi piacerebbe tanto mettermela addosso e correre sul prato in ricircolo come il correfiume ma chi si alza a raccoglierle siete margherite specie troppolontane famiglia troppafatica no dico no non voglio no perché quello che io vorrei ora è ma cos’è oh sì ma che belbianconiglio e corre corre pure lui l’occhiorosato ma che fa ma no guarda l’ora ha il panciotto col taschino per l’orologio è in ritardo dice povero me povero me e povera anch'io e mi guardo intorno e sono tutti migliori di me ma per cosa sei in ritardo per dove oh che meraviglia oh sì portami via belbianconiglio sotto l'ombra di un bel fior già sento che ti amo e scusa se ti chiamo amore ma mi basta guardarti per sentirmi lievitare tre metri sopra il cielo con te verrei anche giù all'inferno perché identica è la via all'in su alla via all'in giù lo diceva quello di prima come si chiamava oh sì il mio cuore batte come impazzito guardami te lo chiedo con gli occhi di portarmi con te ovunque tu vada no no non sparire dietro quella siepe voglio essere tua sì sì vengo mi alzo vado dove mi porta il cuore e corro sì corro e sì dico sì voglio Sì.

Leopold Bloom, Molly e la metempsicosi




C’è un luogo dell’Ulisse di Joyce che mi ha colpito sin dalla prima volta che l’ho letto (1989) e che ora mi torna in mente ossessivamente in relazione alla questione del carattere autoritario e quasi sempre misogino di certe produzioni culturali maschili, in particolare quelle religiose. Siamo nel quarto capitolo (“Calipso: la colazione”) ed entrano in scena Leopold e Molly. Leopold, lasciati sul fuoco i rognoni in padella, porta la colazione a letto alla moglie, di cui entrando nota “le grosse morbide tette, pendule entro la camicia da notte come le mammelle d’una capra”. A un certo punto Molly gli chiede di porgerle il libro che stava leggendo e che le era caduto sotto il letto:

- Fa’ un po’ vedere, disse lei. Ci ho messo il segno. C’è una parola che ti volevo chiedere.
Mandò giù un sorso di tè dalla tazza che teneva non dalla parte del manico e, pulitesi in fretta le punte delle dita sulla coperta, cominciò a scorrere il testo con una forcina finché non trovò la parola. (…)
- Ecco, disse lei, che cosa vuol dire?
Egli si chinò e lesse accanto all’unghia lucida del pollice.
- Metempsicosi?
- Sì. Come lo chiamano in famiglia?
- Metempsicosi, disse, aggrottando i sopraccigli. È greco: viene dal greco. Vuol dire la trasmigrazione delle anime.
- Oh, sorbe! disse lei. Diccelo in parole povere. (…)
Sfogliò a ritroso le pagine.
- Metempsicosi, disse, è come la chiamavano gli antichi Greci. Allora credevano che ci si potesse trasformare in animale o in albero, per esempio. Quelle che loro chiamavano ninfe, per esempio.
Il cucchiaino cessò di mescolare lo zucchero. Lei guardò fisso davanti a sé, inalando per le narici inarcate.
- C’è odor di bruciato, disse. Hai lasciato qualcosa sul fuoco?
- Il rognone! gridò lui subito.
[ed. CDE 1987, pp. 71-72; oppure ed. Mondadori 2000, pp. 64-65]

