«Das Leben der Erkenntnis ist das Leben, welches glücklich ist, der Not der Welt zum Trotz» (Ludwig Wittgenstein, Tagebucheintrag vom 13.8.16).


«E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (…): “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”» (Italo Calvino, chiusa di "Perché leggere i classici").


«Neque longiora mihi dari spatia vivendi volo, quam dum ero ad hanc quoque facultatem scribendi commentandique idoneus» (Aulo Gellio, "Noctes atticae", «Praefatio»).


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lunedì 21 ottobre 2013

Lucia sicuramente non andò con l'Innominato ma Napoelone forse è morto alle Galapagos

Quando discussioni serie (come il problema epistemologico della verità) rimbalzano da un blog a Twitter e vengono afferrate al volo da una stampa ansiosa di creare mostri e scatenare la caccia allo stregone, succede che Odifreddi venga ridotto a un negazionista. Da qui la canea del "dàgli all’untore!" e compagnia abbaiante, che per definizione non ha la più pallida idea delle questioni filosofiche in gioco. Ora Odifreddi ha provato a spiegare, riassumendo alcuni dei problemi fondamentali relativi alla definizione della verità in ambito logico, scientifico e storico. Ma quello che dice, naturalmente, è ancora niente rispetto a ciò che il dibattito contemporaneo ha prodotto, diciamo dal 1892 (anno di pubblicazione di Senso e denotazione di Frege) a oggi.
Si consideri, ad esempio, un enunciato come "Ulisse sbarcò a Itaca immerso in un sonno profondo". Per Frege esso non è decidibile (perché "Ulisse" non ha denotazione), mentre per Russell, che propose poco dopo un modello di analisi logica diverso, esso è semplicemente falso, perché Ulisse non è mai esistito. Ma circa un secolo dopo arriva Umberto Eco e, sulla base della semantica dei mondi possibili, sostiene che quell'enunciato non solo è vero (nel mondo dell'Odissea) ma costituisce un paradigma per la verità di quelli empirici (quindi non solo storici), una sorta di ideale regolativo cui si può tendere con gradi diversi di approssimazione.
Se qualcuno trova strano che, per esempio, un enunciato storico largamente condiviso possa essere "meno vero" di uno riferito ai mondi narrativi della fantasia, provi a dire a un esame di letteratura italiana che Lucia, dopo aver visto un film porno sul Palantir della sua cella, scappò con l'Innominato e i due si trasferirono con il teletrasporto a Mordor, dove furono ospitati in un bordello gestito da Biancaneve e i sette nani. Nessuna nuova scoperta, infatti, può modificare i fatti dell'edizione definitiva dei Promessi sposi. Viceversa, se uno studente riuscisse in qualche modo a 'provare', con documentazione inedita e plausibile, e prima di essere cacciato a padate da un professore permaloso, che Napoleone 'in realtà' morì di spavento il primo marzo del 1821 alle Galapagos vedendo una tartaruga gigante, prenderebbe la lode e avrebbe un futuro accademico assicurato (magari in Francia), perché la Storia è una narrazione in linea di principio sempre rivedibile alla luce di evidenze documentarie nuove.
Cosa vuol dire tutto ciò? Semplicemente che gli enunciati storici non possono mai avere il grado di certezza degli enunciati riferiti a universi narrativi chiusi, né, tanto meno, di quelli logico-matematici cui fa riferimento Odifreddi. A limite, possono avvicinarsi al tipo di conferma posseduto dagli enunciati scientifici sperimentali. Il suo problema è nato perché si è trovato ad illustrare queste cose in un contesto ad alto rischio, come una discussione sulle camere a gas. Eco, invece, che notoriamente è molto più prudente di Odifreddi, quando affronta questi argomenti usa esempi più innocui (come la data di morte di Napoleone). Ma il concetto è identico.
Ecco il post esplicativo di Odifreddi, che ormai è come una pezza messa a tamponare uno tsunami.

Che cos’è la verità?
17 ottobre 2013

Per coloro che si fossero perse le puntate precedenti, mi chiamo Piergiorgio Odifreddi, e sono un logico matematico. Il che significa che ho passato la mia vita a cercare di capire qual è la risposta alla domanda del titolo. Che secondo la leggenda, fu posta da Pilato, anche se poi lui se ne andò senza neppure aspettare che il suo interlocutore provasse a rispondere.

Le risposte però ci sono, benché ovviamente interessino più i pochi logici in circolazione, che i tanti Pilati che se ne lavano le mani di cosa sia la verità. In particolare, secoli di indagini hanno prodotto una classificazione dei suoi vari tipi.

Si parte dalle verità matematiche, che sono dimostrate in maniera logica e controllabili da chiunque abbia un’alfabetizzazione adeguata. Si passa alla verità scientifiche, che non sono mai completamente assodate, e sempre sottoposte a continue verifiche sperimentali, spesso effettuabili solo da chi abbia adeguati mezzi tecnologici. Si arriva poi alle verità storiche, che si basano su testimonianze di varia mano, relative a fatti unici e non riproducibili, e che dunque non possono mai avere il grado di affidabilità delle verità scientifiche, per non parlare di quelle matematiche.

Da un punto di vista individuale, poi, il grado di certezza che ciascuno di noi assegna alle varie verità dipende non solo dalla loro natura, ma anche dalla nostra conoscenza di esse. Il teorema di Fermat, ad esempio, è stato dimostrato da Andrew Wiles, ma anche un matematico come me non ha gli strumenti concettuali per capirne la dimostrazione: dunque, la mia certezza della verità del teorema si basa su testimonianze di seconda mano, in particolare su libri e articoli di divulgazione, e non su una conoscenza diretta.

Questo non significa che non creda al teorema di Femat, ovviamente. Significa però, altrettanto ovviamente, che ci credo in una maniera diversa da come credo al teorema di Pitagora, che invece so dimostrare in una dozzina di modi diversi (anche se uno solo già basterebbe).

Nella discussione del post del 12 ottobre ho detto esattamente le stesse cose, riferendole all’argomento di cui si parlava allora: che era Priebke in primis, e i crimini nazisti in subordine. Ma sarebbe stato lo stesso se si fosse parlato della scoperta dell’America, vista la data, o di qualunque altro argomento. Perché, come si sarà capito, il discorso è generale: dunque, si applica a tutto ciò che ha a che fare con la verità (storica in questo caso), niente escluso.

Che un giornalista come Gianni Riotta, che queste cose le sa benissimo, avendo anche lui studiato logica come me, possa aver preso spunto da esse per attivare la sua personale macchina del fango, accusandomi di negazionismo, è singolare e sconsolante.

Io non conosco i suoi motivi, che possono essere solo la leggerezza di un utente entusiasta di un mezzo banalizzante della discussione come Twitter. Ma possono anche essere la mala fede di chi, quando gli si fa notare che ha detto una stupidaggine, non si degna nemmeno di rispondere alla mail, mostrando la volontà di negarsi ai chiarimenti.

Ovviamente, il mitico “popolo della rete” l’ha seguito a ruota libera, gridando all’untore. Perché non gli interessa verificare cosa una persona possa aver detto, e meno che mai cercare di capirlo. Gli interessa solo ripetere ciò che appare nei 150 caratteri che costituiscono ormai il limite massimo dell’attenzione e dell’approfondimento.

Che sia così per i due terzi della popolazione italiana, che secondo la recente rilevazione Ocse non arrivano al livello minimo di alfabetizzazione per poter agire consapevolmente in una società sviluppata, è un fatto col quale dobbiamo convivere, per quanto spiacevolmente.

Purtroppo è così anche per molti professionisti della carta stampata. Luigi La Spina, ad esempio, che su La Stampa mi chiama “epigono nostrano del negazionismo storico“. O Massimo Adinolfi, che sul Messaggero paragona le mie opinioni a quelle di Irving. O il Giornale e il Fatto Quitidiano, che riportano entrambi con foto la notizia che questo blog è stato chiuso, scambiandola dolosamente con una di un anno fa.

Nella discussione “incriminata” osservavo banalmente che molti di noi confondono ciò che vedono nei film, o leggono nei romanzi, con la verità storica. Questi esempi dimostrano paradossalmente che alla lista dobbiamo aggiungere anche i giornali: non tutti, magari, ma certo almeno quelli che ho nominato. E, questa volta, lo so per conoscenza diretta, e non solo per sentito dire.

lunedì 13 febbraio 2012

Per una filosofia delle stronzate




(fine 2005)

