«Das Leben der Erkenntnis ist das Leben, welches glücklich ist, der Not der Welt zum Trotz» (Ludwig Wittgenstein, Tagebucheintrag vom 13.8.16).


«E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (…): “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”» (Italo Calvino, chiusa di "Perché leggere i classici").


«Neque longiora mihi dari spatia vivendi volo, quam dum ero ad hanc quoque facultatem scribendi commentandique idoneus» (Aulo Gellio, "Noctes atticae", «Praefatio»).


Visualizzazione post con etichetta Schopenhauer. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Schopenhauer. Mostra tutti i post

lunedì 29 agosto 2016

Note in margine a "La scuola cattolica"































29.8
9 LUGLIO - 29 AGOSTO

Portata a termine in una cinquantina di giorni (ma con molte pause) la lettura de La scuola cattolica, l'impressione generale è quella di un libro ambizioso e sofferto che forse merita di essere letto e assorbito dalla coscienza nazionale collettiva, nonostante certi difetti evidenti e le provocazioni a tratti intollerabili di forma e contenuto che esso contiene. Superato lo scoglio terrificante della parte nona, occupata dal (per me almeno) noiosissimo zibaldone di pensieri del professor Cosmo (anche perché è un distillato di riflessioni già incontrate nelle oltre mille pagine precedenti), la decima e ultima parte da sola giustifica il premio Strega, perché contiene il meglio dell'Albinati narratore, che è uno scrittore di prim'ordine.
Esempio di difetto narrativo.
In VI.XIV viene introdotto un personaggio femminile reale, una minorenne coinvolta a sua insaputa in un omicidio (doveva fungere da esca per la vittima, uno stupratore e corriere della droga da eliminare, chiamato nel libro Cassio Majuri). Dice la voce narrante tra parentesi e in corsivo: «il nome della ragazza è secretato nel verbale forse perché all’epoca era minorenne, la chiameremo convenzionalmente Perdìta, con l’accento sulla i, come il personaggio di Shakespeare». Oltre 400 pagine dopo, però, allorché nella decima parte l'episodio viene rivisitato per rivelare l'identità della ragazza (e si tratta di una rivelazione dolorosissima per il narratore, che qui raggiunge forse il suo livello più alto di bravura), Albinati sembra essersi dimenticato della parentesi precedente e sul nome della ragazza dice, mi pare, un'altra cosa: «La ragazza si chiamava, a quanto pare, Perdìta, che è un nome strano ma sembrava fatto apposta per lei, cioè, per una ragazza perduta. Aveva quindici anni» (X.XI). Non è lo stesso, giusto?
Esempio di provocazione intellettuale.
Albinati dice spesso di non avere fede (per esempio in I.II e all'inizio di X.XVII, l'ultimo capitolo), ma sembra considerare crocianamente imprescindibile l'educazione cattolica (cfr. il pensiero 303 di Cosmo). E questo va bene. Va pure bene che lui racconti la sua attrazione morbosa per le funzioni religiose (e il romanzo finisce con la partecipazione alla messa di Natale del 2015 al San Leone Magno). Vanno meno bene due cose, però. Da un lato egli fa più volte riferimento alla pessima idea che nutre nei confronti dei filosofi antichi fino a Platone, a causa soprattutto delle lezioni nozionistiche del suo professore al SLM, fratel Gildo; e così vediamo trattati come "pazzi maniaci" (cfr. I.II) Talete, Eraclito, Parmenide, Zenone, Democrito, Pitagora e lo stesso Platone (Albinati detesta in modo particolare il mito della caverna, citato più volte con disgusto per la sua implausibilità). Dall'altro, in X.XV, egli riporta senza commento, e quindi implicitamente sottoponendolo all'ammirazione del lettore, un passaggio ispirato della predica natalizia del vecchio don Salari (vedi foto), che contiene un'insopportabile castroneria storico-filosofica, la quale non smette certo di essere tale anche se la si spaccia per dato di fede inserito nel contesto di una messa cattolica. La merda di toro rimane sempre merda di toro, anche se viene depositata sopra un altare e ribattezzata come nutella per credenti.




