Al di là dell'apparente maschilismo becero della scena (la donna-capra ignorante come una capra, laddove Bloom è dotato di una decente cultura classica minima), mi sembra che qui la donna sia invece valorizzata, tra le righe, nella misura in cui rappresenta la fertilità (Joyce chiamava “Gea Tellus” la sua Molly Bloom) e l’infedele fedeltà alla terra e ai valori concreti della vita, di contro alle vuote forme culturali prodotte dall’homo symbolicus occidentale, di cui Leopold Bloom è l’estremo epigono e lo sterile simulacro. Non è un caso, infatti, che “metempsicosi”, parola difficile e assolutamente fuori dalla portata “prospettica” di una donna pratica come Molly, rimandi a una antichissima e tipica dottrina settaria e “maschilista” - visto che riduce drasticamente il significato biologico della donna relegandola al ruolo idraulico di tubatura di passaggio per anime vorticanti nel ciclo delle reincarnazioni - di origine orfica, poi ripresa in epoca presocratica dai pitagorici, i padri di ogni modello di “società chiusa” maschilista, logocentrica e sessuofoba (appena mitigata dalla non esclusione delle donne), significativamente seguiti anche in questo da Platone, forse il più misogino dei filosofi. Essa rappresenta il concentrato di tutte le paure dell’uomo relative alla morte e alla sua fondamentale estraneità al processo riproduttivo, nonché di tutti i tentativi per esorcizzare tali paure tramite miti religiosi creati dal suo logos fantasioso, che soprattutto nel Dio biblico è organo di creazione contrapposto a quello naturale della donna, visto come secondario e inferiore. In tal senso, io ritengo che nel luogo dell’Ulisse che ho riportato Joyce stia semplicemente rappresentando proprio l’incommensurabilità culturale tra la prospettiva femminile, giustamente ignara di certi prodotti culturali maschili - peraltro posti a fondamento del loro autoritarismo religioso e ideologico - e ancorata al buon senso delle cose tangibili e vive, e quella maschile, ridotta con Leopold - l’ultimo uomo della cultura occidentale, impegnato nella penosa ricerca, ancora una volta maschilista, di un figlio maschio adottivo (in sostituzione della figlia quindicenne Milly), che troverà in Stephen Dedalus, e quindi giustamente punito dalla moglie col tradimento - alla gestione erudita di un sapere astratto, sterile e depositato nelle morte definizioni da dizionario. Tale, infatti, con qualche aggiunta di alcune nozioni da "enciclopedia", è la definizione di “metempsicosi” che Leopold fornisce a Molly, la quale registra l'informazione con sublime e dissacrante indifferenza.

Dracula, le TIC e Facebook. Nota semiseria.





In cui si dimostra che Facebook è il Vampiro e che noi tutti siamo un po' come Mina Murray in Harker