Vale la pena segnalare un gustosissimo libriccino che nell’autunno del 2005 ha avuto un grosso e meritato successo editoriale. Si tratta di Stronzate. Un saggio filosofico (Rizzoli, 62 pagg., di cui appena 50 ‘nette’, € 6) di Harry G. Frankfurt, professore di filosofia a Princeton. Negli Stati Uniti (dove è uscito nello stesso anno presso la Princeton University Press) è stato un best-seller e qui da noi ha attirato l’attenzione persino di Umberto Eco, che gli ha dedicato un’intera ed esauriente “Bustina di Minerva” (cfr. “L’espresso”, a. LI, n. 42, 27/10/2005), sulla quale tornerò.
In estrema sintesi, quello di Frankfurt è un tentativo insieme ironico e rigoroso di dare una definizione filosofica della “stronzata” (di cui il villaggio globale è pieno), intesa come atto linguistico che mira a raggiungere un tornaconto personale (pubblicità, potere, bella figura, ecc.) attraverso espressioni che tradiscono una assoluta indifferenza nei confronti del valore di verità di quello che si asserisce sul mondo. In tal senso, la stronzata è eticamente peggiore della menzogna volontaria, perché il bugiardo, almeno, accetta l’idea che sia possibile avere credenze vere sulle cose (e infatti cerca di spacciare il falso come vero), mentre colui che dice stronzate – cioè contraffazioni non necessariamente false - è uno che semplicemente educa se stesso e gli altri all’idea che il valore di verità delle asserzioni descrittive sia una questione irrilevante, se non un’assurdità. Egli, quindi, anche se non lo sa, è uno scettico che, invece di scegliere il silenzio (come l’antico Pirrone), continua a “produrre asserzioni che danno a intendere di descrivere le cose come stanno, ma che non possono essere altro che stronzate” (p. 59).
Il finale del saggio è un memorabile pugno nello stomaco sferrato alla retorica della “sincerità”, cioè della fedeltà epistemologica centrata su se stessi e sul proprio fumoso vissuto privato, in genere propalata da chi nel contempo ha dichiarato inaccessibile la realtà oggettiva, impossibile una conoscenza condivisa del mondo e infine vano l’ideale dell’“esattezza”: “Come esseri coscienti, esistiamo solo nella nostra reazione alle altre cose, e non possiamo in alcun modo conoscere noi stessi senza conoscere quelle. Per di più, non esiste nulla nella teoria, e di certo nulla nell’esperienza, a sostegno dello straordinario giudizio che la verità su se stessi sia la più semplice da conoscere. I fatti su noi stessi non sono particolarmente solidi e resistenti alla dissoluzione dello scetticismo. Le nostre nature sono, anzi, elusivamente inconsistenti – notoriamente meno stabili e meno dotate di una propria intrinseca realtà rispetto alle nature delle altre cose. E se questo è vero, la sincerità in sé è una stronzata” (p. 62).
Come lascia intendere Eco tra le righe della sua “Bustina”, un discorso come quello di Frankfurt, che come esempio principale di stronzata cita il discorso di un Presidente degli Stati Uniti in cui con finta seriosità si fa riferimento alla balla retorica secondo cui i Padri Fondatori della nazione americana erano guidati da Dio, non può non far drizzare le orecchie a noi italiani, che per cinque anni siamo stati governati da un ballista di professione il cui ideale di vita e di pensiero è riuscire a vendere ghiaccioli agli eschimesi, al punto che ‘piazzare’ sogni a fini elettorali è per lui ordinaria amministrazione (“Creeremo un milione di posti di lavoro”, “Diminuiremo le tasse”, “Aumenteremo le pensioni minime”, “Costruiremo case per tutti”, ecc.).
Aggiungerei che la scuola è uno dei luoghi più importanti su cui l’analisi di Frankfurt può gettare una luce rivelatrice. Naturalmente è troppo facile sparare sulla Croce Rossa e dire che presso i ragazzi, sempre più diseducati a uno stile di pensiero che ha a cuore l’ideale dell’esattezza e del controllo della validità delle affermazioni, le stronzate sono molto di moda, soprattutto nelle interrogazioni (quante volte capita di sentire luoghi comuni stucchevoli e infondati sui contenuti delle varie discipline, pronunciati solo perché produrre suoni è da loro considerato meglio che tacere?). Più serio è invece, a mio giudizio, auspicare che siano innanzi tutto i docenti a fare del rigore (logico, storico, filologico, scientifico ecc.) un habitus intellettuale e un ideale regolativo da trasmettere ai ragazzi. È ben noto, infatti, che non di rado noi docenti, per cavarci d’impiccio e continuare a dare la falsa impressione di una super-competenza (peraltro non richiesta, né tanto meno raggiungibile) su tutto ciò che riguarda le nostre discipline di insegnamento, cediamo alla tentazione di improvvisare informazioni campate in aria, vale a dire stronzate, su cose intorno alle quali abbiamo conoscenze scarse, superficiali e non di prima mano. Eppure basterebbe solo ammettere di non sapere e indicare magari le sedi dove la trattazione è esauriente e documentata.
Conviene soffermarsi un po’ sulle fonti utilizzate da Frankfurt per sviluppare la sua tesi, perché esse forniscono spunti interessanti sulle concezioni ‘etiche’ di fondo del libro. Sostanzialmente, queste fonti sono quattro (o, a limite, sei, come si vedrà), che elenco nell’ordine in cui appaiono:
  1. Max Black, The Prevalence of Humbug (“La prevalenza delle sciocchezze”) (CUP, Ithaca 1985), da cui Frankfurt trae la definizione-chiave di “schiocchezze”, dalla cui analisi dettagliata il libro prende le mosse (pp. 13-26).
  2. R. Rhees (a cura di), Recollections of Wittgenstein (OUP, Oxford 1984; tr. it. – ignorata dal traduttore di Stronzate - Conversazioni e ricordi, Neri Pozza Editore, Vicenza 2005), da cui Frankfurt trae due aneddoti su Wittgenstein che, per quanto in sé marginalissimi, sono brillantemente reinterpretati e si pongono alla base della sua analisi etico-linguistica della nozione di ‘stronzata’ (pp. 26-39).
  3. Oxford English Dictionary, alla voce “bullshit” (“merda di toro”, cioè, per noi italiani, “stronzata”; la voce è usata anche come verbo, to bullshit someone, nel senso di “raccontare stronzate a qualcuno”) e affini, dove tra l’altro Frankfurt trova due riferimenti letterari (uno a Ezra Pound, Cantos, LXXIV, e uno al romanzo Dirty Story di Eric Ambler) molto utili per l’accezione del termine ‘stronzata’ che gli sta a cuore sottolineare e approfondire in chiave filosofica (pp. 39- 54).
  4. Agostino, La menzogna, nella cui analisi degli otto tipi di menzogna Frankfurt non trova spunti particolarmente significativi per il suo discorso sulle stronzate (pp. 54-56).
Come si vede, le fonti filosoficamente più significative sono solo le prime due, e se si tiene presente che Black è un insigne studioso di Wittgenstein (è autore, tra l’altro, del fondamentale A Companion to Wittgenstein’s Tractatus, pubblicato nel 1964) e che la sua analisi delle “sciocchezze” è chiaramente wittgensteiniana, ci si rende conto che il vero ispiratore del saggio di Frankfurt è Wittgenstein, ovvero la sua tensione ‘etica’ nell’ossessiva analisi del linguaggio ordinario. La percezione del fondo etico del saggio ‘analitico’ di Frankfurt (che è soprattutto un filosofo morale) mi lascia però un rimpianto per una fonte classica che egli ha inspiegabilmente mancato di citare. A mio parere, infatti, invece della citazione poco più che ornamentale del trattato agostiniano sulla menzogna, egli avrebbe dovuto fare almeno un riferimento all’Ippia Minore di Platone, dove menzogna, verità e saggezza sono discussi da Socrate e Ippia in relazione ad Achille (il veritiero) e Ulisse (il menzognero). Frankfurt, infatti, nell’attribuire a chi mente maggiore saggezza morale e filosofica rispetto a chi spara solo stronzate (cfr. p. 58 ), non fa che riecheggiare in parte il discorso di Socrate, il quale confuta Ippia facendogli notare che il bugiardo Ulisse non può essere inferiore in saggezza al sempre e solo veritiero Achille, perché la menzogna presuppone la conoscenza del vero e del falso, mentre l’incapacità di mentire presuppone la loro ignoranza (e infatti gli animali non mentono mai, perché semplicemente non possono farlo).
Torno, per finire, alla “Bustina” di Eco, che peraltro mi ha spinto a comprare e leggere il saggio di Frankfurt, per dargli un’affettuosa bacchettata frankfurtiana. A un certo punto, Eco scrive: “Dovete sapere che i filosofi americani sono molto sensibili al problema della verità dei nostri enunciati, tanto che passano il tempo a chiedersi se sia vero o falso dire che Ulisse è tornato a Itaca, dal momento che Ulisse non è mai esistito”.
Ora, questo è un esempio, se non proprio di “stronzata” nel preciso senso di Frankfurt, almeno di “stronzatina”, di “minchiatina” rifilata ai lettori sprovveduti della “Bustina” che non hanno dimestichezza con la filosofia del linguaggio, né tanto meno hanno letto l’informatissimo Semiotica e filosofia del linguaggio (1984) dello stesso Eco, dove un’affermazione così superficiale sarebbe impensabile. Intanto, va precisato subito che, se quello che dice Eco vale certamente per alcuni filosofi americani (da Peirce fino a Quine, Putnam, Searle, Davidson, Kripke, ecc.), altri (da James fino a Pirsig, passando per Dewey e Rorty) non sono affatto interessati a tali questioni di semantica logica; ergo, la generalizzazione è falsa. Ma oltre che falsa, essa è anche fuorviante, per almeno due ragioni: 1) l’esempio di Ulisse non compare MAI nel saggio di Frankfurt, contrariamente a quanto potrebbe supporre il lettore della “Bustina” che non abbia letto Stronzate; 2) tale famosissimo esempio, con tutte le questioni logiche e semantiche connesse, è stato introdotto da Frege (cioè un tedesco) in Senso e denotazione (1892), saggio che, insieme a Sulla denotazione (1905) di Russell (un inglese) e al Tractatus (1921-1922) di Wittgenstein (un austriaco trapiantato in Inghilterra), ha dato vita in Europa a un ampio dibattito, che è arrivato in America solo negli anni Trenta anche in seguito al fatto che alcuni filosofi continentali - come Carnap, allievo di Frege - vi si trasferirono dopo l’ascesa al potere da parte di Hitler.
Un giorno Wittgenstein, all’amica Fania Pascal, che si era appena operata di tonsille e che aveva dichiarato davanti a lui di sentirsi come un cane investito da un’auto, rispose disgustato: “Lei non può sapere come si sente un cane investito da un’auto” (cfr. Conversazioni e ricordi, cit., p. 51). Frankfurt osserva che la sgarbatissima e indelicata risposta del filosofo si può spiegare solo se si tiene conto della sua avversione etica ed epistemologica nei confronti delle stronzate, poiché in quel caso specifico Fania offrì superficialmente “la descrizione di un certo stato di cose senza sottomettersi sul serio alle costrizioni imposte dall’impegno di fornire un’accurata descrizione della realtà” (p. 37). Ebbene, sarei tentato di girare allo stesso Eco queste ultime parole, se non fossi certo che egli non è tra quelli che abitualmente bullshit us.

domenica 12 febbraio 2012

La fallace teologia filosofica di Vito Mancuso




(gennaio 2008)