28.8
ALBINATI, RISPETTIAMO IL VECCHIO SCHOPENHAUER!
Il pensiero n. 295 del quaderno nero di Albinati-Cosmo, ne La scuola cattolica, è un esempio perfetto di citazione ad cazzum, e assai probabilmente per sentito dire, di un grande filosofo. Intendiamoci, la teoria schopenhaueriana dell'omosessualità e del suo ruolo nella vita della specie umana è, per dirla con il famoso ragioniere, una cagata pazzesca, però merita di essere riportata meglio. La cosa interessante, intanto, è che Schopenhauer considera l'omosessualità un vero e proprio "adattamento", come diremmo oggi: la Natura, per il bene della specie, ha escogitato questo istinto deviato nei più giovani e nei più vecchi scegliendo il male minore, visto che questi, come aveva stabilito Aristotele (Politica, VII, 16, 1335a-b), per natura generano figli "difettosi" nel corpo e nello spirito. Schopenhauer, dunque, dice PERCHÉ gli anziani virerebbero verso l'omosessualità, e lo fa basandosi nientemeno che sull'autorità di Aristotele, il quale aveva fissato le fasce d'età (diverse per gli uomini e le donne) giuste per fare figli sani.

Ma la cosa davvero curiosa è che Schopenhauer ha proposto questa (fantasiosa) spiegazione "darwiniana" ante litteram dell'omosessualità nell'Appendice al famoso capitolo 44 dei Supplementi al Mondo (quello sulla "metafisica dell'amore sessuale"), aggiunta nella terza edizione, che uscì proprio nel 1859, cioè lo stesso anno de L'origine delle specie.



28.8

STRANEZZE NARRATIVE NE "LA SCUOLA CATTOLICA"

Giunto al pensiero n. 121 del quaderno nero del professor Cosmo (IX.II), il lettore normalmente memore ha un déjà-vu o, come forse sarebbe meglio dire nel caso specifico, un déjà-lu. Se sta leggendo La scuola cattolica sul cartaceo, però, egli non ha quasi alcuna speranza di togliersi il dubbio, a meno che non abbia la patologia di Funes el memorioso. Se invece sta leggendo sull'ebook, una semplice ricerca lo riporta a più di mille pagine prima (nella versione cartacea), ovvero al primo capoverso di I.IX. Qui al lettore viene rivelato quel che in fondo egli sa già, anche se ha sospeso l'incredulità: l'ultimo quaderno di Cosmo è solo una variante del vecchio espediente del manoscritto ritrovato e Albinati sta solo infliggendogli un proprio zibaldone di pensieri, da cui ha già abbondantemente attinto per rimpinzare il resto del libro. Come diceva Eco nel finale de L'isola del giorno prima e in quello di Baudolino, gli scrittori sono per natura dei bugiardi "senz'anima" e «non si può scrivere se non facendo palinsesto di un manoscritto ritrovato». E va bene.

Visto che la sola differenza tra i due brani è quella - meramente formale - che c'è tra un tipico appunto di diario e un tipico attacco da narratore intradiegetico, il lettore benevolo può pensare che Albinati gli stia strizzando l'occhio per rivelargli il trucco e giocare a carte scoperte (se non è benevolo, può pensare che Albinati abbia semplicemente dimenticato di aver plagiato se stesso, o se non altro di eliminare anche il pensiero 121 dalla sua ampia antologia finzionale di passi scelti dell'ultimo quaderno del suo ex professore di italiano). Ma il pensiero n. 126, poco più avanti, viene a scompaginare il quadro, perché Albinati vi insiste con la finzione del manoscritto ritrovato annotandolo in modo piuttosto lezioso e avventurandosi in una serie di considerazioni sulle fonti, perché riconosce che lui e Cosmo devono aver saccheggiato qualcun altro ciascuno per conto proprio. 

