«Das Leben der Erkenntnis ist das Leben, welches glücklich ist, der Not der Welt zum Trotz» (Ludwig Wittgenstein, Tagebucheintrag vom 13.8.16).


«E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (…): “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”» (Italo Calvino, chiusa di "Perché leggere i classici").


«Neque longiora mihi dari spatia vivendi volo, quam dum ero ad hanc quoque facultatem scribendi commentandique idoneus» (Aulo Gellio, "Noctes atticae", «Praefatio»).


Visualizzazione post con etichetta Hofstadter. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hofstadter. Mostra tutti i post

domenica 26 ottobre 2014

IL GIOVANE METAFISICO


Nel 1811, all'età di 13 anni, Giacomino scrisse, tra le altre cose, quattro stupefacenti "Dissertazioni metafisiche", che stamattina, per colpa anche del film di Martone, mi è saltato il ghiribizzo di leggere attentamente (il Meridiano delle poesie e delle prose ne riporta tre, quella sui sogni, quella sull'esistenza dell'ente supremo e quella sull'anima delle bestie; la quarta, sull'Ente in generale, la si può trovare con facilità nel 'Tutto Leopardi' della Newton Compton). 

Ebbene, in questi esercizi filosofici di un ragazzino assolutamente fuori dal comune (se oggi un insegnante avesse la sventura di ritrovarsi in classe un alunno vagamente simile, gli converrebbe andare a restituire laurea e abilitazione) c'è una cosa che mi colpisce e che conferma alcuni recenti risultati sperimentali sull'evoluzione delle nostre strutture cognitive. Nelle dissertazioni, infatti, il "giovane favoloso" sostiene una serie di luoghi comuni della metafisica tradizionale che di lì a poco abbandonerà come fossero favole infantili, e si tratta esattamente di alcuni di quei luoghi comuni che modellano ancora oggi le vie neurali di gran parte dell'umanità (l'ultimo capoverso della dissertazione su Dio non a caso fa appello al "comune universale consenso di tutte le nazioni"), nonché di molti di quei filosofi idealisti e particolarmente ostili alla tecnica e alle scienze della natura che, con sottile e sottovalutata contraddizione, godono di popolarità persino in rete e sui media. I due luoghi comuni principali sono il dualismo mente-corpo di sapore platonico-cristiano-cartesiano e l'idea tomistico-lebniziana del disegno intelligente e dell'essere perfettissimo. Il ragazzino erudito, cioè, innesta i contenuti filosofico-religiosi dei suoi studi matti e dispAratissimi sulla particolare architettura mentale del Sapiens (peraltro condivisa con altre specie), il quale è stato dotato dall'evoluzione di preziosi dispositivi iperattivi di attribuzione di intenzionalità e di riconoscimento di agenti da cui, secondo alcuni studi neurocognitivi recenti (discussi per esempio in un libro del 2008 come Nati per credere di Girotto, Pievani e Vallortigara), a seguito di cascate di cooptazioni funzionali (exaptations) deriverebbero come sottoprodotti gli spiriti (come i cartesiani e muratoriani "spiriti del sangue" della Dissertazione sopra i sogni), i folletti, le anime, gli dèi e i divini architetti delle varie culture. Insomma, è come se queste dissertazioni offrissero un compendio di alcuni aspetti "infantili" e innati del pensiero umano che sono una parte di quella che oggi viene chiamata psicologia ingenua. A Leopardi, contrariamente a quanto accade alla stragrande maggioranza degli esseri umani, bastò poco tempo per rendersi conto che in realtà non ci sono né anime immateriali, immortali e assolutamente libere (che nella Dissertazione sopra i sogni gli sembravano lapalissianamente deducibili dalla nostra stessa capacità di immaginare e produrre idee e pensieri) né disegni intelligenti di un essere perfettissimo (che nella Dissertazione sopra l'esistenza di un Ente Supremo deduceva certissimamente ripetendo l'argomento modale di Leibniz per cui l'essere-necessario-se-è-possibile-esiste-ma-è-possibile-dunque-esiste-e-bla-e-bla). 