1.
Questa non è una recensione del Dracula di Bram Stoker (1897), ma una sua reinterpretazione, tra il serio e il faceto, in chiave-Facebook. Certo, si tratta dell’ennesima interpretazione di un’opera che nel suo secolo e passa di vita ne ha conosciute fin troppe: politiche, filosofiche, religiose, psicoanalitiche, antropologiche, ecc. Qualche anno fa Alessandro Baricco, partendo da un confronto con la figura di Don Giovanni, è arrivato ad identificare Dracula con la stessa forza erotica cieca e istintiva che muove il mondo, facendone qualcosa che starebbe a metà strada tra la “Volontà” di Schopenhauer e la libido di Freud (cfr. “La Repubblica” del 6/7/03, ora disponibile qui). Come si vedrà, al cospetto di una siffatta lettura, seria e apparentemente fondata, la mia, semiseria e apparentemente paradossale, brilla per rigore filologico.
Non è mia intenzione entrare nella fabula del romanzo, peraltro notissima. Mi interessa invece rileggere l’opera puntando soprattutto l’attenzione sulla sua costruzione narrativa, che per l’epoca era sicuramente insolita (oggi Camilleri usa spesso la stessa tecnica, e in modo particolare ne La scomparsa di Patò).
Dracula è il risultato di un montaggio di ‘pezzi’ diversi: lettere, diari (compreso uno “di bordo”), articoli di giornale, memorie e telegrammi, scritti in grandissima parte dagli stessi protagonisti della vicenda (Jonathan Harker, Mina Murray, Lucy Westenra, il dottor Seward e il dottor Van Helsing). Il tutto, dopo essere stato trascritto a macchina quasi per intero da Mina durante lo svolgersi della vicenda, è da lei (e dal marito) assemblato e ordinato cronologicamente sette anni dopo per serbare la memoria dei terribili fatti accaduti nel corso della loro lotta contro il vampiro. Mina, che trascrive a macchina una gran quantità di materiale disparato di cui non esistono più gli originali (molti dei quali sono stati dati alle fiamme dallo stesso Dracula: cfr. cap. XXI: 355 [ediz. de “La biblioteca di Repubblica”, febbraio 2004]), diventa così la vera ‘narratrice’ nascosta di un romanzo che prima facie ha tanti narratori quanti sono gli autori dei ‘pezzi’ soggetti alla sua opera di montaggio. In questo modo Stoker crea una serie di diaframmi tra sé e la vicenda narrata: l’autore inventa un autore modello che a sua volta inventa un narratore modello, il quale mette ordine a un materiale narrativo molto disparato, da lui stesso trascritto a partire dagli originali (andati perduti) e prodotto quasi tutto dai personaggi principali, uno dei quali è il narratore stesso.
La cosa però che a me sembra più interessante, e che costituisce la ragione di questa mia nota assolutamente folle, è il fatto che Mina, nel corso della vicenda, passa attraverso la scoperta e l’uso dei nuovi mezzi di espressione e di comunicazione, che per l’Inghilterra della fine dell’Ottocento equivalgono alle nostre TIC (tecnologie informatiche e comunicative). Sin dalla sua prima lettera all’amica Lucy, infatti, Mina dichiara non solo che sta impratichendosi con la dattilografia, ma che intende apprendere anche la stenografia, sia per essere utile al futuro marito Jonathan nel suo lavoro di procuratore sia soprattutto per tenere, come già fa lui, un diario stenografato e per ciò stesso più dettagliato possibile (cfr. inizio del cap. V: 67). Nel corso del romanzo, poi, Mina scopre altri due strumenti importantissimi e per l’epoca rivoluzionari: il fonografo, usato dal dottor Seward per la registrazione dei suoi diari (cfr. cap. XVII: 275), e la macchina da scrivere portatile, fornitale dall’amico texano Quincey Morris, grazie alla quale può continuare la stesura e la trascrizione dei diari anche durante la caccia finale a Dracula lungo la Transilvania (cfr. cap. XXVI: 436). Negli ultimi due casi, inoltre, questa scoperta è accompagnata da entusiasmo e riconoscenza per le opportunità offerte dai nuovi strumenti tecnologici di scrittura e registrazione, perché Mina ha ben chiara la loro funzionalità al proprio scopo, che è quello di raccogliere nel modo più rapido ed esauriente possibile tutto il materiale disponibile intorno alla vicenda che lei e gli altri stanno vivendo, al fine anche di avere a disposizione una banca-dati la cui rapida consultazione nei momenti opportuni può rivelarsi utilissima per l’azione. E difatti si rivelerà tale, perché a un certo punto, verso la fine, rileggendo il dattiloscritto del diario iniziale di Jonathan, Van Helsing scopre in un passo apparentemente innocuo nientemeno che la stessa logica, empirica ed infantilmente induttiva, con cui procede la mente criminale di Dracula (cfr. cap. XXV: 425-428)
In questo modo, Dracula è anche un romanzo in cui la tecnica narrativa di cui si è detto è strettamente legata alla disponibilità di strumenti tecnologici nuovi che favoriscono la rapidità e l’efficacia dell’espressione e della comunicazione. Non è azzardato, allora, sostenere che la stenografia, il fonografo e la macchina da scrivere portatile stanno alla costruzione di Dracula negli anni Novanta dell’Ottocento come il Word Processor sta alla costruzione de Il pendolo di Foucault negli anni Ottanta del Novecento. Qui, infatti, Belbo esiste quasi solo attraverso i suoi files di Word, realizzati con l’entusiasmo del neofita che scopre un nuovo strumento di scrittura dalle rivoluzionarie potenzialità combinatorie. Memorabile, a tal proposito, è l’inizio del primo file letto da Casaubon nel terzo capitolo, dove Belbo si lancia in una serie folle di citazioni tratte da Eco stesso (che a sua volta, nei due incipit de Il nome della rosa, citava il vangelo di Giovanni e scimmiottava Snoopy e l’attacco del quarto capitolo del Frankenstein di Mary Shelley, peraltro una delle fonti di Stoker), da Omero, da Ariosto, da Derrida, da Joyce e da Dante: «O che bella mattina di fine novembre, in principio era il verbo, cantami o diva del pelide Achille le donne i cavalier l’arme gli amori. Punto e va a capo da solo. Prova prova prova parakalò parakalò, con il programma giusto fai anche gli anagrammi (…). Oh gioia, oh vertigine della differanza, oh mio lettore/scrittore ideale affetto da un’ideale insomnia, oh veglia di finnegan, oh animale grazioso e benigno. Non aiuta te a pensare, ma aiuta te a pensare per lui. Una macchina totalmente spirituale…».