A questo punto il lettore è sconcertato, perché Albinati sembra procedere in modo piuttosto pasticciato e soprattutto immemore di ciò che è stato fatto appena una pagina prima.














27.8

BOOK & EBOOK
I famosi contenuti extra della versione digitale de La scuola cattolica, come al lettore dell'ebook viene spiegato subito, riguardano la nona e penultima parte, quasi interamente occupata, per una settantina di pagine nella versione cartacea, dal cosiddetto "ultimo quaderno di Cosmo". Albinati finge di ritrovare una pila di quaderni dalla copertina nera nella catapecchia dell'amato ex professore di italiano al San Leone Magno, tale Giovanni Vilfredo Cosmo, morto vecchio, povero e depresso all'epoca della stesura del libro. L'ultimo di tali quaderni, scritto evidentemente in limine mortis, è costituito da 414 pensieri numerati progressivamente, la cui lunghezza varia dal rigo scarso alla pagina intera e oltre. Albinati lo riporta in gran parte nell'edizione cartacea e promette nel testo (penultimo capoverso di IX.I) di renderlo noto per intero "in un luogo più opportuno". Tale "luogo", evidentemente, è la versione digitale del libro, che in appendice contiene appunto l'intero ultimo quaderno di Cosmo. 

Di cosa si tratta? Ad Albinati non basta stressare il lettore con le sue innumervoli digressioni da "moralista" del Sette-Ottocento che si avventura in sottili analisi di questioni psico-sociologiche relative soprattutto al potere, al sesso e alla violenza (che per lui sono ovviamente intrecciati in modo pressoché inestricabile), disseminate nel mare di pagine del libro; gli serve concentrarne il succo filosofico in una serie di pensieri tra il pascaliano e il leopardiano che non si fa scrupolo alcuno di infliggere sadicamente al già stremato lettore. L'effetto intenzionale, con il rischio di far bestemmiare ai lettori l'intero rosario degli abitanti del cielo cattolico, è quello di produrre un ultimo, snervante indugio riflessivo prima della più movimentata decima e ultima parte. 

Ancora una volta non si può non rimanere sconcertati e in qualche modo ammirati dal coraggio dimostrato da Albinati. Normalmente un editore butterebbe in faccia all'autore una zeppa filosoficamente pretenziosa ma al postutto abbastanza pallosa come la parte nona e sinceramente non capisco come Albinati sia riuscito a farla passare. Il "compromesso", per quanto riguarda la già elefantiaca edizione cartacea, è stato quello di tagliare 138 dei 414 "pensieri" di Cosmo-Albinati, che per i più curiosi vado qui a elencare nel dettaglio:

2,3,4,15,16,18,22,23,27,29,38,45,46,50,54,56,57,60,62,63,66,67,68,69,77,78,85,86,89,91,94,100,101,109,110,112,113,117,125,126,128,129,130,131,135,136,140,141,144,148,150,152,163,166,171,173,177,178,180,181,187,188,193,198,199,206,208,209,210,211,213,214,215,218,240,241,242,243,244,245,246,250,262,263,268,274,275,277,278,281,284,285,286,287,289,292,294,296,297,300,301,302,304,308,309,310,313,315,316,321,322,323,330,337,338,344,346,347,349,354,355,356,366,367,371,375,376,384,388,389,390,391,395,396,397,398,402,412.

24,8
ELOGIO, STAVOLTA
Nel quarto capitolo della parte settima (la più lunga delle dieci, composta da ben ventisei capitoli), Albinati chiarisce che il fatto attorno a cui ruota La scuola cattolica, cioè il massacro del Circeo, è solo un episodio marginale della più generale guerra di liberazione della donna, il femminismo essendo per lui "il più innovativo movimento politico" del Novecento (molto più del comunismo, del capitalismo e delle ideologie reazionarie, tutti lasciti delsecolo precedente). Ecco perché si sente costretto a infliggere un interminabile discorso saggistico socio-psicologico sul sesso e sul rapporto tra uomini e donne, avvertendo il lettore che la parte settima sarà noiosissima. E così è. Io non ho seguito il consiglio di saltarla e ora che sono arrivato alla parte ottava, che coincide grosso modo con la boa delle mille pagine, posso dire che aveva ragione lui: la parte ottava è finalmente occupata da grandi segmenti narrativi, che da soli forse valgono la fatica di raggiungerli.

