Nel mare di stupidaggini in cui la mente giovanile di Giacomino naufragava dolcemente, qualche buon pesce, persino più buono di quanto lui stesso potesse immaginare, è tuttavia finito nella rete. Si tratta di due piste di ricerca poco ortodosse (rispetto al rigido cattolicesimo familiare) che lui ha intravisto e coraggiosamente imboccato, percorrendone i tratti iniziali e ancora acerbi: una spiegazione neuroscientifica dei sogni che rigetta qualsiasi fantasia oniromantica e una teoria gradualista dell'"anima" e dello "spirito" che, per quanto riguarda l'attribuzione di una "mente cosciente" agli animali (come si direbbe oggi), lo porta oltre il paradigma strettamente cartesiano e lo avvicina ad approcci contemporanei particolarmente sofisticati come quello di un Hofstadter (si pensi ai "gradi di anima" misurati in Huneker di cui, tra il serio e il faceto, si parla in Anelli nell'io): «sembrami di poter concludere con sicurezza che la sentenza la quale afferma esser l'anima dei bruti uno spirito dotato di senso, di libertà e di un qualche lieve barlume di ragione è certamente più probabile di ogni altra» (finale della Dissertazione sopra l'anima delle bestie).

martedì 7 ottobre 2014

UNO STRAMBO ANELLO: COME CITARE UN PROPRIO LIBRO IN STILE "SMEMORATO DI COLLEGNO"



La nota 1 al capitolo 21 di I Am A Strange Loop (2007) di Hofstadter contiene uno strano lapsus in forma di strambo loop. Il vecchio Doug a un certo punto del testo fa riferimento alla nozione di "intuition pump" introdotta dal suo amico Dan Dennett, e nella nota relativa scrive:

«Dennett introduced his term “intuition pump”, I believe, in the Reflections that he wrote on John Searle’s “Chinese room” thought experiment in Chapter 22 of [Hofstadter and Dennett]».

Dunque, Hofstadter "crede" che Dennett abbia introdotto l'espressione nel commento in coda al famoso saggio di Searle "Minds, Brains, and Programs", antologizzato nel 1981 nel loro famoso libro The Mind's I. Ora, bisogna ricordare che le "Riflessioni" dei due curatori in coda ai brani o saggi inclusi in quell'antologia erano firmate o solo da uno di loro o da entrambi. Ebbene, se uno va a controllare quelle dedicate a Searle, scopre una cosa curiosissima: esse sono firmate dal SOLO Hofstadter (e tra l'altro sono così celebri e importanti che ormai costituiscono una pietra miliare nella letteratura critica sulla "Stanza cinese")!
Cosa diavolo combina Hofstadter? Cita un PROPRIO testo attribuendolo a Dennett e addirittura indicandolo come fonte più antica di un importante concetto della filosofia contemporanea?
E non è finita qui. Subito dopo la menzione della nozione dennettiana, Hofstadter dice di essere andato a prendere dalla propria libreria una copia di quel libro perché una cosa che sta discutendo - un esperimento mentale di teletrasporto proposto nel 1984 da Derek Parfit - gli ha ricordato l'attacco dell'Introduzione a The Mind's I firmata da Dennett (e l'insinuazione, abbastanza fondata, è che si tratti di un caso di plagio). Quindi il libro ce l'ha sotto mano!
Inoltre, in quelle vecchie pagine, in cui veniva comunque usato il "noi", l'espressione "intuition pump" effettivamente compariva e l'autore informava tra parentesi e senza aggiungere altro che essa era di Dennett ("(Dennett's term)"), mentre nel capitolo 26 lo stesso Dennett la userà nelle sue Reflections in coda a un dialogo di Hofstadter in cui Achille e la Tartaruga discutono sul cervello di Einstein. Ma, allora, dove e quando è stata creata la nostra benedetta espressione?
La risposta è semplice: Dennett aveva introdotto l'espressione l'anno prima, cioè nel saggio del 1980 "The milk of human intentionality", che era uno dei 28 commenti di replica che accompagnarono l'uscita originale del saggio di Searle sulla rivista «The Behavioral and Brain Science». Ecco il passo che ne costituisce l'atto di nascita: «Searle's form of argument is a familiar one to philosophers: he has constructed what one might call an intuition pump, a device for provoking a family of intuitions by producing variations on a basic thought experiment».
Per colmo di ironia, infine, le Reflections firmate da Hofstadter si aprivano proprio con un riferimento alle 28 prime risposte al saggio di Searle, una delle quali era appunto la fonte primaria dell'espressione "intuition pump".

sabato 3 novembre 2012

Nota su Searle e Dennett


John Searle
Il contrasto apparentemente insanabile tra John Searle e Daniel Dennett su mente cosciente e cervello, che dura dal 1980 (anno di pubblicazione di "Menti, cervelli e programmi", il saggio searliano in cui per la prima volta fa la sua comparsa il celebre "argomento della stanza cinese", ristampato l'anno dopo da Dennett e Hofstadter ne L'io della mente), è un classico esempio di contesa filosofica alta in cui però capita anche che voli qualche colpo basso sotto forma di trucco logico.