Ed eccola la tanto attesa risposta teologico-filosofica italiana all’ondata di libri contro la credenza religiosa scritti negli ultimi tempi da certi cattivoni atei e materialisti, da Dennett e Dawkins a Odifreddi e Ferraris. Il libro è uscito da poche settimane nella prestigiosa collana “Scienza e idee” della Raffaello Cortina diretta dal noto filosofo della scienza Giulio Giorello (un altro cattivone laico che si è proclamato miltonianamente “di nessuna chiesa”), reca in copertina una fascetta rossa che lo proclama pomposamente, con le parole non a caso di Panorama, “Un autentico caso editoriale e culturale”, ed è preceduto da una lettera paternamente affettuosa di Carlo Maria Martini, maestro spirituale dell’autore. Stiamo parlando de L’anima e il suo destino di Vito Mancuso, genitori siciliani, classe 1962 e professore di Teologia moderna e contemporanea all’Università San Raffaele di Milano.
Arrivando alla prima delle 317 pagine del volume, scandito in dieci capitoli e una Conclusione che comprendono in tutto 129 brevi paragrafi, ci si imbatte in un incipit che fa tremare le vene e i polsi per l’ambizione del progetto: «Il principale obiettivo di questo libro consiste nell’argomentare a favore della bellezza, della giustizia e della sensatezza della vita, fino a ipotizzare che da essa stessa, senza bisogno di interventi dall’alto, sorga un futuro di vita personale oltre la morte. L’argomentazione verrà condotta di fronte alla coscienza contemporanea, in particolare a quella sua parte scettica, se non addirittura atea, la quale ritiene che non vi sia nulla di superiore all’immane potere della morte». Argomentazione? Coscienza scettica se non addirittura atea, cioè laica (come si legge subito dopo)? Una teologia che, come si legge alla fine del primo paragrafo, vuole dialogare con la filosofia e la scienza per costruire un discorso rigoroso e non confessionale su Dio? Uhm, la mia coscienza atea che nuota tra filosofia e scienza non resiste al richiamo e si dispone all’ascolto.
Intanto, vado all’indice dei nomi e scorgo alcune assenze che mi insospettiscono: Hume, Russell, Popper, Dennett, Dawkins, Odifreddi, Flores D’Arcais e Giorello. Come? Filosofi, logici, epistemologi e scienziati laici particolarmente sensibili ai problemi filosofici e metafisici sollevati dalla cosmologia e della biologia, alcuni dei quali (Hume, Russell, Dennett e Dawkins) hanno avanzato argomenti irresistibili contro l’idea stessa di un principio divino – una Mente, il Logos – alla base della “natura-physis” o “essere-energia” (per riprendere le espressioni care a Mancuso), sono totalmente ignorati in un libro teologico che si propone di dialogare con la scienza e la filosofia? E chi saranno mai, a parte filosofi ad hoc come Teilhard de Chardin (di cui considera “santo” anche il nome: cfr. p. XV), gli scienziati contemporanei con cui “dialoga” Mancuso? Ecco quelli chiave: Fritjof Capra (l’autore del celebre Il Tao della fisica), Paul Davies, Ilya Prigogine, Christian de Duve e persino Einstein, dei quali, con notevole furbizia e non poca faccia tosta, Mancuso cita alcune affermazioni metafisiche che non escludono la possibilità che nelle leggi della fisica sia inscritta una tensione essenziale verso la nascita e lo sviluppo della vita. Da queste affermazioni, prese per asserzioni scientifiche solo perché pronunciate da scienziati, il nostro teologo “deduce” il necessario finalismo di stampo aristotelico che fa del cosmo un luogo orientato amorevolmente alla comparsa dell’uomo, della sua anima e quindi della sua stessa immortalità personale, che sarebbe la “quinta discontinuità” cosmica (§ 45), dopo le prime quattro rappresentate dall’origine della materia dal Big Bang, dalla nascita della materia organica, dalla comparsa dell’intelligenza e dall’emergenza da quest’ultima della moralità e della spiritualità (cfr. § 43).
Quando poi Mancuso dedica un paragrafo (il decimo) al “primato del Logos”, basandosi sul discorso di Ratzinger a Ratisbona, e cita con grande approvazione e senza ulteriore commento il celebre argomento del Boeing 747 di Fred Hoyle (la nascita casuale della vita è paragonabile per improbabilità a una tromba d’aria che, spazzando un ammasso di rottami, assembli accidentalmente un Boeing 747), per concludere che la teoria casualista dell’origine della vita è ‘scientifica’ quanto l’affermazione che la casa di Maria è stata trasportata dagli angeli da Nazaret a Loreto (cfr. § 44), si capisce immediatamente che egli non ha mai letto o compreso una parola di Dennett e Dawkins. Il primo, infatti, contro la versione lockiana della tesi del “primato della Mente” (Saggio sull’intelletto umano, IV, X, 10), filosoficamente molto più rigorosa di quella di Ratzinger, ha avanzato un’argomentazione gigantesca e devastante che costituisce tutto il monumentale volume del 1995 intitolato L’idea pericolosa di Darwin e che sviluppa, alla luce della potenza esplicativa dell’algoritmo della selezione naturale, alcune mirabili e occasionali intuizioni cosmogoniche messe da Hume in bocca a Filone nei Dialoghi sulla religione naturale. Mentre il secondo, ne L’orologiaio cieco (1986) e ancor più dettagliatamente nel recente L’illusione di Dio (2006), ha dimostrato con una forza argomentativa implacabile che l’argomento del Boeing 747 di Hoyle, lungi dall’intaccare il lavoro lento di “ricerca e sviluppo” compiuto dalla selezione naturale darwiniana (che non è affatto dominata dal caso, contrariamente a quanto sostengono i nemici del darwinismo come Mancuso), si applica più adeguatamente all’ipotesi del Dio Progettista originario, il quale, incorporando una complessità logica ben maggiore della complessità biologica che è chiamato a spiegare, si deve necessariamente veder assegnata una probabilità così bassa da risultare indistinguibile dallo zero.
Va dato atto a Mancuso che in più punti egli si discosta coraggiosamente dalla dottrina ufficiale della Chiesa, non mancando di criticare alcuni dei pilastri del cristianesimo tradizionale (come ad esempio la nozione di peccato, a proposito del quale sostiene che ce n’è propriamente solo uno che meriti l’Inferno: «la bestemmia contro lo Spirito», p. 232), e non si può non ammirarlo quando, a proposito di Giordano Bruno, scrive: «Bruciandolo sul rogo, la mia Chiesa ha tolto all’Occidente la possibilità di fondare il senso della giustizia e del bene sull’ordine naturale. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti» (p. 20). In tutto ciò egli è guidato però dall’idea un po’ esaltata che, laddove le sue opinioni sembrassero eterodosse, esse sono a suo parere «pienamente ortodosse rispetto alla verità immutabile di Dio quale bene, sorgente e meta della vita del mondo» (p. XV).
Ma non è di Principio Ordinatore immanente, Principio personale trascendente, anima, immortalità, peccato, paradiso, purgatorio, inferno e limbo, temi ampiamente trattati da Mancuso, che qui voglio parlare. La mia coscienza atea mi impedisce di prenderli sul serio per più di cinque minuti anche con tutta la buona volontà di questo mondo. A me interessa il nocciolo della sua argomentazione filosofica, esibito chiaramente e, ahimè, disastrosamente, nel § 44, intitolato “L’origine della vita”. La domanda delle cento pistole è: Perché mai a un certo punto della storia dell’universo è uscita la pallina rossa della vita? Dovendo scegliere fra tre spiegazioni possibili (le uniche che egli riesca a vedere, e già qui si colgono dei limiti enormi nella sua millantata conoscenza delle teorie scientifico-filosofiche in campo), cioè fra il “caso”, il “miracolo” e la “necessità intrinseca”, egli dichiara di abbracciare la terza: «se è uscita l’unica pallina rossa della vita, è perché doveva uscire proprio lei. Dagli informi gas primordiali doveva scaturire la vita. Io sostengo che vi è una finalità intrinseca nella natura, esattamente quella medesima teleologia di cui parlava Aristotele, che so bene essere un supremo tabù per molti biologi contemporanei» (pp. 116-117). Questo passo così candidamente pretenzioso mi ha fatto venire subito in mente un paio di pagine de L’idea pericolosa di Darwin (§ 7.3, tr. it. Bollati Boringhieri 2002, pp. 208-209) in cui Dennett smaschera implacabilmente l’imbarazzante errore puramente logico contenuto in questo tipo di inferenza, classicamente adottata dai sostenitori della versione “forte” del cosiddetto “principio antropico”. L’argomento del tipo di quello adottato da Mancuso non è un tabù, come egli sostiene allegramente, ma una banale fallacia logica che può essere illustrata in maniera semplicissima. Come nota Dennett, nella sua forma “debole” e innocua il principio antropico si basa su una normale applicazione della regola del modus ponens: «se x è una condizione necessaria per l’esistenza di y e y esiste, allora x esiste». In simboli, si tratta del teorema: (((y → x) & y) → x), in cui il “Dev’essere vero che” sta rigorosamente all’inizio della formula. Essa, infatti, non dice che x o y o entrambi sono necessari, ma che è necessario che se y → x e si dà anche y, allora si “deve” dare anche x, dove x e y, nel caso delle scienze empiriche, sono eventi (o descrizioni di eventi) contingenti. La necessità, qui, consiste solo nel fatto che x deve darsi affinché si dia y; il che non significa affatto, come invece pensano erroneamente quelli che argomentano alla maniera di Mancuso, che x e y siano necessari in assoluto. Scrive Dennett: «Riconosco che mi è difficile credere che un tale equivoco e una tale controversia siano stati generati in realtà da un banale errore logico, ma si hanno prove concrete che spesso questo corrisponde al vero, e non soltanto nell’ambito delle discussioni sul principio antropico. Si considerino gli analoghi equivoci che circondano la deduzione darwiniana in generale. Darwin deduce che gli esseri umani devono essersi evoluti da un antenato comune agli scimpanzé e che tutta la vita deve essere emersa da un unico principio, e alcuni, in modo inspiegabile, interpretano queste deduzioni come la tesi che gli esseri umani siano in qualche modo un prodotto necessario dell’evoluzione, o che la vita sia una caratteristica necessaria del nostro pianeta. (...) Quanti credono nel principio antropico (...) pensano di poter dedurre qualche cosa di meraviglioso e stupefacente dal fatto che noi osservatori coscienti siamo qui – per esempio, che in qualche senso l’universo esiste per noi, o forse che noi esistiamo affinché possa esistere l’universo nella sua totalità, o addirittura che Dio ha creato l’universo come l’ha creato affinché noi fossimo possibili».
L’argomento di Dennett, in sostanza, è questo. Che cosa significa, ad esempio, dire che il DNA è una condizione necessaria per l’esistenza degli organismi multicellulari come noi? Significa semplicemente che il DNA deve esserci affinché tali organismi siano possibili, i quali costituiscono così una condizione sufficiente per l’esistenza del DNA. In termini logici questo si traduce così: l’esistenza degli organismi multicellulari come noi implica l’esistenza del DNA (e non viceversa!), e siccome noi esistiamo, allora anche il DNA deve esistere. Ma questo non equivale a dire (come sostengono i finalisti alla Mancuso) né che l’esistenza del DNA sia necessaria in sé, cioè da sempre prevista dalla Natura, né che gli organismi multicellulari come noi siano un prodotto necessario, e addirittura da sempre ‘voluto’ dal Progettista divino, del DNA. Infatti, la molecola del DNA poteva tranquillamente non formarsi e inoltre non c’è contraddizione nel pensare a un mondo dove ci sia il DNA e non ci siamo noi (del resto è stato così per alcuni miliardi di anni). Viceversa, non abbiamo alcuna possibilità di concepire un mondo in cui ci siamo noi ma non c’è il DNA. L’inferenza alla Mancuso, quindi, è un puro e semplice errore logico che nasce da un fraintendimento del condizionale e del modus ponens.
È vero, aggiungo, che il teorema precedente implica la versione modale della regola del modus ponens: ((y → x) & y) → x, che apparentemente sostiene un’inferenza come quella di Mancuso. Ma qui x e y diventano enunciati dimostrabili, ovvero descrizioni di ‘fatti’ logico-matematici necessari che nulla hanno a che vedere con i fatti tutti contingenti del mondo in cui viviamo, come la combinazione antropica delle costanti fisiche fondamentali, la formazione degli elementi chimici pesanti e delle molecole inorganiche, la sintesi delle proteine, la comparsa degli organismi multicellulari e la nascita dell’Homo sapiens. Chi ha voglia di sostenere il contrario, cioè che nel mondo possono darsi fatti logicamente e ontologicamente necessari, si autoinfligge un onere della prova filosoficamente insostenibile e scientificamente disperato. Questa cosa ovvia Mancuso avrebbe potuto acquisirla adeguatamente se solo avesse meditato almeno sulla proposizione 5.634 del Tractatus di Wittgenstein, anziché fermarsi a un innocuo aforisma sulla morte di sapore epicureo – «Il timore della morte è il miglior segno di una vita falsa, cioè cattiva» – contenuto nei Quaderni 1914-1916 (cfr. p. 196).
Qua e là, poi, si incontrano delle perle di dettaglio davvero esilaranti. Nel § 7, ad esempio, intitolato “Evoluzione ed evoluzionismo”, in cui Mancuso pretende di separare il “fatto” dell’evoluzione dalla sua “interpretazione” evoluzionista-darwiniana, sulla scorta di uno spericolato riferimento alla nozione di “slancio vitale” di Bergson (un altro fossile pseudofilosofico riesumato da Mancuso, insieme a quello di Teilhard de Chardin), si sostiene niente meno non solo che l’espansione dell’universo è “probabilmente la legge fondamentale della natura” (sic!), ma anche che la “generazione ininterrotta della natura, il motore dell’evoluzione” ne è la riproduzione in piccolo sul nostro pianeta, dato che, se l’espansione è una legge universale, essa deve valere anche localmente sulla terra (cfr. p. 15)! Per Mancuso, quindi, espansione dell’universo da un lato ed evoluzione e differenziazione biologica dall’altro sono praticamente la stessa cosa, o espressioni della stessa cosa (un ordine cosmico razionale, l’Ordine). Gli scienziati, va invece ricordato, quando paragonano la vita alle vere leggi fondamentali, come il secondo principio della termodinamica, sottolineano che una struttura vivente costituisce un’eccezione locale e transitoria all’aumento inesorabile dell’entropia nel cosmo.
Di fronte a un libro come quello di Mancuso, allora, è difficile non ripensare alla celebre conclusione della Ricerca sull’intelletto umano di Hume: «Se ci viene alle mani qualche volume, per esempio di teologia o di metafisica scolastica, domandiamoci: Contiene qualche ragionamento astratto sulla quantità e sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto e di esistenza? No. E allora, gettiamolo nel fuoco, perché non contiene che sofisticherie e inganni» (ed. Laterza 1996, p. 261).

sabato 11 febbraio 2012

NOZIONI ESSENZIALI DI FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO DA FREGE A SCHLICK






1. FREGE



1.1 Sinn e Bedeutung nei nomi propri


Secondo Frege (Über Sinn und Bedeutung, 1892), al segno di un “nome proprio” (che comprende sia i nomi veri e propri, come “Aristotele”, sia ciò che Russell chiamerà “descrizioni definite”, come “Lo scolaro di Platone”, e che oggi chiamiamo di solito “termine singolare”, ovvero espressione che designa un unico oggetto) sono associati sia una denotazione (Bedeutung), cioè il determinato oggetto designato, sia un senso (Sinn), che esprime il modo in cui l’oggetto è dato, e che può essere considerato come il contenuto cognitivo (oggettivo) che un parlante afferra per il fatto stesso di conoscere la lingua in cui il segno è espresso. In tal modo, al segno corrisponde un determinato senso, e questo determina la denotazione corrispondente. Viceversa, a un medesimo oggetto denotato sono associati diversi segni (almeno tanti quante sono le lingue naturali), e un medesimo senso può essere espresso in modi diversi in lingue diverse, e persino all’interno della stessa lingua. Ad esempio: le espressioni “La stella del mattino” e “La stella della sera” hanno identica denotazione (il pianeta Venere), ma sensi diversi, dato che esprimono proprietà diverse del pianeta dal punto di vista della Terra. D’altra parte, all’interno dell’italiano, “La stella del mattino” e “Fosforo” (nonché “La stella della sera” ed “Espero”) hanno non solo identica denotazione ma anche identico senso, e ciò che cambia è solo il mero ‘segno’ linguistico.