23.8 
ALBINATI E KUBRICK
Ne La scuola cattolica ci sono cinque riferimenti a Kubrick e ai suoi film: due a Barry Lyndon (IV.XIX e V.VI), due a Shining (V.XV e VII.XXV) e uno a 2001: Odissea nello spazio (VII.XXIII). Curiosamente, dato il fatto intorno al quale ruota tutto il libro, manca il riferimento più ovvio, cioè quello ad Arancia meccanica, pur essendo qua e là menzionata certa filmografia violenta a sfondo sessuale degli anni Settanta.
Il riferimento a 2001 e i due a Barry Lyndon sono troppo occasionali per essere in qualche modo significativi, mentre il primo relativo a Shining serve ad Albinati solo per dire che il suo professore di matematica del "Giulio Cesare" (dove egli frequentò l'ultimo anno, provenendo dall'istituto privato cattolico "San Leone Magno") era praticamente identico al barista allucinatorio che nel film serve da bere a Jack Torrance. Ma è il secondo riferimento a Shining, che costituisce anche l'ultimo a Kubrick nel libro, ad essere particolarmente significativo, perché Albinati si avventura in un'esegesi di una scena famosa condotta tutta alla luce della sua sessuofobia. Non che l'interpretazione sia necessariamente sbagliata (stiamo parlando di un'"opera aperta" per eccellenza), ma Albinati non sembra minimamente attraversato dal dubbio che possano esserci letture alternative, per esempio più coerenti con il resto delle "apparizioni" spettrali che imperversano nella seconda metà del film.












14.7
COSE CHE NON MI SPIEGO

Alcuni gesti autoriali, se così li posso chiamare, non riesco a spiegarmeli. Prendiamo La scuola cattolica. 

1) Verso la fine di II.XXIV si legge:

«Qualche anno fa un settimanale mi ha chiesto di rispondere a una lista di domande, che viene chiamata, non capisco perché, "Il
questionario di Proust"».

Ma perché devi dire che non lo capisci? Certo, lì per lì puoi non saperlo (ben pochi lo sanno), ma cosa ci vuole a fare una ricerca in
rete? Su Wikipdia, per esempio, te lo spiegano con una voce apposita. E infatti poco più avanti Albinati ci informa che, essendogli venuto in mente Tartaglia in relazione al suo vecchio compagno di classe Arbus, si è commosso leggendo in rete una breve biografia del grande matematico sfigurato.

2) In II.IX troviamo: 

«Ricopio questa frase presa da un romanzo: “E guardando la volta celeste sopra di me, immobile, muta, mi sentii un minuscolo puntino vivo sotto quell’immane cadavere trasparente”».

Siccome non si dice altro, al lettore può venire la curiosità di sapere di quale romanzo si tratti, giusto? Bastano pochi tentativi con Google
per scoprire che il passo viene da I turbamenti del giovane Törless di Robert Musil (e con Törless il narratore aveva già confrontato il proprio sé adolescenziale verso la fine di I.X). Solo che il passo preciso del Törless, nella classica traduzione italiana di Anita Rho, è questo:

«E Törless sentiva di essere tutto solo sotto quella volta immota e silente, gli sembrava di essere un piccolo punto vivo sotto
quell’immane cadavere trasparente».

Domanda: qual è il motivo delle variazioni introdotte? Cos'è che mi sfugge?