Il Post scriptum del quinto capitolo de Il mistero della coscienza (1997, ed. it. Raffaello Cortina 1998) di Searle consente di estrarre una formalizzazione chiara del problema. Il capitolo è una rielaborazione della dura recensione di Searle al controverso Coscienza. Che cos'è (1991) di Dennett uscita sulla «New York Review of Books» e contiene anche un'Appendice che propone la replica al vetriolo di Dennett e la contro-replica di Searle, uscite sulla stessa rivista. Il breve Post scriptum, infine, dà conto degli ulteriori sviluppi della discussione e Searle cita due passi di Dennett in cui quest'ultimo usa una riformulazione ad hoc della posizione dell'avversario per ridicolizzarla e buttarla letteralmente fuori dal dibattito sull'intelligenza artificiale (si tratta della ben nota fallacia dello straw man). 

In particolare, in Conversations in the Cognitive Sciences (a cura di Michael Gazzaniga, MIT 1997, p. 187), Dennett attribuisce a Searle la tesi che il cervello (il "materiale biologico") sia NECESSARIO per avere una mente cosciente e Searle, in accordo con quanto da lui effettivamente sostenuto almeno sin dal saggio del 1980, precisa che "certo sappiamo che alcune funzioni cerebrali sono SUFFICIENTI per l'esistenza della coscienza, ma ancora non siamo in grado di sapere se sono anche NECESSARIE" (p. 107).

Per chiarire il punto, si considerino questi due enunciati condizionali:

Daniel Dennett


(1) Se X è un cervello (umano), allora X è (o causa) una mente cosciente;

(2) Se X è una mente cosciente, allora X è (causata da) un cervello (umano).


Dal punto di vista della logica dell'implicazione, com'è ben noto, tra i due enunciati c'è un'enorme differenza: (1) dice che essere un cervello è una condizione SUFFICIENTE per essere (o causare) una mente cosciente, e questa è la tesi di Searle, ovvero una sua versione semplificata e banalmente vera (sapendo già che i cervelli sono coscienti, è tautologico che i cervelli bastino per avere coscienza); (2), invece, dice che essere un cervello è una condizione NECESSARIA per essere (o causare) una mente cosciente, e questa è la tesi (ben più impegnativa) che Dennett attribuisce subdolamente a Searle.
In realtà, sulla base anche del penultimo capoverso di "Menti, cervelli e programmi" ("La mia opinione è che SOLO una macchina possa pensare e anzi solo macchine di tipo particolarissimo, cioè i cervelli e altre macchine dotate degli stessi poteri causali del cervello", in L'io della mente, a cura di D. C. Dennett e D. R. Hofstadter, tr. it. Adelphi 1985, p. 359), una riformulazione più rigorosa della tesi di Searle può essere espressa con un doppio condizionale (3) che combina (1) e (2): 

(3) X è una mente cosciente SE E SOLO SE X è (causata da) un cervello o una qualsiasi altra macchina (naturale o artificiale) dotata degli stessi poteri causali del cervello. 

Si noti che, così posta, la tesi di Searle è falsificabile, perché, come (2) e contrariamente a (1) (banalmente vera), è incompatibile con eventuali menti coscienti realizzate da programmi, cioè da architetture computazionali neumanniane [va da sé che (2) sarebbe falsificata anche da eventuali cervelli artificiali coscienti, e in tal senso ha un maggiore contenuto informativo, cioè improbabilità, e dunque un maggiore valore scientifico 'popperiano', di (3)]. I programmi, infatti, in quanto istruzioni puramente sintattiche dotate al più di intenzionalità secondaria (quella per esempio fissata dal programmatore che crea il linguaggio di programmazione), secondo la prospettiva teorica di Searle non potranno mai accedere al livello del mentale, che è dotato di semantica e di intenzionalità intrinseca, come appunto stabilisce l'argomento della stanza cinese. 

martedì 27 dicembre 2011

Musica per organi caldi: il sillabario di Perec e Calvino





Stai per cominciare a leggere una chicca, Piccolo sillabario illustrato di Italo Calvino (più volte edito tra il 1977 e il 1985, il pezzo è stato poi ristampato in coda alla raccolta postuma Prima che tu dica "Pronto", a cura di Esther Calvino, Mondadori 1993; ora è nel terzo Meridiano dei Romanzi e racconti, Mondadori 1994, pp. 334-341). Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: “No, non voglio vedere la televisione!”. Alza la voce, se non ti sentono: “Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!”. Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: “Sto cominciando a leggere uno dei più preziosi contributi all’OULIPO di Italo Calvino!”. O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace. Prendi la posizione più comoda. Fai copia, disconnettiti, apri un documento Word e incolla. Oppure disconnettiti e stampa direttamente. Risparmierai sulla bolletta, se non hai l'ADSL. Ti attendono due compiti molto impegnativi, oltre a quello di riuscire a ricordare finalmente dove diavolo hai già letto molto di quanto precede: 1) leggere il testo di Calvino; 2) assistere a un gioco diabolico.