1.2. La teoria della presupposizione


Secondo Frege, quando noi affermiamo qualcosa, presupponiamo implicitamente che i nomi propri usati nel nostro enunciato abbiano una denotazione, cioè che sia vera la proposizione che afferma l’esistenza dell’oggetto denotato dal nome proprio (anche se questa proposizione non fa parte del senso del nostro enunciato); d’altra parte è tipico della imperfezione delle lingue naturali il fatto che in esse certe espressioni siano solo apparentemente dei nomi propri dotati di denotazione, per cui gli enunciati in cui ricorrono, per il principio di composizionalità, non possono avere a loro volta una denotazione, che nel loro caso è per Frege il valore di verità (il Vero o il Falso). La teoria della ‘presupposizione’ dice che un enunciato E1 presuppone un enunciato E2 quando sia la verità che la falsità di E1 implicano la verità di E2. In altri termini, E2 è l’enunciato che deve essere vero affinché E1 abbia un valore di verità; e se E2 è falso allora E1 è indecidibile, cioè (eventualmente) ha solo un senso, se esprime un pensiero, ma non una denotazione (cioè un valore di verità). Ad esempio, dicendo “Keplero morì in miseria” (E1), noi presupponiamo che “Keplero” sia un nome denotante, ovvero, dato che con questo nome intendiamo, tra l’altro, lo scopritore della forma ellittica dell’orbita dei pianeti, che l’enunciato “Ci fu un individuo che scoprì la forma ellittica dell’orbita dei pianeti” (E2) sia vero, anche se il suo senso non è contenuto in quello di E1. D'altra parte, se diciamo “Ulisse sbarcò a Itaca immerso nel sonno” (E1), pur comunicando un pensiero (il senso dell’enunciato), non possiamo pronunciarci sul suo valore di verità, dato che in E1 ricorre almeno un nome proprio (“Ulisse”) privo di denotazione, ovvero dato che la proposizione che asserisce l’esistenza di Ulisse (il nostro E2 ) è falsa.



1.3. Senso e rappresentazione


Frege distingue nettamente il “senso” dalla “rappresentazione” connessa a un segno. Il senso ha una dimensione oggettiva, perché è ciò che parlanti diversi afferrano quando comunicano e si comprendono, e inoltre è ciò che rimane invariato nella traduzione da una lingua all’altra (per un italiano “cavallo” ha lo stesso senso che per un inglese ha “horse”). La rappresentazione connessa a un segno è invece, per Frege, qualcosa di soggettivo e di mutevole, perché coincide con l’immagine interna che un individuo associa al segno e che dipende dai ricordi di impressioni sensibili, dalle attività interne ed esterne esercitate, nonché dai sentimenti. Nel famoso esempio di Frege, se si guarda la luna col cannocchiale, la luna stessa è la denotazione (reale), l’immagine restituita dall’obbiettivo (oggettiva e accessibile a diversi osservatori) è il senso, mentre l’immagine che si imprime sulla retina (soggettiva e propria a ciascun osservatore) è la rappresentazione.



1.4. Predicati, concetti e funzioni


Per quanto riguarda i predicati, cioè le espressioni del tipo P(x) (“x è un uomo”, “x è la capitale della Francia”, ecc.) o R (x,y) (“x è il padre di y”, ecc.), in Funzione e concetto (1891) Frege applica ad essi la distinzione di “Sinn” e “Bedeutung” nel seguente modo. Il loro senso è la proprietà (se hanno un solo posto d’argomento) o la relazione (se hanno più di un posto d’argomento) da essi espressa, mentre la loro denotazione è il concetto associato, che per Frege coincide con quel particolare tipo di funzione che ha come valori solo valori di verità. In matematica, com'è noto, le funzioni possono avere come valori anche dei numeri: f(x) = x + 1 ha come valore l’1 per x = 0, il 2 per x = 1, ecc. Viceversa, un'equazione è una funzione che assume il valore Vero quando l'incognita ha il valore di una "soluzione", mentre assume il valore Falso per ogni altro valore (l'insieme dei valori della funzione al variare dell'incognita è chiamato da Frege “decorso di valori” della funzione). In tal modo, per Frege i concetti, cioè le funzioni che costituiscono le denotazioni dei predicati, sono delle entità ‘insature’, ovvero incomplete; ad essere ‘sature’ sono le loro estensioni, cioè i loro decorsi di valori al variare dell’argomento x, perché costituiti da oggetti (Vero, Falso, Vero, …). Ad esempio, se P(x) = “x è un uomo”, esso denota un concetto-funzione il cui valore è il Vero quando x è un individuo del genere umano, e il Falso quando x varia su oggetti non umani.



1.5. Il principio di sostituibilità e i suoi limiti di applicabilità nei contesti indiretti


I contesti indiretti (di cui fanno parte quelli riconducibili a formule come “A crede che p”) hanno posto delle difficoltà alla definizione fregeana di “Sinn” e “Bedeutung” per enunciati dichiarativi. Per questi ultimi il senso è il pensiero oggettivo espresso, mentre la denotazione è il valore di verità (il Vero se l’enunciato è vero, il Falso se l’enunciato è falso); per essi valgono il principio di composizionalità, stando al quale il valore semantico (senso o denotazione) dell’intero è funzione del valore semantico delle parti, e il principio di sostituibilità (già enunciato da Leibniz, e da Frege stesso citato), stando al quale il valore di verità di un enunciato non cambia quando a una sua parte se ne sostituisca un’altra avente la stessa denotazione e un senso diverso. Ad esempio, il valore di verità dell’enunciato “La stella del mattino è più vicina al sole rispetto alla terra” è identico al valore di verità dell’enunciato “La stella della sera è più vicina al sole rispetto alla terra”, perché “La stella del mattino” e “La stella della sera” hanno la stessa denotazione ma diverso senso. Tutto questo, però, incorre in qualche difficoltà nei contesti indiretti, perché la denotazione (valore di verità) di “A crede che p” non è funzione della denotazione (valore di verità) di p. Come dice Frege, in questi casi la verità dell’intero è “indifferente” se il pensiero espresso da p sia vero o falso. Di conseguenza, quando è inserito in un contesto indiretto, il costituente proposizionale p non denota la sua denotazione abituale (un valore di verità), ma il suo senso, cioè il pensiero da esso espresso (denotazione indiretta). In tal modo Frege salva il principio di sostituibilità nei contesti indiretti, purché la sostituzione avvenga tra costituenti proposizionali che abbiano non la stessa denotazione abituale (valore di verità) ma la stessa denotazione indiretta, cioè lo stesso senso abituale (pensiero espresso).
Ad esempio, consideriamo questi due enunciati:

(1) Copernico credeva che le orbite dei pianeti fossero cerchi
(2) Copernico credeva che la terra ruotasse attorno al sole

Il costituente p dell’enunciato indiretto (1) è “Le orbite dei pianeti sono cerchi”, mentre quello dell’enunciato (2) è “La terra ruota attorno al sole”. Ora, il costituente di (1) è falso, mentre il costituente di (2) è vero, eppure (1) e (2) sono entrambe vere. Questo perché, appunto, la loro verità non dipende composizionalmente dalla verità o dalla falsità del costituente p. Quello che determina la verità di (1) e (2) è il fatto che Copernico credesse effettivamente nella verità di ciò che è espresso nel pensiero (cioè nel senso) dei loro costituenti, e il loro effettivo valore di verità non entra in gioco nel valore di verità delle proposizioni indirette in cui compaiono. Che la composizionalità e la sostituibilità non valgano in questi contesti, si vede subito dal fatto che il valore di verità di (1) e (2) può cambiare se in essi sostituiamo costituenti proposizionali di valore di verità identico a quello dei loro rispettivi costituenti. Infatti, se in (1) mettiamo “Le orbite dei pianeti sono parabole” (che ha lo stesso valore di verità di “Le orbite dei pianeti sono cerchi”, cioè il Falso), otteniamo:

(3) Copernico credeva che le orbite dei pianeti fossero parabole

che è falsa. Analogamente, se in (2) mettiamo un altro costituente vero, come “L’orbita della terra è ellittica”, avremo:

(4) Copernico credeva che l’orbita della terra fosse ellittica

che è falsa. Viceversa, poiché secondo Frege in (1) e (2) i costituenti denotano non il loro valore di verità ma il loro senso (denotazione indiretta), è possibile sostituire in essi, salva veritate, dei costituenti che abbiano lo stesso senso abituale, cioè la stessa denotazione indiretta. Ma egli non fu chiaro sulle condizioni di identità di senso per due enunciati diversi nella veste segnica (intuitivamente, un’espressione che abbia lo stesso senso di “Le orbite dei pianeti sono cerchi” potrebbe essere o una sua traduzione fedele in un’altra lingua o una sua riformulazione in italiano del tipo: “Le traiettorie dei pianeti sono circolari”).