9.7
DAL CIRCEO ALL'IDROSCALO DI OSTIA

Avendo cominciato a leggere La scuola cattolica, per rinfrescarmi la memoria sul pasticciaccio brutto del Circeo (29-30 settembre 1975) sono andato a rileggermi lo scambio di vedute in merito tra Calvino e Pasolini. Ebbene, il vero romanzo, o il romanzo vero, fu quello, perché le idee e i fatti si intrecciarono nella realtà in un modo che avrebbe suscitato l'invidia del romanziere più ardito. L'8 ottobre Calvino intervenne sul "Corriere della sera" dicendo la sua sul fatto di cronaca nera e inserendolo in un discorso socio-politico di respiro europeo, se non addirittura globale, visto che tirò in ballo pure gli Stati Uniti e la loro politica estera miope sui paesi europei alleati. La sua analisi era concentrata su un settore della borghesia italiana e sul suo rapporto con la borghesia di altri paesi, come la Francia, l'Inghilterra e la Spagna. Il 30 ottobre Pasolini scrisse su "Il Mondo" una "lettera luterana" a Calvino demolendone a modo suo l'analisi sociologica e mostrando che certa violenza aveva le sue radici nella mutazione antropologica in atto, la quale, guidata dal neocapitalismo imperante, si lasciava dietro i valori tradizionali, riconosceva solo il consumo come valore unico e di conseguenza riguardava tutte le classi sociali. L'errore di Calvino, insomma, era di classe: solo perché i criminali del Circeo provenivano dalla borghesia, e non dal sottoproletariato, gli intellettuali come lui sentivano il bisogno di proporre analisi sofisticate del fenomeno, dimenticando che atti di ferocia simili avvenivano continuamente nella Roma borgatara (e non solo), anche se gli intellettuali borghesi, per una sorta di razzismo sociale, non se ne occupavano. Ecco, era il 30 ottobre e meno di tre giorni dopo Pasolini avrebbe trovato in modo clamoroso esattamente il tipo di morte descritto nell'articolo, per mano (almeno "prima facie") proprio di un giovane della suburra romana. Il 4 novembre, due giorni dopo la morte di Pasolini, Calvino replicò sempre sul "Corriere" alla "lettera luterana", sottolineando il paradosso dolorosissimo della situazione: il suo interlocutore, si potrebbe dire, poiché nell'Idroscalo di Ostia il Circeo (dei figli di benestanti che seviziano delle popolane) era stato in qualche modo ribaltato (uno del popolo che massacra uno benestante e famoso), aveva avuto ragione nel suo modo di avere torto e torto nel suo modo di avere ragione.
Ho poi cercato le menzioni di Calvino e Pasolini nel romanzo di Albinati e ho visto che i due nomi vi compaiono ciascuno tre volte, ma mai, mi sembra, in relazione al dibattito sul fatto del Circeo.





lunedì 9 aprile 2012

Note sparse sulla "Vita di Apollonio di Tiana" di Filostrato





«Nihil umquam memini me legere deterius, lectuque minus dignum». Così Aldo Manuzio, allorché diede alle stampe, tra il 1501 e il 1502, la prima edizione moderna del testo in greco della Vita di Apollonio di Tiana di Filostrato. Analogo disprezzo "ideologico", oltre mezzo millennio prima, aveva espresso Fozio nella sua Biblioteca (cfr. codd. 44 e 241). Eppure, Fozio coi suoi due "codici" (il secondo dei quali è una sintesi dettagliatissima degli otto libri dell'opera, seguita da una scelta di passi esemplari per il loro bello stile) e Manuzio con la sua editio princeps hanno contribuito in maniera determinante a trasmettere fino a noi un'opera che, riletta con occhiali smagati e postmoderni, è in grado di stupirci con i suoi itinerari fantastici e calvinianamente leggeri, la sua saggezza lussureggiante ed esotica e le sue testimonianze impagabili sulle visioni ed evasioni culturali della corte imperiale romana dei primi decenni del III secolo, ormai verso un declino irreversibile. Negli ultimi due degli otto libri, poi, l'incontro-scontro tra Apollonio e l'imperatore Domiziano è una mirabile "figura" hegeliana del filosofo che, rivendicando la propria libertà, sfida e confonde il tiranno; e in tal senso, il lunghissimo § VIII.7, cioè l'autodifesa di Apollonio in tribunale (che Filostrato riporta e presumibilmente inventa, e che Apollonio in realtà non pronuncerà mai perché a un certo punto sparisce magicamente dall'aula per ricomparire dopo poche ore presso l'odierna Pozzuoli, dove lo attendono trepidanti gli amici Damis e Demetrio), è un vertice dell'oratoria giudiziaria tardoantica, le cui implicazioni politico-filosofiche profonde, come osserva lo stesso Apollonio in apertura, sono forse più importanti di quelle della ben più celebre Apologia di Socrate.  