1) Ora leggi attentamente la perla di Calvino.



Il ‘Petit abécédaire illustré’ di Georges Perec (pubblicato privatamente nel 1969 e poi in: Oulipo, La littérature potentielle, Gallimard 1973, pp. 239 e 305) è composto di 16 brevissimi testi narrativi la cui chiave viene data in fondo: ognuno di essi equivale semanticamente a un altro testo di poche sillabe che a sua volta equivale foneticamente alla successione d'una consonante e delle cinque vocali come nei sillabari: BA-BE-BI-BO-BU, CA-CE-CI-¬CO-CU, DA-DE-DI-DO-DU, e così via per tutte le consonanti dell'alfabeto.
Per esempio: PA-PE-PI-PO-PU è reso così: «Trasferitosi a Cremona, il Sommo Pontefice scruta con ansia il fiume che manda cattivo odore. Pape épie, Pó pue».
Un'operazione equivalente presenta in italiano maggiori dífficoltà, dato che il rapporto fonetica-ortografia nella nostra lingua non permette varianti se non minime, e dato anche che i monosillabi sono più scarsi, e sopratutto che pochissime parole finiscono in u. Ho tuttavia cercato di condurre l'operazione fino in fondo, per tutte le consonanti dell'alfabeto italiano (esclusa la Q) compresi il doppio suono della C e della G e le consonanti composte GL, GN, SC: in totale 19 esercizi di sillabario.
Mi sono tenuto rigorosamente alle serie tipo BA-BE-BI-BO-BU, senza altra libertà che quella di raddoppiare la consonante e la vocale. (In qualche caso la vocale viene triplicata). Le due sole eccezioni riguardano la serie GN, in cui una vocale estranea viene elisa nella pronuncia ma non nella grafia, e la serie in P che termina con una consonante estranea semimuta. (Questo testo in P è un contributo di Giampaolo Dossena). L'uso delle sigle, raro in Perec, è stato qui necessario in parecchi casi.
Credo d'essere riuscito ad attribuire un senso a tutte le successioni di sillabe. Per la serie Z l'impresa si presentava disperata, masarebbe stato poco sportivo arrendersi proprio alla fine.



BA-BE-BI-BO-BU

Tutte le ragazze impazziscono per Bob ma egli sembra insensibile alle loro lusinghe. Saputo che Bob parte per una crociera in India, Ulrica decide d'imbarcarsi sullo stesso piroscafo, sicura che le lunghe giornate di navigazione saranno propizie alla conquista. All'amica Ludmilla, che le manifesta il suo scetticismo, Ulrica dice: «Vedrai. Appena riuscirò a sedurlo ti scriverò. Scommetto che sarà prima d'uscire dal Mar Rosso». Difatti, da Bab-el-Mandeb, Ludmilla riceve una laconica cartolina.

Bab. Ebbi Bob. U.


CA-CHE-CHI-CO-CU

Nella clinica gastroenterologica viene condotta una ricerca sulle feci dei pazienti. Ogni produzione fecale viene classificata in diciassette categorie designate da lettere dell'alfabeto: dalla A, per le più voluminose, alla Q, per quelle minuscole. Un infermiere compie ogni mattino il giro dei reparti, chiede a ogni ricoverato se ha feci recenti da mostrare, e dopo una rapida occhiata, segna la lettera corrispondente nel registro. Poche parole gli bastano a formulare domande, valutazioni e conclusioni.

- Cacche? Chicco. Q.


CIA-CE-CI-CIO-CIU

L'istituzione delle Comuni, nella Cina di Mao, si scontrò agli inizi contro gravi difficoltà. La distribuzione dei ge¬neri alimentari avveniva in modo irregolare e i magazzini di vendita al pubblico restavano talora completamente sprovvisti. Poteva succedere che una massaia che chiedeva allo spaccio la sua razione di legumi si sentisse rispondere che le scorte erano finite e che nel negozio vuoto non restava che il ritratto del primo ministro appeso al muro.
- Ci ha ceci? - Ci ho Ciu.

DA-DE-DI-DO-DU

Una giovane americana che studia bel canto in Italia non è molto dotata per il do di petto. Il maestro la implora che butti fuori la nota, e per essere più persuasivo, cerca d'esortarla in inglese a fare quanto lui le chiede.
Dà, deh, di do! Do!* 
*In inglese.

FA-FE-FI-FO-FU

Difetto di registrazione o contraffazione intenzionale della voce, dal disco non si riusciva a riconoscere chi era l'attore comico che aveva inciso quello sketch. Ma bastò

ascoltare la registrazione con un impianto hi-fi per non avere più dubbi.

- Fa fe' fi: Fo fu.