2. RUSSELL




2.1. Il problema della indecidibilità negli enunciati contenenti nomi privi di denotazione: la soluzione di Frege e quella di Russell


La distinzione tra “Sinn” e “Bedeutung” per i nomi propri e per gli enunciati condusse Frege alla teoria della presupposizione (ogni enunciato decidibile presuppone la verità di uno o più enunciati che asseriscono l’esistenza degli oggetti denotati dai nomi che compaiono nell’enunciato stesso), la quale implica che un enunciato contenente almeno un nome privo di denotazione – tale cioè per cui la sua presupposizione sia falsa - sia a sua volta privo di denotazione, che per l’enunciato è il valore di verità (esso, quindi, è né vero né falso). Nel saggio del 1905 intitolato On Denoting, Russell dichiarò insoddisfacente la soluzione fregeana perché, tra l’altro, essa comportava la violazione del principio del terzo escluso (per cui ogni enunciato dichiarativo ben formato è o vero o falso, senza una terza possibilità). La soluzione di Russell si basa sulla sua particolare teoria delle “descrizioni”, cioè di quei “sintagmi denotativi” della forma “Una cosa così e così” (descrizioni indefinite, come “Un uomo”) e “La cosa così e così” (descrizioni definite, come “L’autore dei Promessi sposi”). Consideriamo l’enunciato “L’attuale Re di Francia è calvo”. Nell’analisi di Frege esso è indecidibile perché il nome proprio “L’attuale Re di Francia” è privo di denotazione, e quindi l’enunciato che ne costituisce la presupposizione (“Esiste attualmente il Re di Francia”) è falso. È importante a questo punto tenere presente che per Frege il pensiero espresso nell’enunciato presupposto (cioè il suo senso) non è parte del senso dell’enunciato che lo presuppone. Il punto-chiave della soluzione di Russell muove proprio da qui. Secondo Russell, infatti, quello che per Frege è l’enunciato esistenziale presupposto fa parte dell’enunciato che lo presuppone come suo costituente essenziale. Da che cosa lo si vede? Lo si vede analizzando l’enunciato di partenza e scoprendo dietro la sua ‘forma grammaticale’ apparente la sua vera ‘forma logica’, che nel caso di enunciati del tipo di quello visto (cioè della forma “L’oggetto che ha la proprietà F ha la proprietà G”) è un enunciato complesso costituito dalla congiunzione di tre enunciati più semplici:

a) esiste almeno un x che ha la proprietà F (nell’esempio: esiste almeno un individuo che attualmente è il Re di Francia);
b) al massimo un x ha la proprietà F (nell’esempio: al massimo un individuo è attualmente il Re di Francia)
c) x ha la proprietà G (nell’esempio: questo individuo è calvo).

Ora, poiché ogni enunciato della forma “L’oggetto che ha la proprietà F ha la proprietà G” equivale, secondo Russell, alla congiunzione logica di a) , b) e c), e poiché a) e b) non fanno altro che asserire l’esistenza e l’unicità dell’oggetto che gode della proprietà F (sono in qualche modo il vecchio ‘presupposto’ di Frege), è evidente che la loro falsità rende falso tutto l’enunciato. Ecco perché, per Russell, l’enunciato “L’attuale Re di Francia è calvo” è falso (e non indecidibile, come per Frege): poiché esso, analizzato, diventa qualcosa come “Uno e un solo individuo è l’attuale Re di Francia, e questo individuo è calvo” (si sono riunite insieme le tre componenti), è chiaro che esso è falso, perché è falso il suo primo componente, cioè il congiunto che asserisce l’esistenza e l’unicità dell’attuale Re di Francia.



2.2. La teoria delle descrizioni


Come visto sopra, la teoria delle descrizioni di Russell è legata all’esigenza di risolvere alcune difficoltà in cui incorre la semantica di Frege. Una descrizione è un sintagma denotativo di tipo nominale, e può essere definita (in tal caso ha la forma “La cosa così e così” e denota un oggetto definito: ad es. “L’attuale Regina d’Inghilterra”) o indefinita (in tal caso ha la forma “Una cosa così e così” e denota ambiguamente un oggetto imprecisato, non certo una moltitudine di oggetti, che sarebbe un oggetto definito: ad es. “Un uomo”). Pur avendo forma denotativa, non sempre le descrizioni denotano qualcosa: “L’attuale Re di Francia” e “Un unicorno”, secondo Russell, non è che denotino entità irreali, come pensava Meinong, ma semplicemente non denotano alcunché: esse sono descrizioni che non descrivono niente. A differenza di Frege, Russell distingue nettamente i nomi dalle descrizioni definite: “Umberto Eco” e “L’autore de Il nome della rosa”, pur riferendosi allo stesso individuo, non rispondono alla stessa grammatica logica (anche se a livello di grammatica superficiale hanno la stessa distribuzione sintattica, cioè possono ricorrere nei medesimi contesti frasali), perché mentre un nome è un simbolo semplice che designa direttamente e “di diritto” l’oggetto denotato, senza dipendere dal significato di altre parole (qui Russell anticipa in parte i teorici del riferimento diretto, e in particolare Kripke, che esplicitamente muove da lui, anche se gli esiti della sua teoria della designazione “rigida”, nonché la sua semantica dei mondi possibili, sono estranei al realismo di Russell), una descrizione definita è un costrutto complesso il cui significato dipende in qualche modo dal significato prefissato dei termini semplici che lo costituiscono. Ciò spiega perché, sostituendo ad x in “x è un uomo” prima “Umberto Eco” e poi “L’autore de Il nome della rosa” otteniamo due enunciati simili nella forma grammaticale ma profondamente diversi nella forma logica. “Umberto Eco è un uomo” è un enunciato atomico della forma soggetto-predicato, non ulteriormente analizzabile. Invece “L’autore de Il nome della rosa è un uomo” è un enunciato complesso analizzabile nel modo visto nel punto precedente ed equivalente a quest’altro enunciato, in cui la complessità logica (congiunzione) è esplicita: “Una e soltanto una entità ha scritto Il nome della rosa, e questa entità è un uomo”.
Con questa analisi delle descrizioni, Russell chiarisce il loro ruolo effettivo all’interno delle proposizioni enunciative. Secondo lui, quando esse compaiono come sintagmi nella forma grammaticale di un enunciato (come visto nell’esempio precedente), in realtà non hanno alcun significato, né sono degli autentici costituenti dell’enunciato, tant’è vero che nella forma logica analizzata di quest’ultimo scompaiono del tutto, come abbiamo visto. In tal modo Russell risolve sia il problema dei ‘nomi propri’ privi di denotazione di Frege, il quale era ricorso alla teoria della presupposizione, sia il problema degli ‘oggetti’ di Meinong (Sulla teoria dell’oggetto, 1904), il quale aveva considerato le descrizioni comunque come descrizioni di un qualche oggetto, e questo “oggetto” (distinto dall’“obbiettivo”, che indica il contenuto dei giudizi, ovvero lo stato di cose cui questi si riferiscono), poteva: 1) sussistere astrattamente (numeri, proprietà geometriche, relazioni; 2) esistere di fatto (“L’attuale Regina d’Inghilterra”); 3) ex-esistere di fatto (“Giulio Cesare”); 4) non esistere di fatto (“La montagna d’oro”); 5) non esistere di diritto, cioè essere addirittura impossibile (“Il quadrato rotondo”).


3. IL “PRIMO” WITTGENSTEIN




3.1. La teoria della raffigurazione

Nel Tractatus logico-philosophicus (1921-22) il giovane Wittgenstein avanzò la tesi secondo cui il pensiero è l’immagine logica dei fatti (prop. 3), e siccome per pensiero egli intendeva la proposizione munita di senso (prop. 4), il linguaggio sensato, inteso come l’insieme delle proposizioni munite di senso, viene ad essere un’immagine logica della realtà, intesa come la totalità dei fatti sussistenti e insussistenti (questi ultimi sono quelli la cui insussistenza è determinata dalla sussistenza di altri fatti). Questa teoria della raffigurazione implica dunque un isomorfismo (identità di forma) tra struttura del linguaggio e struttura della realtà. Così come una fotografia raffigura un fatto coi propri mezzi (essa è un’immagine delle relazioni logiche, spaziali e cromatiche del fatto ritratto), una proposizione raffigura un fatto coi propri mezzi, ovvero tramite l’unica cosa che può condividere con un fatto, e questa è la relazione più astratta possibile tra gli oggetti di cui il fatto è costituito, ovvero la sua forma logica. Poiché, dunque, una proposizione condivide con il fatto raffigurato solo la forma logica, essa è detta da Wittgenstein “immagine logica” del fatto. Naturalmente, ogni altra immagine (geometrica, fotografica, pittorica, ecc.) è anche un’immagine logica: l’immagine proposizionale, invece, è solo un’immagine logica. La relazione di raffigurazione sussiste solo tra la proposizione semplice, che è un nesso immediato di nomi, e il fatto semplice (“stato di cose”), che è un nesso immediato di oggetti (entità, cose): alla configurazione dei nomi nella proposizione corrisponde la configurazione degli oggetti nella situazione raffigurata dalla proposizione. I nomi non ‘raffigurano’ gli oggetti, ma ‘stanno per’ essi, li designano (fregeanamente, Wittgenstein dice che gli oggetti che costituiscono lo stato di cose sono la “Bedeutung” dei nomi che costituiscono la proposizione, ma contrariamente a Frege egli non attribuisce un “senso” ai nomi: il loro valore semantico è solo la loro denotazione).


3.2. Oggetti, stati di cose e fatti

Nel Tractatus, oggetti, stati di cose e fatti costituiscono la trama della realtà. Gli oggetti sono entità semplici e ultime, non ulteriormente analizzabili. Essi costituiscono la sostanza del mondo e la loro esistenza è necessaria, dal momento che se non esistessero, la sensatezza di una proposizione dipenderebbe dalla verità di un’altra proposizione, che asserisce l’esistenza degli oggetti di cui parla la prima (come si vede, Wittgenstein rifiuta la teoria fregeana della presupposizione). Gli oggetti hanno una “forma”, e questa dà all’oggetto la possibilità di entrare in una struttura, in una configurazione, cioè in uno stato di cose, come la maglia di una catena. Come esempi di “forma” degli oggetti Wittgenstein cita soltanto lo spazio, il tempo e la cromaticità (prop. 2.0251). Ciò implica che gli oggetti non sussistono mai isolatamente, ma solo in una connessione fattuale, per cui solo gli stati di cose, i nessi di oggetti, hanno una sussistenza isolata e indipendente (“Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose”, dice Wittgenstein nella seconda frase del Tractatus: prop. 1.1). Ogni fatto semplice e isolato è uno stato di cose. I fatti complessi sono collezioni di due o più stati di cose sussistenti. A livello linguistico, dato l’isomorfismo tra linguaggio e realtà, agli oggetti, agli stati di cose e ai fatti corrispondono rispettivamente i nomi (che designano gli oggetti), le proposizioni elementari o atomiche (che raffigurano proiettivamente gli stati di cose) e le proposizioni complesse o molecolari (che sono costituite da nessi logici di proposizioni atomiche, di cui sono funzioni di verità per mezzo dei connettivi logici noti: negazione, congiunzione, disgiunzione e implicazione).


3.3. Senso e condizioni di verità di una proposizione

Per Wittgenstein senso e condizioni di verità di una proposizione coincidono. Nel caso della proposizione elementare, il suo senso è lo stato di cose possibile che essa raffigura e di cui asserisce la sussistenza (prop. 4.031). Se questo stato di cose sussiste, la proposizione è vera, altrimenti è falsa. La proposizione, quindi, mostra il suo senso (prop. 4.022), ovvero cosa accadrebbe se essa fosse vera (e di conseguenza cosa accadrebbe se essa fosse falsa). Ma una proposizione elementare è anche funzione di verità di se stessa (prop. 5), e Wittgenstein chiama le possibilità di verità (in questo caso Vero o Falso) di una proposizione le sue “condizioni di verità” (propp. 4.41 e 4.431), aggiungendo che essa esprime le sue condizioni di verità: dire p, quindi, è come dire: “p è la proposizione che è vera quando p è vera e falsa quando p è falsa”, cioè (VF)(p) (cfr. prop. 4.442). In tal modo, dato che la proposizione elementare mostra il suo senso, cioè quale stato di cose sussiste se essa è vera, e dato che essa mostra anche le sue condizioni di verità, segue che senso e condizioni di verità coincidono. Discorso analogo vale per una proposizione complessa, che è funzione di verità delle proposizioni elementari che la costituiscono. Consideriamo la proposizione complessa “La penna è sul tavolo e il gatto dorme sotto il tavolo”. Essa mostra il suo senso, cioè da essa si vede quali stati di cose devono sussistere affinché essa sia vera. Questi stati di cose sono quelli raffigurati dalle due proposizioni elementari che la costituiscono: “La penna è sul tavolo” e “Il gatto dorme sotto il tavolo”. E siccome la proposizione è una congiunzione, i due fatti devono sussistere contemporaneamente affinché essa sia vera, cioè le proposizioni elementari che li raffigurano devono essere entrambe vere. In tutti gli altri casi la proposizione è falsa. D’altra parte, una congiunzione di due proposizioni elementari esprime la sua dipendenza verofunzionale dalle proposizioni elementari che la costituiscono, e come sappiamo Wittgenstein chiama “condizioni di verità” della proposizione le possibilità di verità delle proposizioni elementari che la costituiscono. Nel caso di una congiunzione del tipo “p&q” queste condizioni sono le seguenti: “p&q” è vera quando p è vera e q è vera, falsa quando p è vera e q è falsa, quando p è falsa e q è vera e quando p è falsa e q è falsa. Come si vede, dire che una proposizione esprime il suo senso è lo stesso che dire che essa esprime le sue condizioni di verità, e quindi senso e condizioni di verità coincidono.