********


Come finzione ermeneutica, per creare cortocircuiti inediti di senso mi piace immaginare che l'autore di questi versi:

Fino all'ora del tramonto giallo
quante volte avrò guardato
la poderosa tigre del Bengala
percorrere su e giù il tragitto prefissato
dietro le grosse sbarre,
senza sospetto ch'erano il suo carcere

abbia anche scritto il seguente passo, in cui si descrive il menu del pranzo di un re indiano del primo secolo:

Qui sono imbanditi pesci e uccelli, e sono imbanditi pure leoni interi e gazzelle, e maiali e cosce di tigri: rifiutano infatti di mangiare le altre parti di quest'animale perché, a quanto dicono, alla sua nascita solleva le zampe anteriori verso il sole che sorge.

Si tratta rispettivamente dei primi versi de L'oro delle tigri di Borges e di un passo della Vita di Apollonio di Tiana di Filostrato (II, 28). Ma per sostenere meglio la finzione dell'attribuzione del passo di Filostrato a Borges, all'India aggiungerei la Cina facendo scendere in campo la celebre classificazione degli animali secondo l'enciclopedia cinese immaginata in un passo famoso di Altre inquisizioni

Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in (a) appartenenti all'Imperatore, (b) imbalsamati, (c) ammaestrati, (d) lattonzoli, (e) sirene, (f) favolosi, (g) cani randagi, (h) inclusi in questa classificazione, (i) che s'agitano come pazzi, (j) innumerevoli, (k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, (l) eccetera, (m) che hanno rotto il vaso, (n) che da lontano sembrano mosche.


********

LE SCIMMIE E IL PEPE. È ben noto che sugli alimenti è fiorita ogni sorta di leggenda mitica sin dai tempi più remoti. Anche il pepe ha le sue e da Google si può venire a sapere che in età imperiale si era diffusa la credenza che a coltivare il pepe fossero le scimmie. Ebbene, trovo in Filostrato una delle fonti principali (se non addirittura la principale) su questa credenza, e si tratta di una pagina stupenda che coniuga pura biologia fantastica con argute osservazioni naturalistiche ed etologiche in cui sono contenute in nuce intuizioni evoluzionistiche relative ai fenomeni della simbiosi e del mutualismo. Dirigendosi dall'Indo al Gange e avvicinandosi al castello dei Bramani, Apollonio di Tiana attraversa il monte delle scimmie, collocato con geografia fantasiosa nella «parte del Caucaso che scende al Mar Rosso, fitta di selve aromatiche». Qui le scimmie prosperano perché gli Indiani le proteggono dai leoni ricevendo in cambio un servizio prezioso: la raccolta del pepe. Ecco come si svolge questo bellissimo esempio quasi-mitico di collaborazione biologica:

