«Das Leben der Erkenntnis ist das Leben, welches glücklich ist, der Not der Welt zum Trotz» (Ludwig Wittgenstein, Tagebucheintrag vom 13.8.16).


«E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (…): “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”» (Italo Calvino, chiusa di "Perché leggere i classici").


«Neque longiora mihi dari spatia vivendi volo, quam dum ero ad hanc quoque facultatem scribendi commentandique idoneus» (Aulo Gellio, "Noctes atticae", «Praefatio»).


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lunedì 11 maggio 2015

NEUROSCIENZE ESATTE



Se uno, malauguratamente, volesse togliersi una curiosità e si chiedesse: "Qual è il rapporto tra cellule gliali e neuroni nel cervello?", troverebbe risposte per tutti i gusti:


- circa 1 a 1 secondo Sebastian Seung (Connettoma, 2012, tr. it. Codice Edizioni 2013, p. 78, nota 17), che rimanda ad Azevedo et al. 2009: Equal Numbers of Neuronal and Nonneuronal Cells Make the Human Brain an Isometrically Scaled-up Primate Brain.  Stesso rapporto suggeriscono anche DeSalle e Tattersall, The Brain, 2012, tr. it. Il cervello. Istruzioni per l'uso, Codice Edizioni 2013, p. 313 (è il "catalogo" della mostra di Milano, 18.10.13-13.4.14).



- circa 3 a 1 secondo Purves et al. 2012, 5ª ed., tr. it. Neuroscienze, Zanichelli 2013, p. 7. 

- più di 5 a 1 secondo la voce italiana "Cellula della glia" di Wikipedia. Viceversa, la corrispondente voce inglese "Neuroglia" è molto più dettagliata: «In general, neuroglial cells are smaller than neurons and outnumber them by five to ten times; they comprise about half the total volume of the brain and spinal cord ("Clinical Neuro-Anatomy", Richard S. Snell, 7th edition). The ratio differs from one part of the brain to another. The glia/neuron ratio in the cerebral cortex is 3.72 (60.84 billion glia; 16.34 billion neurons), while that of the cerebellum is only 0.23 (16.04 billion glia; 69.03 billion neurons). The ratio in the cerebral cortex gray matter is 1.48 (the white matter part has few neurons). The ratio of the basal ganglia, diencephalon and brainstem combined is 11.35».

- circa 10 a 1 secondo Le basi neurali del Laboratorio di Sistemi Cognitivi (LabSiCo) dell'Università di Trieste, slide 3:
http://labsico.units.it/didattica/PsicologiaGenerale/3-BasiNeurali-col.pdf.

Chiaro?

domenica 26 ottobre 2014

IL GIOVANE METAFISICO


Nel 1811, all'età di 13 anni, Giacomino scrisse, tra le altre cose, quattro stupefacenti "Dissertazioni metafisiche", che stamattina, per colpa anche del film di Martone, mi è saltato il ghiribizzo di leggere attentamente (il Meridiano delle poesie e delle prose ne riporta tre, quella sui sogni, quella sull'esistenza dell'ente supremo e quella sull'anima delle bestie; la quarta, sull'Ente in generale, la si può trovare con facilità nel 'Tutto Leopardi' della Newton Compton). 

Ebbene, in questi esercizi filosofici di un ragazzino assolutamente fuori dal comune (se oggi un insegnante avesse la sventura di ritrovarsi in classe un alunno vagamente simile, gli converrebbe andare a restituire laurea e abilitazione) c'è una cosa che mi colpisce e che conferma alcuni recenti risultati sperimentali sull'evoluzione delle nostre strutture cognitive. Nelle dissertazioni, infatti, il "giovane favoloso" sostiene una serie di luoghi comuni della metafisica tradizionale che di lì a poco abbandonerà come fossero favole infantili, e si tratta esattamente di alcuni di quei luoghi comuni che modellano ancora oggi le vie neurali di gran parte dell'umanità (l'ultimo capoverso della dissertazione su Dio non a caso fa appello al "comune universale consenso di tutte le nazioni"), nonché di molti di quei filosofi idealisti e particolarmente ostili alla tecnica e alle scienze della natura che, con sottile e sottovalutata contraddizione, godono di popolarità persino in rete e sui media. I due luoghi comuni principali sono il dualismo mente-corpo di sapore platonico-cristiano-cartesiano e l'idea tomistico-lebniziana del disegno intelligente e dell'essere perfettissimo. Il ragazzino erudito, cioè, innesta i contenuti filosofico-religiosi dei suoi studi matti e dispAratissimi sulla particolare architettura mentale del Sapiens (peraltro condivisa con altre specie), il quale è stato dotato dall'evoluzione di preziosi dispositivi iperattivi di attribuzione di intenzionalità e di riconoscimento di agenti da cui, secondo alcuni studi neurocognitivi recenti (discussi per esempio in un libro del 2008 come Nati per credere di Girotto, Pievani e Vallortigara), a seguito di cascate di cooptazioni funzionali (exaptations) deriverebbero come sottoprodotti gli spiriti (come i cartesiani e muratoriani "spiriti del sangue" della Dissertazione sopra i sogni), i folletti, le anime, gli dèi e i divini architetti delle varie culture. Insomma, è come se queste dissertazioni offrissero un compendio di alcuni aspetti "infantili" e innati del pensiero umano che sono una parte di quella che oggi viene chiamata psicologia ingenua. A Leopardi, contrariamente a quanto accade alla stragrande maggioranza degli esseri umani, bastò poco tempo per rendersi conto che in realtà non ci sono né anime immateriali, immortali e assolutamente libere (che nella Dissertazione sopra i sogni gli sembravano lapalissianamente deducibili dalla nostra stessa capacità di immaginare e produrre idee e pensieri) né disegni intelligenti di un essere perfettissimo (che nella Dissertazione sopra l'esistenza di un Ente Supremo deduceva certissimamente ripetendo l'argomento modale di Leibniz per cui l'essere-necessario-se-è-possibile-esiste-ma-è-possibile-dunque-esiste-e-bla-e-bla). 