GA-CHE-CHI-GO-GU

Un certo Ghigo fa ridere di sé ogni volta che per difendere un suo diritto sbandiera un decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Gag è Ghigo: - Ho G. U.


GIA-GE-GI-GIO-GIU

- Questa volta non mi scappi, Joe! - disse lo sceriffo. ¬Butta a terra le pistole, svelto! Non è il momento di metterti a gingillare!

- Già aggeggi, Joe? Giù!


GLIA-GLIE-GLI-GLIO-GLIU

Un erbivendolo toscano, sentendo che qualcuno si do¬manda se ha dell'aglio, risponde che i suoi agli sono sugosi come l'olio.

- Gli ha agli egli? - Gli ho ogli, uh!


GNA-GNE-GNI-GNO-GNU

La signora Agnese, in dialetto Gnà Agnè, è paragonata, da un poeta che la corteggia, a un'antilope di fuoco, anzi a tutte le antilopi di fuoco che si possono immaginare.

Gnà Agnè è (o)gni igneo gnù.

LA-LE-LI-LO-LU

Nei suoi inquieti amori con Nietzsche, Lou Salome avrebbe ben voluto provocare nell'amico una levitazione non solo spirituale ma anche fisica. Battendosi le mani sulla fronte, il filosofo le rispondeva che solo la sua mente era dotata d'ali per innalzarsi a volo.

- L'ale li l'ho, Lou!


MA-ME-MI-MO-MU

I maestri del buddismo Zen, posti di fronte a una do¬manda che non ammette altra risposta che un si o un no, ricorrono a un terzo termine: mu, parola giapponese che significa: «né sì né no» ossia «questa domanda è malposta». Così anch'io accompagno i sì e i no che mi vengono strappati dalle circostanze con alzate di spalle e scrollate del capo che si rivolgono sopratutto a me stesso. 

- Ma a me mimo mu.


NA-NE-NI-NO-NU

L'obiezione che veniva mossa alla nomina di Pietro Nenni a Ministro degli Esteri era che egli non godesse della simpatia degli ambienti diplomatici americani. 1 suoi sostenitori controbattevano questo argomento ricordando che poteva contare su molti amici alle Nazioni Unite. 

- N'ha Nenni in ONU.


PA-PE-PI-PO-PU

(da Giampaolo Dossena)

1944. Il cielo notturno dell'Italia del Nord occupata dai Tedeschi è solcato non solo dalle potenti squadriglie dei bombardieri americani ma anche da un piccolo aereo inglese solitario, che ogni notte sorvola campagne e paesi sperduti e sgancia qualche bomba ogni tanto senz'altro obiettivo apparente che quello d'una sua «guerra dei nervi». Gli Italiani hanno imparato a riconoscere il suo rombo e a non mettersi in allarme per le sue visite quasi sempre inoffensivo. Lo chiamano «Pippo».
Una notte stavo leggendo il libro di Desiderius Papp Avvenire e fine del mondo e riflettevo sulla fuga delle galassie, sull'esplodere e spegnersi delle stelle, sulle prospettive d'un'estinzione della vita sulla terra. Fu allora che sentii un rombo avvicinarsi nel cielo, poi un'esplosione. «Pippo» aveva sganciato una bomba. Dalle remote lontanze del cosmo, fui riportato improvvisamente al «qui e ora». 

- Papp, e Pippo: Pu(m)!


RA-RE-RI-RO-RU

Quando alla Segreteria delle Nazioni Unite fu insediato un birmano, c'era chi si domandava se la cattiva pronuncia della lettera «r», caratteristica degli orientali, non avrebbe causato difficoltà. Invece in pochi mesi U Tant dimostrò di padroneggiare benissimo la fonetica occidentale. E un amico se ne congratulò con lui, dandogli atto che ormai solo poche volte la pronuncia di una «erre» lasciava a desiderare.

- Rare erri «r» or, U.

SA-SE-SI-SO-SU

I
Per convincere il proprietario d'un night-club a scritturarla, una spogliarellista lo assicura della propria efficacia nel provocare l'eccitazione degli spettatori.

- Sa? Sessi isso su!


SCIA-SCE-SCI-SCIO-SCIU

Uno studioso di linguistica comparata, giunto in Persia per verificare alcune particolarità della fonetica indoeuropea, si avventura nel palazzo dello Scià. Un giannizzero gli intima d'uscire, avvertendolo che l'imperatore ricorre ancora alla decapitazione mediante la scure. Con candore, lo studioso si limita a indicare l'oggetto della sua ricerca: l'origine delle desinenze in u nei dialetti della Campania preromana, particolarmente in quello degli Osci.

-Scià ha asce! Esci! Sciò! - Osci u.