«L'albero del pepe è simile a quello che i Greci chiamano agnocasto, soprattutto nel grappolo del frutto. Esso cresce in luoghi dirupati, dove non possono giungere gli uomini: qui si racconta che viva il popolo delle scimmie, nei recessi dei monti e in ogni loro cavità. Gli Indiani le tengono in gran conto, poiché esse raccolgono il pepe; e le difendono dai leoni con i cani e con le armi. Il leone assalta le scimmie quando è ammalato per averne medicamento, dato che la carne di scimmia arresta la malattia, e quando è vecchio per nutrirsene: poiché non è più in grado di cacciare cervi e cinghiali, divora le scimmie usando a questo scopo della poca forza che gli rimane. D'altronde, la gente del luogo non lo permette; e considerando questi animali alla stregua di benefattori, prende le armi in loro difesa contro i leoni. La raccolta del pepe infatti si svolge così. Gli Indiani vanno agli alberi che sono più in basso, e ne colgono i frutti; poi scavano piccole buche ai piedi degli alberi e vi raccolgono il pepe, quasi gettandolo come se fosse cosa di nessun valore e spregiata dagli uomini. Le scimmie, avendo scorto ciò dall'alto dei loro luoghi inaccessibili, nella notte imitano gli atti degli Indiani: strappano i grappoli dagli alberi e li gettano nelle buche. Al far del giorno gli Indiani si portano via i mucchi delle spezie, che ottengono così senza fatica alcuna, standosene inoperosi e immersi nel sonno» (Vita di Apollonio di Tiana, ed. Adelphi 1978, 6ª ed. 2011, III, 4, pp. 144-145).

L'immagine di quegli Indiani che affrontano i leoni per difendere le scimmie, di cui sfruttano la propensione all'imitazione ottenendo in cambio che esse raccolgano il pepe di notte mentre loro dormono nel riposo del guerriero, è una delle cose più poetiche e commoventi che mi sia mai capitato di incontrare.


********


Qui Apollonio, infliggendo ai "Ginni" (i gimnosofisti, ovvero i "sapienti nudi" dell'Etiopia egizia) un lungo e memorabile monologo in cui difende la superiorità spirituale e la priorità temporale dei sapienti indiani rispetto a loro, sembra un lontano maestro di Schopenhauer:


«Quando poi ebbi a incontrarli [i Bramani indiani], al loro messaggio provai la stessa reazione, che secondo la fama ebbero gli Ateniesi di fronte alla sapienza di Eschilo. (...) E tuttavia la soddisfazione che offre un buon spettacolo tragico è ridotta, e causa piacere per una breve parte del giorno, poiché tale è la durata delle feste Dionisie. Invece la filosofia concepita secondo Pitagora e toccata dall'ispirazione divina, come prima di Pitagora vollero gli Indiani, dà una gioia non breve, bensì protratta per un tempo infinito e incalcolabile. (...) Di questa sapienza voi stessi foste tramite a Pitagora al tempo in cui lodavate le dottrine degli Indiani, essendo in origine di stirpe indiana» (VI, 11, p. 272 e p. 273).