4. SCHLICK e la verificabilità in linea di principio



Secondo la rigida interpretazione del primo neopositivismo (fine anni Venti), la prima frase della proposizione 4.024 del Tractatus, “Comprendere una proposizione è sapere che cosa accade se essa è vera”, equivale a dire che le condizioni di verità di una proposizione non sono altro che le condizioni della sua verificazione empirica tramite controlli sperimentali. Nel saggio Significato e verificazione (Meaning and Verification, 1936), Schlick precisò la posizione verificazionista mostrando che la verificabilità di cui parla il neopositivismo è una possibilità logica (cioè in linea di principio), non già empirica. Se così non fosse, enunciati esprimenti fatti empiricamente impossibili (almeno stando alle nostre conoscenze del mondo e delle leggi di natura) sarebbero privi di significato, e invece non è così. Se ad esempio diciamo: “Su Marte c’è un campo di margherite”, siamo perfettamente in grado di capire cosa stiamo dicendo, ovvero di sapere come starebbero le cose nel caso in cui la proposizione fosse vera, anche se allo stato attuale delle nostre conoscenze del sistema solare e della botanica il fatto da essa descritto è empiricamente impossibile, per cui essa è con ogni probabilità falsa (e questo possiamo asserirlo senza alcun bisogno di verificarla di persona e “sul campo”). Dicendo che “il significato di una proposizione è il metodo della sua verificazione”, Schlick si riferisce alla semplice “possibilità logica” della verificazione (che interessa il filosofo), e non alle circostanze empiriche in cui una proposizione sarebbe vera (questo è un problema dello scienziato). In tal senso, il significato di una proposizione è qualcosa che risulta stabilito immediatamente dalle regole d’uso delle parole che la costituiscono (stabilite dagli uomini per stipulazione), ovvero da ciò che Wittgenstein chiama la loro “grammatica” a partire dal suo ritorno alla filosofia alla fine degli anni Venti (Schlick stesso fa questo riferimento a Wittgenstein, ovvero alle discussioni avute con lui tra il 1929 e il 1932); e proprio quando un enunciato rispetta tali regole d’uso per i suoi termini (che sono le regole d’uso che ciascun parlante in genere possiede per averle apprese apprendendo la lingua che parla) esso risulta dotato di significato e quindi verificabile in linea di principio. Gli esempi di Schlick di enunciati inverificabili, e quindi privi di significato, sono infatti di questo tipo: “Il mio amico morì dopodomani”, “Il campanile è alto sia 100 piedi che 150 piedi”, “Il bambino era nudo ma indossava il pigiama”, dai quali si vede che egli aveva in mente proprio questioni di impossibilità logica, dovuta soprattutto alla violazione delle fondamentali regole semantiche d’uso di una lingua. D’altra parte, asserzioni come “I fiumi scorrono verso l’alto” e “Noi sopravviveremo al nostro corpo” egli le considera logicamente verificabili (infatti non è logicamente impossibile immaginare dei fiumi che invertano il loro corso o di assistere al proprio funerale) e quindi perfettamente in regola in quanto al significato: in particolare la prima è empiricamente falsa e la seconda è un’ipotesi empirica (e non metafisica, e quindi insensata, come pensavano altri positivisti meno “tolleranti” di Schlick, soprattutto nella prima fase del Circolo di Vienna).



martedì 27 dicembre 2011

Musica per organi caldi: il sillabario di Perec e Calvino





Stai per cominciare a leggere una chicca, Piccolo sillabario illustrato di Italo Calvino (più volte edito tra il 1977 e il 1985, il pezzo è stato poi ristampato in coda alla raccolta postuma Prima che tu dica "Pronto", a cura di Esther Calvino, Mondadori 1993; ora è nel terzo Meridiano dei Romanzi e racconti, Mondadori 1994, pp. 334-341). Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: “No, non voglio vedere la televisione!”. Alza la voce, se non ti sentono: “Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!”. Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: “Sto cominciando a leggere uno dei più preziosi contributi all’OULIPO di Italo Calvino!”. O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace. Prendi la posizione più comoda. Fai copia, disconnettiti, apri un documento Word e incolla. Oppure disconnettiti e stampa direttamente. Risparmierai sulla bolletta, se non hai l'ADSL. Ti attendono due compiti molto impegnativi, oltre a quello di riuscire a ricordare finalmente dove diavolo hai già letto molto di quanto precede: 1) leggere il testo di Calvino; 2) assistere a un gioco diabolico.

1) Ora leggi attentamente la perla di Calvino.



Il ‘Petit abécédaire illustré’ di Georges Perec (pubblicato privatamente nel 1969 e poi in: Oulipo, La littérature potentielle, Gallimard 1973, pp. 239 e 305) è composto di 16 brevissimi testi narrativi la cui chiave viene data in fondo: ognuno di essi equivale semanticamente a un altro testo di poche sillabe che a sua volta equivale foneticamente alla successione d'una consonante e delle cinque vocali come nei sillabari: BA-BE-BI-BO-BU, CA-CE-CI-¬CO-CU, DA-DE-DI-DO-DU, e così via per tutte le consonanti dell'alfabeto.
Per esempio: PA-PE-PI-PO-PU è reso così: «Trasferitosi a Cremona, il Sommo Pontefice scruta con ansia il fiume che manda cattivo odore. Pape épie, Pó pue».
Un'operazione equivalente presenta in italiano maggiori dífficoltà, dato che il rapporto fonetica-ortografia nella nostra lingua non permette varianti se non minime, e dato anche che i monosillabi sono più scarsi, e sopratutto che pochissime parole finiscono in u. Ho tuttavia cercato di condurre l'operazione fino in fondo, per tutte le consonanti dell'alfabeto italiano (esclusa la Q) compresi il doppio suono della C e della G e le consonanti composte GL, GN, SC: in totale 19 esercizi di sillabario.
Mi sono tenuto rigorosamente alle serie tipo BA-BE-BI-BO-BU, senza altra libertà che quella di raddoppiare la consonante e la vocale. (In qualche caso la vocale viene triplicata). Le due sole eccezioni riguardano la serie GN, in cui una vocale estranea viene elisa nella pronuncia ma non nella grafia, e la serie in P che termina con una consonante estranea semimuta. (Questo testo in P è un contributo di Giampaolo Dossena). L'uso delle sigle, raro in Perec, è stato qui necessario in parecchi casi.
Credo d'essere riuscito ad attribuire un senso a tutte le successioni di sillabe. Per la serie Z l'impresa si presentava disperata, masarebbe stato poco sportivo arrendersi proprio alla fine.



BA-BE-BI-BO-BU

Tutte le ragazze impazziscono per Bob ma egli sembra insensibile alle loro lusinghe. Saputo che Bob parte per una crociera in India, Ulrica decide d'imbarcarsi sullo stesso piroscafo, sicura che le lunghe giornate di navigazione saranno propizie alla conquista. All'amica Ludmilla, che le manifesta il suo scetticismo, Ulrica dice: «Vedrai. Appena riuscirò a sedurlo ti scriverò. Scommetto che sarà prima d'uscire dal Mar Rosso». Difatti, da Bab-el-Mandeb, Ludmilla riceve una laconica cartolina.

Bab. Ebbi Bob. U.


CA-CHE-CHI-CO-CU

Nella clinica gastroenterologica viene condotta una ricerca sulle feci dei pazienti. Ogni produzione fecale viene classificata in diciassette categorie designate da lettere dell'alfabeto: dalla A, per le più voluminose, alla Q, per quelle minuscole. Un infermiere compie ogni mattino il giro dei reparti, chiede a ogni ricoverato se ha feci recenti da mostrare, e dopo una rapida occhiata, segna la lettera corrispondente nel registro. Poche parole gli bastano a formulare domande, valutazioni e conclusioni.

- Cacche? Chicco. Q.


CIA-CE-CI-CIO-CIU

L'istituzione delle Comuni, nella Cina di Mao, si scontrò agli inizi contro gravi difficoltà. La distribuzione dei ge¬neri alimentari avveniva in modo irregolare e i magazzini di vendita al pubblico restavano talora completamente sprovvisti. Poteva succedere che una massaia che chiedeva allo spaccio la sua razione di legumi si sentisse rispondere che le scorte erano finite e che nel negozio vuoto non restava che il ritratto del primo ministro appeso al muro.
- Ci ha ceci? - Ci ho Ciu.

DA-DE-DI-DO-DU

Una giovane americana che studia bel canto in Italia non è molto dotata per il do di petto. Il maestro la implora che butti fuori la nota, e per essere più persuasivo, cerca d'esortarla in inglese a fare quanto lui le chiede.
Dà, deh, di do! Do!* 
*In inglese.

FA-FE-FI-FO-FU

Difetto di registrazione o contraffazione intenzionale della voce, dal disco non si riusciva a riconoscere chi era l'attore comico che aveva inciso quello sketch. Ma bastò

ascoltare la registrazione con un impianto hi-fi per non avere più dubbi.

- Fa fe' fi: Fo fu.


GA-CHE-CHI-GO-GU

Un certo Ghigo fa ridere di sé ogni volta che per difendere un suo diritto sbandiera un decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Gag è Ghigo: - Ho G. U.


GIA-GE-GI-GIO-GIU

- Questa volta non mi scappi, Joe! - disse lo sceriffo. ¬Butta a terra le pistole, svelto! Non è il momento di metterti a gingillare!

- Già aggeggi, Joe? Giù!


GLIA-GLIE-GLI-GLIO-GLIU

Un erbivendolo toscano, sentendo che qualcuno si do¬manda se ha dell'aglio, risponde che i suoi agli sono sugosi come l'olio.

- Gli ha agli egli? - Gli ho ogli, uh!


GNA-GNE-GNI-GNO-GNU

La signora Agnese, in dialetto Gnà Agnè, è paragonata, da un poeta che la corteggia, a un'antilope di fuoco, anzi a tutte le antilopi di fuoco che si possono immaginare.

Gnà Agnè è (o)gni igneo gnù.

LA-LE-LI-LO-LU

Nei suoi inquieti amori con Nietzsche, Lou Salome avrebbe ben voluto provocare nell'amico una levitazione non solo spirituale ma anche fisica. Battendosi le mani sulla fronte, il filosofo le rispondeva che solo la sua mente era dotata d'ali per innalzarsi a volo.

- L'ale li l'ho, Lou!


MA-ME-MI-MO-MU

I maestri del buddismo Zen, posti di fronte a una do¬manda che non ammette altra risposta che un si o un no, ricorrono a un terzo termine: mu, parola giapponese che significa: «né sì né no» ossia «questa domanda è malposta». Così anch'io accompagno i sì e i no che mi vengono strappati dalle circostanze con alzate di spalle e scrollate del capo che si rivolgono sopratutto a me stesso. 