TA-TE-TI-TO-TU

Un impiegato di banca toscano, a un amico che gli chiede schiarimenti sulla causale d'una cifra che risulta addebitata al suo conto corrente, spiega che si tratta del pagamento della bolletta del telefono che la banca preleva d'ufficio per versarla alla società TETI.

- T'ha TETI tot, tu.


VA-VE-VI-VO-VU

Apparizione insolita nel centro della metropoli, una gallina attraversava lentamente la strada provocando bruschi arresti nel traffico. Un cittadino s'affrettò ad avvertire un vigile urbano, con parole rapide e un po' enfatiche.

- Va ave vivo, V.U.!


ZA-ZE-ZI-ZO-ZU

Il verbo «zazzeare» è usato di rado ma figura nei dizionari col significato di «andare a zonzo». Un tale, che ama i vocaboli desueti e per di più fa un frequente uso di elisioni, incontra suo zio e gli chiede se va a spasso. Lo zio che a sua volta ha la mania d'usare a dritto e a traverso preposizioni tedesche, gli risponde che è diretto al giardino zoologico.

- Zazze', zi? - Zoo zu!


2) Anni fa proposi agli amici del forum docenti neoassunti (sempre nell’area del cazzeggio chiamata “Caffè”) di fare il verso a Calvino, rifacendo più e più volte il sillabario, magari con trovate scherzose e dissacranti. Molti risposero all'appello, ma solo pochi pazzi riuscirono a completarlo. Quelli che seguono sono i miei contributi alla folle impresa. 

BA-BE-BI-BO-BU

1
Funzionava così. Umberto, il capo degli ultras bergamaschi, prima di scegliere un calciatore di colore della squadra avversaria da prendere di mira nei cori razzisti da lui diretti, si consultava con Irene, la sua fidanzata, che anche allo stadio gli stava sempre accanto. Ludmilla, però, raramente gli era d’aiuto, perché, eternamente strafatta, spesso si limitava ad alzare le spalle emettendo suoni che denotavano un’incertezza ebete e trasognata. Quella volta assistevano a un Atalanta-Milan.
[N.B. Quando scrissi questo pezzo il Milan aveva un calciatore di colore che si chiamava Ba]

- Ba, baby*? *In inglese
- Bo(h)!
- Buu…!

2.
Roberto, notissimo tipo da spiaggia, lavora così. Se ne sta sotto l'ombrellone e manda un suo scagnozzo in giro con una sua fototessera in cerca di pollastre per il suo harem. Un giorno, però, gli andò malissimo e il suo scagnozzo tornò con i numeri di telefono di donnine da quattro soldi.

Babbe ebbi, Bob. UH!

CA-CHE-CHI-CO-CU

Nell’anno 2020 il federalismo italiano, com’era facilmente prevedibile, imboccò la strada del secessionismo estremista e Venezia, tornata ad essere uno stato indipendente, cadde nelle mani di un’orda di leghisti talebani. L’intolleranza xenofoba raggiunse livelli grotteschi e squadre speciali di Camicie Verdi avevano il compito di sorvegliare e punire i turisti non padani in qualche modo indisciplinati. I reati e le relative sanzioni, per venire incontro al grado di alfabetizzazione delle forze dell’ordine, vennero indicati nel codice penale con una vocale diversa, secondo la seguente tavola di corrispondenza:

A come “acqua” = reato igienico (turisti sporchi e sudati), punito con tre immersioni nel Canal Grande a testa in giù;
E come “espulsione” = reato politico (turisti senza permesso di soggiorno);
I come “internamento” = reato sociale e razziale (turisti che cercano inciuci con gli autoctoni);
O come “ospedale” = reato penale (turisti accusati di associazione a delinquere), punito con manganellate;
U come “ustione” = reato culturale (turisti ignoranti su Venezia), puniti con lo spegnimento di una cicca sulla mano.

Un giorno capitarono a Venezia Alfio e Rosalia, i quali, avendo letto su un depliant che lì i palazzi si chiamano Ca’ e che alcuni sono “Chic” (che loro leggevano così come si scrive e pensavano fosse un nome proprio), chiesero a una guardia dove si trovasse “Ca’ Chic”. La guardia, per essere sicura, si fece ripetere la domanda, e quando comprese che aveva di fronte due terroni ignoranti, li fece arrestare e punire secondo il codice “U”.

- Ca’ che?
- Chic…
- Ok, U!


CIA-CE-CI-CIO-CIU

1
A Little Italy la Cupola s’è riunita d’urgenza perché un informatore ha riferito che i servizi segreti americani stanno infiltrando agenti nella cosca di Ciccio Panzaloca Jr. Poche le parole: fu detto il fatto e il patto in atto.