2.
Il richiamo di Umberto Eco renderebbe facile collegare questa prospettiva di lettura del romanzo all’era del computer, ovvero alle TIC e ad Internet, nonché ipotizzare subito un legame tra il Vampiro e la realtà virtuale, ovvero, più precisamente, sostenere la possibilità di una descrizione ‘vampiresca’ della situazione di chi, come noi ad esempio, interagisce in un social network esistendo in esso solo come ‘umore’ espressivo (post, gif, foto, link, test, gruppi, ecc...) succhiato dallo spazio virtuale e confinato in una dimensione né pienamente reale (tutto è molto labile e precario e può ‘spegnersi’ da un momento all’altro) né pienamente irreale (tutto è lì, visibile e disponibile). Analogamente, nel romanzo i personaggi esistono solo nella misura in cui raccontano coralmente e ognuno dalla propria prospettiva la loro esperienza del Vampiro, che in tal modo, pur con la sua figura labile, sfuggente, cangiante e perturbante, diventa condizione di possibilità per la loro stessa esistenza letteraria (nelle sue vene, anche attraverso Lucy, che necessita di continue trasfusioni prima di morire, finisce infatti per circolare il sangue, l’‘umore’ vitale di tutti, escluso Jonathan, che così potrà trovare la forza e il coraggio di sgozzarlo).
Ma a questo io vorrei arrivare partendo da più lontano, e cioè dal 1915, anno in cui Pirandello pubblica il romanzo Si gira (poi riedito nel 1925 col titolo Quaderni di Serafino Gubbio operatore), che già nelle prime pagine si pone come una sorta di manifesto filosofico-sociologico di quella corrente di pensiero che vede nella ‘macchina’ in generale, e in quella da presa in particolare, quasi il simbolo tangibile del carattere vampiresco della tecnica nei confronti degli uomini. La macchina da presa, infatti, è vista dall’operatore Serafino come un marchingegno infernale che succhia l’anima e il corpo degli attori per restituirli nella forma spettrale e alienata delle immagini cinematografiche. In questa prospettiva, Dracula è il Cinema, perché, così come in Dracula gli uomini ‘vivono’ sospesi tra la vita e la morte (sono dei morti-non morti, ovvero dei vivi non-vivi), e in questa condizione ottengono il premio di una pallida e seducente forma di immortalità, nel cinema gli attori ‘vivono’ come pallidi simulacri animati, ancorché ‘immortali’ e riproducibili in serie. Ma c'è di più, perché da questo punto divista occorre aggiungere che il vampirismo del Cinema è duplice, dal momento che esso per sua natura 'succhia' parassitariamente l'anima anche al mondo, e a quello della cultura letteraria in particolare. Non è un caso, infatti, che negli stessi anni (1922) il cinema muto dia una delle prove migliori di sé nella vampirizzazione dello stesso vampiro letterario col Nosferatu di Murnau, nelle cui immagini scarne, pallide ed essenziali il volto, la vita e la storia di Dracula sono trasformati in simulacri e codificati in un archetipo semplificato che influenzerà tutte le trasposizioni cinematografiche successive. Di tutto questo Francis Ford Coppola era così consapevole che nel suo Dracula di Bram Stoker (1992), giocando sulle date (l’anno ufficiale della nascita del ‘cinema’ è il 1895 e il romanzo è del 1897, anche se, bisogna dire, racconta fatti accaduti sette anni prima), inserirà una sequenza metalinguistica inventata in cui il Vampiro porta Mina al cinematografo e lì, con le immagini dei fratelli Lumière e di Méliès sullo sfondo, tenta per la prima volta di mordere al collo la ragazza, ormai quasi totalmente sedotta dal suo fascino…
Ma per ricavare finalmente l’equazione Dracula = realtà virtuale da quella che identifica Dracula con il Cinema bisogna aspettare il 1999, l’anno del primo Matrix. Noterò di passaggio che qualche critico cinematografico ha sostenuto che Matrix non è altro che il Cinema, e questo aiuterebbe molto la mia ipotesi, anche se non è decisivo, perché basta semplicemente guardare la fabula del film, senza troppe speculazioni esegetiche, per rendersi conto che Matrix, coltivando corpi umani come pile da cui ‘succhiare’ l’energia indispensabile al proprio funzionamento e sostentamento, realizza in grande stile il sogno di Dracula di avere a disposizione una quantità illimitata di corpi cui succhiare il sangue e ‘vivere’ così per sempre la propria vita di non-morto («Il sangue è la vita! Il sangue è la vita!» grida in manicomio il pazzo zoofago Renfield, devoto del Padrone Dracula: cfr. cap. XI:179). Il vampirismo di Matrix, come si vede, è così esplicito che l’equazione Dracula = realtà virtuale ne discende immediatamente.