- Ma a me mimo mu.


NA-NE-NI-NO-NU

L'obiezione che veniva mossa alla nomina di Pietro Nenni a Ministro degli Esteri era che egli non godesse della simpatia degli ambienti diplomatici americani. 1 suoi sostenitori controbattevano questo argomento ricordando che poteva contare su molti amici alle Nazioni Unite. 

- N'ha Nenni in ONU.


PA-PE-PI-PO-PU

(da Giampaolo Dossena)

1944. Il cielo notturno dell'Italia del Nord occupata dai Tedeschi è solcato non solo dalle potenti squadriglie dei bombardieri americani ma anche da un piccolo aereo inglese solitario, che ogni notte sorvola campagne e paesi sperduti e sgancia qualche bomba ogni tanto senz'altro obiettivo apparente che quello d'una sua «guerra dei nervi». Gli Italiani hanno imparato a riconoscere il suo rombo e a non mettersi in allarme per le sue visite quasi sempre inoffensivo. Lo chiamano «Pippo».
Una notte stavo leggendo il libro di Desiderius Papp Avvenire e fine del mondo e riflettevo sulla fuga delle galassie, sull'esplodere e spegnersi delle stelle, sulle prospettive d'un'estinzione della vita sulla terra. Fu allora che sentii un rombo avvicinarsi nel cielo, poi un'esplosione. «Pippo» aveva sganciato una bomba. Dalle remote lontanze del cosmo, fui riportato improvvisamente al «qui e ora». 

- Papp, e Pippo: Pu(m)!


RA-RE-RI-RO-RU

Quando alla Segreteria delle Nazioni Unite fu insediato un birmano, c'era chi si domandava se la cattiva pronuncia della lettera «r», caratteristica degli orientali, non avrebbe causato difficoltà. Invece in pochi mesi U Tant dimostrò di padroneggiare benissimo la fonetica occidentale. E un amico se ne congratulò con lui, dandogli atto che ormai solo poche volte la pronuncia di una «erre» lasciava a desiderare.

- Rare erri «r» or, U.

SA-SE-SI-SO-SU

I
Per convincere il proprietario d'un night-club a scritturarla, una spogliarellista lo assicura della propria efficacia nel provocare l'eccitazione degli spettatori.

- Sa? Sessi isso su!


SCIA-SCE-SCI-SCIO-SCIU

Uno studioso di linguistica comparata, giunto in Persia per verificare alcune particolarità della fonetica indoeuropea, si avventura nel palazzo dello Scià. Un giannizzero gli intima d'uscire, avvertendolo che l'imperatore ricorre ancora alla decapitazione mediante la scure. Con candore, lo studioso si limita a indicare l'oggetto della sua ricerca: l'origine delle desinenze in u nei dialetti della Campania preromana, particolarmente in quello degli Osci.

-Scià ha asce! Esci! Sciò! - Osci u.


TA-TE-TI-TO-TU

Un impiegato di banca toscano, a un amico che gli chiede schiarimenti sulla causale d'una cifra che risulta addebitata al suo conto corrente, spiega che si tratta del pagamento della bolletta del telefono che la banca preleva d'ufficio per versarla alla società TETI.

- T'ha TETI tot, tu.


VA-VE-VI-VO-VU

Apparizione insolita nel centro della metropoli, una gallina attraversava lentamente la strada provocando bruschi arresti nel traffico. Un cittadino s'affrettò ad avvertire un vigile urbano, con parole rapide e un po' enfatiche.

- Va ave vivo, V.U.!


ZA-ZE-ZI-ZO-ZU

Il verbo «zazzeare» è usato di rado ma figura nei dizionari col significato di «andare a zonzo». Un tale, che ama i vocaboli desueti e per di più fa un frequente uso di elisioni, incontra suo zio e gli chiede se va a spasso. Lo zio che a sua volta ha la mania d'usare a dritto e a traverso preposizioni tedesche, gli risponde che è diretto al giardino zoologico.

- Zazze', zi? - Zoo zu!


2) Anni fa proposi agli amici del forum docenti neoassunti (sempre nell’area del cazzeggio chiamata “Caffè”) di fare il verso a Calvino, rifacendo più e più volte il sillabario, magari con trovate scherzose e dissacranti. Molti risposero all'appello, ma solo pochi pazzi riuscirono a completarlo. Quelli che seguono sono i miei contributi alla folle impresa. 

BA-BE-BI-BO-BU

1
Funzionava così. Umberto, il capo degli ultras bergamaschi, prima di scegliere un calciatore di colore della squadra avversaria da prendere di mira nei cori razzisti da lui diretti, si consultava con Irene, la sua fidanzata, che anche allo stadio gli stava sempre accanto. Ludmilla, però, raramente gli era d’aiuto, perché, eternamente strafatta, spesso si limitava ad alzare le spalle emettendo suoni che denotavano un’incertezza ebete e trasognata. Quella volta assistevano a un Atalanta-Milan.
[N.B. Quando scrissi questo pezzo il Milan aveva un calciatore di colore che si chiamava Ba]

- Ba, baby*? *In inglese
- Bo(h)!
- Buu…!

2.
Roberto, notissimo tipo da spiaggia, lavora così. Se ne sta sotto l'ombrellone e manda un suo scagnozzo in giro con una sua fototessera in cerca di pollastre per il suo harem. Un giorno, però, gli andò malissimo e il suo scagnozzo tornò con i numeri di telefono di donnine da quattro soldi.

Babbe ebbi, Bob. UH!

CA-CHE-CHI-CO-CU

Nell’anno 2020 il federalismo italiano, com’era facilmente prevedibile, imboccò la strada del secessionismo estremista e Venezia, tornata ad essere uno stato indipendente, cadde nelle mani di un’orda di leghisti talebani. L’intolleranza xenofoba raggiunse livelli grotteschi e squadre speciali di Camicie Verdi avevano il compito di sorvegliare e punire i turisti non padani in qualche modo indisciplinati. I reati e le relative sanzioni, per venire incontro al grado di alfabetizzazione delle forze dell’ordine, vennero indicati nel codice penale con una vocale diversa, secondo la seguente tavola di corrispondenza:

A come “acqua” = reato igienico (turisti sporchi e sudati), punito con tre immersioni nel Canal Grande a testa in giù;
E come “espulsione” = reato politico (turisti senza permesso di soggiorno);
I come “internamento” = reato sociale e razziale (turisti che cercano inciuci con gli autoctoni);
O come “ospedale” = reato penale (turisti accusati di associazione a delinquere), punito con manganellate;
U come “ustione” = reato culturale (turisti ignoranti su Venezia), puniti con lo spegnimento di una cicca sulla mano.

Un giorno capitarono a Venezia Alfio e Rosalia, i quali, avendo letto su un depliant che lì i palazzi si chiamano Ca’ e che alcuni sono “Chic” (che loro leggevano così come si scrive e pensavano fosse un nome proprio), chiesero a una guardia dove si trovasse “Ca’ Chic”. La guardia, per essere sicura, si fece ripetere la domanda, e quando comprese che aveva di fronte due terroni ignoranti, li fece arrestare e punire secondo il codice “U”.

- Ca’ che?
- Chic…
- Ok, U!


CIA-CE-CI-CIO-CIU

1
A Little Italy la Cupola s’è riunita d’urgenza perché un informatore ha riferito che i servizi segreti americani stanno infiltrando agenti nella cosca di Ciccio Panzaloca Jr. Poche le parole: fu detto il fatto e il patto in atto.

- CIA c’è!
- Ciccio c’ìu… 

2
In una pizzeria di Little Italy, frequentata solo da picciotti italoamericani, entrano gli agenti della CIA per cercare Don Ciccio Panzaloca, noto boss della mafia, che secondo le dichiarazioni di alcuni pentiti di Guantanamo collabora con il terrorismo islamico. Naturalmente gli avventori della pizzeria non cantano. Piuttosto, assumendo l'atteggiamento richiesto dal codice, cinguettano distrattamente.

- CIA! C'è Ciccio?
- Cììu...

DA-DE-DI-DO-DU

Il papà di Pierino insegna inglese alle medie, ed è così fissato che sin da quando il figlio ha cominciato a parlare ha preteso che si rivolgesse a lui chiamandolo “Dad”. Ora Pierino, che frequenta la prima media e naturalmente odia l’inglese, sta facendo i compiti e si vendica chiedendo al padre delucidazioni persino sul tempo dell’ausiliare da anteporre alle più semplici frasi interrogative.

Dad, è “did” o “do”?

FA-FE-FI-FO-FU

1.
In risposta ai frequenti attacchi satirici del noto giullare premio Nobel per la Letteratura, l’Ufficio Stampa di Forza Italia, dopo aver affidato agli Onorevoli Vito e Schifani il compito di una rigorosa analisi critico-letteraria della sua opera omnia, sentiti anche gli autorevolissimi pareri storico-filologici dei Ministri Bossi e Gasparri, ha comunicato ufficialmente che, secondo il Cavaliere, Dario Fo è un autore ormai superato, anzi, artisticamente parlando, praticamente defunto.

Fa fe’ F.I.: Fo fu

[Si noti che, sul piano sintattico, la mia sequenza è praticamente identica a quella di Calvino, mentre è ben diversa sul piano semantico] 

2. 
Prima di cominciare a scrivere le Philosophische Untersuchungen (indicate con P[h]U in molti saggi su Wittgenstein), cioè al tempo in cui, trentenne, si preparava per l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole elementari, Wittgenstein pensò di darsi alla musica, sia perché era la sua più grande e autentica passione, sia anche perché voleva emulare il fratello Paul, noto pianista. Come spesso gli capitava, però, bastò un piccolo incidente per fargli abbandonare il progetto. Infatti, come spiegò poi a Russell (la cui preziosa testimonianza è stata tradotta in fiorentino aulico in un volume fuori commercio de La Nuova Italia), un giorno dal suo clarinetto, invece di un FA, uscì un sibilante FIII, per cui decise di tornare alla filosofia. Così nacque il “secondo” Wittgenstein.

- FA fe’ FIII!!!!! Fo Ph.U.!


GA-GHE-GHI-GO-GU

Il compianto Giorgio Gaber, il “Signor G.”, prima di morire stava pensando di dedicare uno dei suoi esilaranti monologhi amletici a una questione linguistica apparentemente futile, ma inquietante per chiunque si accosti all’inglese con spirito tassonomico: perché mai, se “I do” si legge “Ai du”, “I go” non si deve leggere “Ai gu”?

G. ha gag: “(A)I… go o gu?” 


GIA-GE-GI-GIO-GIU

Un funzionario dell’ACI di Genova, che quando parla di auto in città indica quest’ultima con l’eventuale sigla della targa automobilistica, si sta complimentando con l’amico Gigi, appena arrivato nel capoluogo ligure in macchina dalla Sicilia in tempo record.

Già a GE, Gigi, oggi? Uh!


GLIA-GLIE-GLI-GLIO-GLIU

Lo Chef anglo-toscano di un noto ristorante fiorentino sta dando disposizioni ai suoi collaboratori su chi deve occuparsi di sbucciare i vari tipi di aglio e su chi, invece, deve occuparsi di distribuire nelle apposite oliere i vari tipi di olio.

- Gli agli, egli; gli ogli, you.


GNA-GNE-GNI-GNO-GNU

Ignazio e Agnese Guttadauro (Gna’ e Agne’ per gli amici) sono una coppia latinoamericana di origini siciliane. Non potendo avere figli, hanno sviluppato una grande passione naturalistica. Adesso devono decidere se adottare un bambino o allevare un’antilope. 