- CIA c’è!
- Ciccio c’ìu… 

2
In una pizzeria di Little Italy, frequentata solo da picciotti italoamericani, entrano gli agenti della CIA per cercare Don Ciccio Panzaloca, noto boss della mafia, che secondo le dichiarazioni di alcuni pentiti di Guantanamo collabora con il terrorismo islamico. Naturalmente gli avventori della pizzeria non cantano. Piuttosto, assumendo l'atteggiamento richiesto dal codice, cinguettano distrattamente.

- CIA! C'è Ciccio?
- Cììu...

DA-DE-DI-DO-DU

Il papà di Pierino insegna inglese alle medie, ed è così fissato che sin da quando il figlio ha cominciato a parlare ha preteso che si rivolgesse a lui chiamandolo “Dad”. Ora Pierino, che frequenta la prima media e naturalmente odia l’inglese, sta facendo i compiti e si vendica chiedendo al padre delucidazioni persino sul tempo dell’ausiliare da anteporre alle più semplici frasi interrogative.

Dad, è “did” o “do”?

FA-FE-FI-FO-FU

1.
In risposta ai frequenti attacchi satirici del noto giullare premio Nobel per la Letteratura, l’Ufficio Stampa di Forza Italia, dopo aver affidato agli Onorevoli Vito e Schifani il compito di una rigorosa analisi critico-letteraria della sua opera omnia, sentiti anche gli autorevolissimi pareri storico-filologici dei Ministri Bossi e Gasparri, ha comunicato ufficialmente che, secondo il Cavaliere, Dario Fo è un autore ormai superato, anzi, artisticamente parlando, praticamente defunto.

Fa fe’ F.I.: Fo fu

[Si noti che, sul piano sintattico, la mia sequenza è praticamente identica a quella di Calvino, mentre è ben diversa sul piano semantico] 

2. 
Prima di cominciare a scrivere le Philosophische Untersuchungen (indicate con P[h]U in molti saggi su Wittgenstein), cioè al tempo in cui, trentenne, si preparava per l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole elementari, Wittgenstein pensò di darsi alla musica, sia perché era la sua più grande e autentica passione, sia anche perché voleva emulare il fratello Paul, noto pianista. Come spesso gli capitava, però, bastò un piccolo incidente per fargli abbandonare il progetto. Infatti, come spiegò poi a Russell (la cui preziosa testimonianza è stata tradotta in fiorentino aulico in un volume fuori commercio de La Nuova Italia), un giorno dal suo clarinetto, invece di un FA, uscì un sibilante FIII, per cui decise di tornare alla filosofia. Così nacque il “secondo” Wittgenstein.

- FA fe’ FIII!!!!! Fo Ph.U.!


GA-GHE-GHI-GO-GU

Il compianto Giorgio Gaber, il “Signor G.”, prima di morire stava pensando di dedicare uno dei suoi esilaranti monologhi amletici a una questione linguistica apparentemente futile, ma inquietante per chiunque si accosti all’inglese con spirito tassonomico: perché mai, se “I do” si legge “Ai du”, “I go” non si deve leggere “Ai gu”?

G. ha gag: “(A)I… go o gu?” 


GIA-GE-GI-GIO-GIU

Un funzionario dell’ACI di Genova, che quando parla di auto in città indica quest’ultima con l’eventuale sigla della targa automobilistica, si sta complimentando con l’amico Gigi, appena arrivato nel capoluogo ligure in macchina dalla Sicilia in tempo record.

Già a GE, Gigi, oggi? Uh!


GLIA-GLIE-GLI-GLIO-GLIU

Lo Chef anglo-toscano di un noto ristorante fiorentino sta dando disposizioni ai suoi collaboratori su chi deve occuparsi di sbucciare i vari tipi di aglio e su chi, invece, deve occuparsi di distribuire nelle apposite oliere i vari tipi di olio.

- Gli agli, egli; gli ogli, you.


GNA-GNE-GNI-GNO-GNU

Ignazio e Agnese Guttadauro (Gna’ e Agne’ per gli amici) sono una coppia latinoamericana di origini siciliane. Non potendo avere figli, hanno sviluppato una grande passione naturalistica. Adesso devono decidere se adottare un bambino o allevare un’antilope. 

Gna’ a Agne’ G.: “Nigno o gnu?”.

LA-LE-LI-LO-LU

1.
Humbert Humbert partorì una delle sue idee perverse. Immaginò di convincere Lolita a tatuarsi due lettere, la E su una chiappa e la U sul monte di Venere, debitamente depilato. Le due lettere dovevano formare il prefisso di origine greca che dice il bene e la felicità (la loro, e soprattutto la sua). Andò a farle la proposta di mattina, quando per lui era solo Lo, e la trovò, come al solito, "ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo".

Là l'E; lì, Lo, l'U.