3.
Siamo arrivati così allo stesso risultato sia percorrendo la strada letteraria del nesso tra tecnica narrativa da un lato e tecnica di scrittura e codificazione della memoria e del sapere dall’altro (dal fonografo e dalla macchina da scrivere portatile scoperti da Mina al processore Word di Belbo, con tutto quel che ne conseguirà in termini di TIC), sia percorrendo la strada cinematografica del nesso tra il Cinema e il vampirismo. In entrambi i casi la realtà virtuale, e a fortiori la sua provincia dia-icono-logica costituita da un social network, si configura come l’ultima metamorfosi di Dracula. Sfogliare le pagine di un social network come quello di cui abbiamo esperienza noi è spesso come sfogliare il romanzo di Stoker. E l’analogia non si esaurisce solo nel fatto che anche un social network è una storia scritta a più mani che ossessivamente ritorna a interrogarsi metalinguisticamente sul medium in cui essa sussiste e prende corpo (questo mio pseudo-saggio delirante e ipnotico ne è una prova paradigmatica…). L’analogia riguarda anche la funzione di ‘redattrice’ svolta da Mina nel romanzo, nonché il suo privilegio, derivante dal fatto che lei è l’unica ad aver bevuto il sangue del Vampiro, di poterne scrutare telepaticamente i pensieri e le percezioni. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, è innegabile che il nostro commercio con le TIC ci rende privilegiati rispetto a quelli che non hanno alcuna dimestichezza con esse. Il nostro averle vampirizzate ci ha indubbiamente migliorati nella nostra percezione della realtà complessa che ci circonda, e senza dubbio questo nostro entrare nella storia come appartenenti alla prima generazione di "abitanti" di un social network è il ritorno più vantaggioso, per il nostro Ego, del patto che abbiamo stretto col diavolo.
Pensate a un utente di Facebook che si dovesse assumere il compito di raccogliere in volume la ‘storia’ dei primi social network. Ebbene, costui ricoprirebbe esattamente lo stesso ruolo che nel romanzo, come abbiamo visto, è svolto da Mina: racconterebbe una storia mentre la sta vivendo e ne assemblerebbe i pezzi strada facendo con l’intento specifico di preservarne la memoria (anche adesso molti amano salvare e ordinare materiali che ritengono degni di essere ricordati).
Ma di cosa parlerebbe questa storia? Chi ne sarebbe il protagonista assoluto, il liquido amniotico, la placenta, la fonte di vita, e insieme il terreno nero e riarso, la bara, la fonte di morte? Facebook, il Dracula cui anche noi ci siamo votati, l’entità perturbante che ci sottrae tempo, vita ed energie mentali per nutrirsene e autoriprodursi di volta in volta, lasciandoci una sete inestinguibile. E quante volte, avvertendone la minaccia, abbiamo cercato di ucciderlo? Eppure, come Mina, anche noi ne siamo misteriosamente attratti, perché nel modo in cui esso rende visibile e condivisibile la nostra vita, il nostro ‘umore’ e i nostri pensieri, per quanto pallido, fantasmagorico, precario e ‘virtuale’ esso possa apparire (e di fatto lo è), noi siamo portati a vedere come una promessa di oggettività e di atemporalità che le nostre esistenze empiriche, prigioniere della soggettività individuale e dell’inesorabile scorrere del tempo, non potranno mai darci.
Lo aveva già capito perfettamente Franz Kafka (e come stupirsene?), il quale, nello stesso anno dell'uscita di Nosferatu, in una delle sue ultime lettere a Milena scrive una cosa che lascia sbigottiti per l'incredibile analogia con tutto ciò che siamo venuti dicendo fin qui e che non a caso è stata sottolineata con forza dal filosofo Maurizio Ferraris a conclusione del suo inquietante Dove sei? Ontologia del telefonino (Bompiani 2005), in cui si delinea la fondazione di un testualismo debole per cui il regno ontologico degli oggetti sociali è costruito sulla base di iscrizioni sempre più digitalizzate: «Come sarà nata mai l’idea che gli uomini possono mettersi in contatto tra loro attraverso le lettere? A una creatura umana distante si può pensare e si può affrontare una creatura umana vicina, tutto il resto sorpassa le forze umane. Scrivere lettere però significa denudarsi davanti ai fantasmi che ciò attendono avidamente. Baci scritti non arrivano a destinazione, ma vengono bevuti dai fantasmi durante il tragitto. Con così abbondante alimento questi si moltiplicano in modo inaudito. L’umanità li sente e li combatte; per cercar di eliminare l’azione dei fantasmi tra uomo e uomo e per raggiungere il contatto naturale, la pace delle anime, essa ha inventato la ferrovia, l’automobile, l’aeroplano, ma ciò non serve più, sono evidentemente invenzioni fatte già durante il crollo; la parte avversaria è molto più calma e forte, anche se l’umanità dopo la posta ha inventato il telegrafo, il telefono, il telegrafo senza fili. Gli spiriti non moriranno di fame, ma noi periremo» (Franz Kafka, Lettere a Milena, Mondadori 1980, p. 227).
Tout se tient, come si vede, ovvero, per tornare ad alludere con Eco al Finnegans Wake ed abusare un'ultima volta dell'ideale insonnia del lettore modello, Here Comes Everybody