Gna’ a Agne’ G.: “Nigno o gnu?”.

LA-LE-LI-LO-LU

1.
Humbert Humbert partorì una delle sue idee perverse. Immaginò di convincere Lolita a tatuarsi due lettere, la E su una chiappa e la U sul monte di Venere, debitamente depilato. Le due lettere dovevano formare il prefisso di origine greca che dice il bene e la felicità (la loro, e soprattutto la sua). Andò a farle la proposta di mattina, quando per lui era solo Lo, e la trovò, come al solito, "ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo".

Là l'E; lì, Lo, l'U.

2.
Il perverso triangolo Paul Rée-Lou Salome-Friedrich Nietzsche arrivò al punto che i due uomini imposero alla donna di portare addosso la lettera scarlatta, attaccata alle mutande con un fermaglio. Un giorno Lou si accorse di averla persa e andò a cercarla direttamente a casa di Paul (era sicura di non essersi mai spogliata da Friedrich, al quale nel gioco a tre era stato affidato il ruolo di Onan il Platonico). 

- L’“A” l’è lì?
- L’ho, Lou.


3.
Scena tipo sequenze iniziali di "Barry Lyndon". La Contessa Ale Serbelloni Vien Dal Mare, ormai piuttosto attempata, coinvolge il giovane Luca di Montezemolo in un gioco malizioso in cui il ragazzo deve trovare un nastrino che la donna ha nascosto addosso da qualche parte. Dopo vari tentativi falliti, il giovane capisce, arrossendo, che la donna ha nascosto il nastrino nelle mutande. E le chiede conferma prima del temerario gesto di allungare le mani...

- L'ha, Ale, lì?
- L'ho, Lu'.


MA-ME-MI-MO-MU

1.
Ero stato proprio io a soprannominarlo Mu, sia perché era muto, sia perché, quando gli facevamo degli scherzi particolarmente crudeli (di solito orditi da me, già allora il bullo del branco), Mu muggiva come un bue, non potendo bestemmiare. Ma ora Mu è diventato un grande mimo muto, ed è stato chiamato a testimoniare perché ha assistito per caso a un omicidio di gruppo con stupro. Ecco, il Telegiornale manda in onda l’intervista al suo avvocato subito dopo la deposizione di Mu. Cosa? Dice che ha mimato uno storpio guercio? Sia maledetta quella mina antiuomo che pestai a Kabul, quella volta che decisi di farmi un giro di turismo sessuale pedofilo, e che mi portò via mezza gamba e un occhio! Ora verranno a prendermi. Eccoli, sono dietro la porta. Ho appena il tempo di avvertire la mamma con un SMS.

Ma’, me mimò Mu.

2.
Il professor Landolfi da Caserta, docente di lingue straniere, su suggerimento del professor Scudero, matematico famoso in tutta la piana di Catania, invitò Douglas R. Hofstadter, autore del celebre volume di logica, scienze cognitive e informatica Gödel, Escher e Bach. Un’eterna ghirlanda brillante(1979, edito in Italia da Adelphi nel 1984), a tenere un seminario alle mamme dei suoi alunni presso l’aula magna della scuola dove insegna. Hofstadter cominciò proponendo alle gentili signore partenopee il suo difficilissimo “Gioco MU”, cui è dedicato il primo capitolo del suo libro. Questo gioco consiste nel derivare la stringa MU da un sistema assiomatico, il cosiddetto Sistema MIU, così concepito:

1) 3 elementi: le lettere dell’alfabeto M, I, U;
2) 1 assioma: MI; 
3) 4 regole per la costruzione di stringhe ben formate: 

I) Se si possiede una stringa che termina con una I, si può aggiungere una U alla fine;
II) Se si ha Mx, allora si può includere Mxx nella collezione;
III) Se in una data stringa della collezione c’è III, si può costruire una nuova stringa mettendo una U al posto di III;
IV) Se all’interno di una delle stringhe della collezione c’è UU, si può eliminarlo.


Il maligno gioco, di cui i lettori del tremendo libro (almeno quelli che sono sopravvissuti fino al capitolo IX) conoscono l’indecidibilità, comincia quando chi lo propone, dopo aver illustrato il sistema MIU, comunica che l’unico assioma disponibile come punto di partenza per la derivazione di MU è MI. Il professor Landolfi si incaricò di fare da interprete per le sue compaesane.

- Mamme, MI! Mo’ MU!


NA-NE-NI-NO-NU

Ogni sera, prima di andare a puttane, Nino e Nunzio, due siciliani brancatiani, si consultano laconicamente sulla statura delle donnine da rimorchiare. Questa volta non si trovano d’accordo.

- Nane, Ni’?
- No, Nu’.


PA-PE-PI-PO-PU

Pippo è un ragazzino di buona famiglia e di buone letture, che inconsciamente detesta sia la mamma, che ancora lo vizia con le pappine, sia il papà, che ascolta sempre i Pooh. Un giorno, mentre legge il capitolo CXXIX di Moby Dick, ha un’illuminazione filosofico-esistenziale e in tre parole esprime le categorie dello spirito che la vita gli pone davanti per una scelta decisiva: essere un pappamolla come vorrebbe la mamma, essere eroicamente leale a un ideale (anche se esso dovesse assume le sembianze del folle capitano Achab), oppure essere un borghesuccio ipocrita come papà che alla donna con cui tradisce la moglie canta “Tanta voglia di lei”.

“Pappe, Pip o Pooh?”.


RA-RE-RI-RO-RU

1
Ubaldo, dalla guerra tornato al seguito di re Carlo, apprende che morta è di dolor la sua Rosamunda. A pezzi nel cor, ancor non crede alla triste novella. Al sepolcro va allor, e sul cenere muto or piange e freme di sconsolato amor, un tempo sì casto e cortese qual s’addicea a un prode cavalier. Al fin, freddo sulla lapide un epitaffio incide: parole parche, scabre ed essenziali, ardito iperbato separante, preziose apocopi, di Rosamunda a dir virtute e lontananza.

Rar eri, R., or. 
U. 

2
Dopo sei anni di insegnamento nella ridente cittadina di Niscemi, ho non solo imparato il dialetto, con quella inconfondibile 'r' al posto della 'd' nella preposizione semplice "di", ma ho anche appreso alcune curiose forme sincretistiche di religiosità, risalenti ad antichissime commistioni di culti. Un'antica preghiera in dialetto, ad esempio, comincia con una invocazione al Re dei Cieli in cui il Dio cristiano è anche il Ra degli egizi e il vitello d'oro di certe derive idolatriche degli ebrei.

Ra, Re eri r'oru. 

SA-SE-SI-SO-SU

1.
Alfio Patanè passeggia nervosamente davanti al portone scrostato di un vecchio caseggiato del quartiere Cibali. Sembra che aspetti qualcuno. A un tratto il portone si apre e ne esce un cinquantino segaligno in gessato nero, occhiali spessi di tartaruga, capelli impomatati colla scriminatura laterale dritta e netta, pelle e fare untuosi tipici del sensale matrimoniale. La bocca contratta in un sorrisetto trionfante mette in mostra denti guasti e canini. Alfio lo guarda: bastano poche parole per capirsi e sparire insiene oltre il portone.

- Sa s’è sì?
- So, su! 

2. 
Sara, una single romana eternamente in cerca di sveltine, incontra un’amica con la quale non si vede da tempo. Sin dall’epoca dell’università (facevano entrambe Economia e Commercio) hanno sviluppato un piccolo gergo privato, chiaramente allusivo dietro l’apparenza borsistica, per comunicarsi rapidamente come stanno le cose in fatto di conquiste maschili. Questa volta Sara fa sapere all’amica che l’indice è positivo.

- Sa’, a sessi?
- So’ ssu.

3
Omaggio a Frederick Forsyth 
(il neretto segnala titoli di opere del grande autore inglese)

Mike Martin, veterano inglese del Reggimento dello Special Air Service (Sas), era stato convocato alla Century House dal Secret Intelligence Service (Sis) per una missione speciale segretissima. Travestito da afghano, avrebbe dovuto sfruttare le sue doti di simulatore per infiltrarsi in una cellula di Al Qaeda e sabotare i piani dei mastini della guerra di Bin Laden, che stavano pianificando un attentato a Londra, come era stato riferito all’MI-6 da un capo talebano (già da anni reclutato dallo stesso maggiore Mike) nel quarto protocollo del suo Dossier Odessa (così chiamato perché inviato dal Mar Nero). Verso la fine della missione, però, qualcosa andò storto. L’icona di Mike fu smascherata e, nonostante i maneggi di un amico negoziatore, un vendicatore fondamentalista, noto come Lo Sciacallo, era sulle sue tracce per catturarlo, vivo o morto. A quel punto, il valoroso maggiore Mike Martin, nome in codice U, si trovò di fronte a un’alternativadel diavolo, che in entrambi i casi equivaleva a un fallimento: farsi prendere o chiedere aiuto ai superiori per essere prelevato da un commando del Sas. Per amore della vita, scelse il disonore di essere salvato e trasmise di notte il messaggio criptato di richiesta d’aiuto che era stato convenuto.

“Sas & Sis. SOS”. U.


SCIA-SCE-SCI-SCIO-SCIU

Una giovane coppia di coatti romani sta caricando gli ultimi bagagli in macchina per andare in vacanza a Taormina. Lei, che ha il vezzo di rivolgersi a lui dandogli dello scemo, è indecisa se portare o no gli sci. Lui, che ha imparato due pronomi inglesi grazie alla tariffa “You & Me”, decide per il sì, perché gli sci possono tornare utili a entrambi.

- Sci, a sce’?!
- Sci! Sci io, sci you!


TA-TE-TI-TO-TU

1.
Evidentemente era un dettaglio decisivo, lassù. Infatti, mentre stava per spirare, Gesù si ricordò di chiedere a uno dei due ladroni se avesse derubato e violentato bambinaie. 

Tate… Tito… tu…?

2.
Il tipico sms “di servizio” che Rosalia manda al suo amante è un “Ti amo” abbreviato e rafforzato con un dativo di vantaggio poco regolamentare ma molto espressivo, seguito da un sincopato “ti telefono io o telefoni tu?”.

T.A. a te. Ti t. o t. tu? 

VA-VE-VI-VO-VU

Un alcolizzato tossicodipendente sta leggendo una lettera dell’AVIS in cui, nel ringraziarlo per la gentile disponibilità, lo si invita perentoriamente a non presentarsi più nei locali dell’Associazione per effettuare donazioni di sangue. Indispettito, Ugo (così si chiama l’uomo) telefona alla Direzione, dove ha un amico, dal quale ottiene delucidazioni più dettagliate sulla composizione del proprio sangue.

- V’avevi Vov, U’!

ZA-ZE-ZI-ZO-ZU

Quattro erano le fisime di mio zio, il cav. comm. on. prof. Ugù: Queneau, i palindromi, le abbreviazioni e i capelli lunghi. Ecco perché il suo unico figlio, mio coetaneo e compagno di giochi nella prima infanzia, non poteva che chiamarsi Zaz. Costui, però, non aveva nulla della raffinatezza, per la verità un po’ troppo snob e codina, del mio povero zio. Zaz, infatti, aveva modi molto plebei, resi ancor più imbarazzanti dai capelli lunghi, disordinati ed eternamente sporchi e soprattutto dal vezzo disgustoso di leccarsi le dita appena uscite dal naso. Un giorno non riuscii a trattenermi dallo sfogarmi con lo zio, e per dirgli che Zaz era un tralignato ricorsi al lessico icastico del nostro dialetto e a una costruzione allitterata che lui apprezzò molto.

Zaz è, zi’, zozzu.