Nel mare di stupidaggini in cui la mente giovanile di Giacomino naufragava dolcemente, qualche buon pesce, persino più buono di quanto lui stesso potesse immaginare, è tuttavia finito nella rete. Si tratta di due piste di ricerca poco ortodosse (rispetto al rigido cattolicesimo familiare) che lui ha intravisto e coraggiosamente imboccato, percorrendone i tratti iniziali e ancora acerbi: una spiegazione neuroscientifica dei sogni che rigetta qualsiasi fantasia oniromantica e una teoria gradualista dell'"anima" e dello "spirito" che, per quanto riguarda l'attribuzione di una "mente cosciente" agli animali (come si direbbe oggi), lo porta oltre il paradigma strettamente cartesiano e lo avvicina ad approcci contemporanei particolarmente sofisticati come quello di un Hofstadter (si pensi ai "gradi di anima" misurati in Huneker di cui, tra il serio e il faceto, si parla in Anelli nell'io): «sembrami di poter concludere con sicurezza che la sentenza la quale afferma esser l'anima dei bruti uno spirito dotato di senso, di libertà e di un qualche lieve barlume di ragione è certamente più probabile di ogni altra» (finale della Dissertazione sopra l'anima delle bestie).

martedì 12 agosto 2014

DUE COSE SU "IL PIANETA DELLE SCIMMIE" DI PIERRE BOULLE (1963)

(Una scheda di lettura molto tardiva, occasionata dall'uscita, in queste settimane, dell'ultimo film della serie)



1) In relazione ai film. La cosa che salta subito agli occhi, confrontando il romanzo con gli otto film che ha ispirato (non parlo delle serie TV perché non le ho viste), è il modo interessante in cui certi pezzi di quello risultano sparpagliati qua e là in tutti questi, pur essendo solo due le pellicole che ne costituiscono la trasposizione cinematografica in senso stretto (quella del 1968 e quella del 2001). Per esempio, gli umilianti test cognitivi e comportamentali cui nel romanzo viene sottoposto Ulisse Mérou dalle scimmie Zira e Zaius su Soror sono ripresi quasi alla lettera nel film del 1971, solo che qui a subirli sulla Terra è la scimmia scienziata Zira, arrivata dal futuro per partorirvi Cesare e morirvi insieme al compagno Cornelius. Curiosamente, poi, le due trasposizioni "tradiscono" in modo diverso il finale del romanzo, anche se ne colgono il messaggio essenziale: le scimmie erediteranno il mondo, o i mondi. E tuttavia, pur essendo stato saccheggiato quasi atomo per atomo dagli otto film, al romanzo sono rimasti fino ad ora almeno due elementi-chiave: la cornice narrativa (il manoscritto nella bottiglia abbandonata nello spazio e recuperata da una coppia di turisti interplanetari che viaggiano dentro la loro "vela" a sfera) e lo straordinario episodio (III.8) della femmina umana da laboratorio che, sottoposta a stimolazione elettrica del cranio da Helius (collega di Cornelius), recupera la memoria della specie depositata nel suo cervello più antico e si mette a raccontare come se fosse un registratore fossile la "diretta" a più voci della decadenza umana di diecimila anni prima, con la concomitante e progressiva ascesa delle scimmie (eppure questo, in vario modo, è il tema di ben cinque degli otto film).

2) Come opera in sé. Non esiterei a definire il romanzo un piccolo capolavoro. La scrittura è essenziale e cristallina, mentre la narrazione, scandita in 38 brevi capitoli raggruppati in tre parti (17+9+12), procede con un passo ritmico e incalzante. Vi si trovano l'ironia pungente e concettualmente spiazzante di Swift e Voltaire, la visionarietà di Verne e la leggerezza e rapidità del coevo Calvino cosmicomico. Nel testo, poi, sono disseminati riferimenti più o meno espliciti e mai pesanti alla letteratura, alla filosofia e alla scienza: da Omero a Dante (il protagonista, un giornalista francese che nel primo film con Charlton Heston diventerà l'astronauta americano George Taylor, si chiama Ulisse e l'anfiteatro gremitissimo e rumorosissimo del congresso annuale dei biologi scimmieschi, in II.7, gli ricorda l'inferno dantesco), da Aristotele a Tolomeo, da Cartesio a Nietzsche, da Darwin ad Einstein, e poi Pavlov, Thorndike, Köhler, Skinner, fino agli esperimenti di Penfield basati sulla stimolazione elettrica delle aree senso-motorie della corteccia cerebrale. Per non dire della rivisitazione in chiave parodica della Repubblica di Platone, con la società scimmiesca planetaria suddivisa in tre classi, gli orangutan, i gorilla e gli scimpanzé, ciascuna con funzioni ben precise che rispecchiano la natura e l'indole dei loro componenti (II.5).


In tal senso, esso costituisce un vero giardino delle delizie per il lettore che lo attraversa munito di rilevatori di ammiccamenti intertestuali e indossando gli occhiali della filosofia della mente, delle neuroscienze e della teoria dell'evoluzione.