domenica 25 dicembre 2011

Abissi di saggezza in una manciata di parole


A volte un solo brano di testo può racchiudere e riassumere un abisso di saggezza, cioè secoli di riflessione su un determinato problema esistenziale, morale o scientifico. È un'esperienza familiare ai lettori, e può essere fatta su uno stasimo di Sofocle, su una digressione mitica di Platone, su un commento a margine di Manzoni, su una prudente nota a piè di pagina di Darwin, su un frammento postumo di Nietzsche, su una rapida citazione di Borges, su un aforisma di Cioran, su un esempio di Dennett, e persino su una battuta di Woody Allen. Sono quei casi in cui si ha l'impressione di aver colto qualcosa di decisivo, che arriva come un bagliore accecante e lascia una traccia durevole come una cicatrice, perché è ben noto che l'incremento della consapevolezza porta con sé anche una fitta proporzionale di dolore psicologico, soprattutto se esso provoca delle brucianti disillusioni metafisiche (qui auget scientiam auget et dolorem, ricorda Schopenhauer nel § 56 de Il mondo come volontà e rappresentazione, citando Ecclesiaste 1.18).
Un esempio preciso può essere tratto da una recente opera di cosmologia speculativa. Nel centrale quinto capitolo del loro Il grande disegno. Perché non serve Dio per spiegare l'universo (2010, tr. it. Mondadori 2011), intitolato "La teoria del tutto", Stephen Hawking e Leonard Mlodinow cominciano con una carrellata storica sulle principali leggi della natura e, mentre stanno illustrando l'importanza delle equazioni di Maxwell che descrivono i campi elettromagnetici, fanno una piccola, fulminante osservazione (con annessa chiusura ironica), apparentemente buttata lì per caso. E invece, così mi sembra, si tratta di una summa di filosofia della natura, un pozzo profondo di conoscenza che coinvolge astronomia, fisica e biologia in un passo tanto breve e chiaro quanto decisivo per una retta visione delle cose, perché è come se chiudesse i conti con un modo antico e ostinato di vedere il mondo: intendo il modo che chiamerei "aristotelico", cioè finalistico e ingenuamente geo-antropocentrico, così ben fondato sulle apparenze del quotidiano da essere entrato nel senso comune come un baconiano "idolo della tribù" e da risultare per ciò ancora tanto difficile da rimuovere dalle menti di miliardi di esseri umani. Ed ecco il passo, la cui forza sapienziale eguaglia in valore assoluto quella di una pagina della Fisica di Aristotele, voltandola per sempre:
«Il Sole irraggia a tutte le lunghezze d'onda, ma la sua radiazione ha un massimo di intensità alle lunghezze d'onda che ci sono visibili. Probabilmente non è un caso che le lunghezze d'onda che possiamo vedere ad occhio nudo siano quelle a cui il Sole irraggia con maggiore intensità: è verosimile che i nostri occhi si siano evoluti con la capacità di rilevare la radiazione elettromagnetica in quella gamma proprio perché è la gamma presente in misura più abbondante. Se mai entreremo in contatto con esseri di altri pianeti, questi probabilmente avranno la capacità di "vedere" la radiazione alle lunghezze d'onda, quali che siano, che il loro sole emette con maggiore intensità, modulate da fattori quali le proprietà filtranti della polvere e dei gas presenti nell'atmosfera del loro pianeta. Così alieni evolutisi in presenza di raggi X potrebbero far carriera nel campo della sicurezza aeroportuale» (pp. 87-88).
Quante follie umane di insensato protagonismo religioso e filosofico spazzano via le implicazioni per noi del quadro cosmologico e biologico racchiuso in tali osservazioni? Teniamo presente, però, che l'essere spodestati dalla posizione privilegiata in un cielo di cartone ha come contropartita l'onore immenso di essere davvero gli unici a sapere che la nostra esistenza (e non solo la nostra) non è necessaria e che la nostra costituzione è il risultato di una sintonizzazione alla cieca con i vincoli ambientali che abbiamo trovato. L'illusione di essere stati voluti da un disegno intelligente e superiore, infatti, ci fa sì guadagnare in consolazione ma soprattutto ci fa perdere in valore relativo nel gran mare dell'Essere, perché, tanto per dire, un Dio è per definizione sempre e incomparabilmente più importante di noi. Si comprende allora che, se quella scientifico-darwinista è una retta visione delle cose, ciò che essa ci fa perdere in consolazione illusoria ce lo restituisce con un tasso di interesse altissimo in termini di rivalutazione del nostro posto nell'universo, che risulta essere davvero unico, perché siamo il frutto di una improbabilità estrema e per giunta siamo gli unici ad essere coscienti di questo fatto ed in grado di fornircene una rappresentazione razionale e verosimile. È vero, siamo contingenti e non abbiamo nessuno che lassù ci ami, e tuttavia, per dirla con Italo Calvino e recuperando paradossalmente una nuova forma di antropocentrismo, più smagata e matura, siamo l'occasione forse irripetibile che l'universo ha per organizzare alcune informazioni su se stesso e conservarne per un po' di tempo la memoria.