2.
Il perverso triangolo Paul Rée-Lou Salome-Friedrich Nietzsche arrivò al punto che i due uomini imposero alla donna di portare addosso la lettera scarlatta, attaccata alle mutande con un fermaglio. Un giorno Lou si accorse di averla persa e andò a cercarla direttamente a casa di Paul (era sicura di non essersi mai spogliata da Friedrich, al quale nel gioco a tre era stato affidato il ruolo di Onan il Platonico). 

- L’“A” l’è lì?
- L’ho, Lou.


3.
Scena tipo sequenze iniziali di "Barry Lyndon". La Contessa Ale Serbelloni Vien Dal Mare, ormai piuttosto attempata, coinvolge il giovane Luca di Montezemolo in un gioco malizioso in cui il ragazzo deve trovare un nastrino che la donna ha nascosto addosso da qualche parte. Dopo vari tentativi falliti, il giovane capisce, arrossendo, che la donna ha nascosto il nastrino nelle mutande. E le chiede conferma prima del temerario gesto di allungare le mani...

- L'ha, Ale, lì?
- L'ho, Lu'.


MA-ME-MI-MO-MU

1.
Ero stato proprio io a soprannominarlo Mu, sia perché era muto, sia perché, quando gli facevamo degli scherzi particolarmente crudeli (di solito orditi da me, già allora il bullo del branco), Mu muggiva come un bue, non potendo bestemmiare. Ma ora Mu è diventato un grande mimo muto, ed è stato chiamato a testimoniare perché ha assistito per caso a un omicidio di gruppo con stupro. Ecco, il Telegiornale manda in onda l’intervista al suo avvocato subito dopo la deposizione di Mu. Cosa? Dice che ha mimato uno storpio guercio? Sia maledetta quella mina antiuomo che pestai a Kabul, quella volta che decisi di farmi un giro di turismo sessuale pedofilo, e che mi portò via mezza gamba e un occhio! Ora verranno a prendermi. Eccoli, sono dietro la porta. Ho appena il tempo di avvertire la mamma con un SMS.

Ma’, me mimò Mu.

2.
Il professor Landolfi da Caserta, docente di lingue straniere, su suggerimento del professor Scudero, matematico famoso in tutta la piana di Catania, invitò Douglas R. Hofstadter, autore del celebre volume di logica, scienze cognitive e informatica Gödel, Escher e Bach. Un’eterna ghirlanda brillante(1979, edito in Italia da Adelphi nel 1984), a tenere un seminario alle mamme dei suoi alunni presso l’aula magna della scuola dove insegna. Hofstadter cominciò proponendo alle gentili signore partenopee il suo difficilissimo “Gioco MU”, cui è dedicato il primo capitolo del suo libro. Questo gioco consiste nel derivare la stringa MU da un sistema assiomatico, il cosiddetto Sistema MIU, così concepito:

1) 3 elementi: le lettere dell’alfabeto M, I, U;
2) 1 assioma: MI; 
3) 4 regole per la costruzione di stringhe ben formate: 

I) Se si possiede una stringa che termina con una I, si può aggiungere una U alla fine;
II) Se si ha Mx, allora si può includere Mxx nella collezione;
III) Se in una data stringa della collezione c’è III, si può costruire una nuova stringa mettendo una U al posto di III;
IV) Se all’interno di una delle stringhe della collezione c’è UU, si può eliminarlo.


Il maligno gioco, di cui i lettori del tremendo libro (almeno quelli che sono sopravvissuti fino al capitolo IX) conoscono l’indecidibilità, comincia quando chi lo propone, dopo aver illustrato il sistema MIU, comunica che l’unico assioma disponibile come punto di partenza per la derivazione di MU è MI. Il professor Landolfi si incaricò di fare da interprete per le sue compaesane.

- Mamme, MI! Mo’ MU!


NA-NE-NI-NO-NU

Ogni sera, prima di andare a puttane, Nino e Nunzio, due siciliani brancatiani, si consultano laconicamente sulla statura delle donnine da rimorchiare. Questa volta non si trovano d’accordo.

- Nane, Ni’?
- No, Nu’.


PA-PE-PI-PO-PU

Pippo è un ragazzino di buona famiglia e di buone letture, che inconsciamente detesta sia la mamma, che ancora lo vizia con le pappine, sia il papà, che ascolta sempre i Pooh. Un giorno, mentre legge il capitolo CXXIX di Moby Dick, ha un’illuminazione filosofico-esistenziale e in tre parole esprime le categorie dello spirito che la vita gli pone davanti per una scelta decisiva: essere un pappamolla come vorrebbe la mamma, essere eroicamente leale a un ideale (anche se esso dovesse assume le sembianze del folle capitano Achab), oppure essere un borghesuccio ipocrita come papà che alla donna con cui tradisce la moglie canta “Tanta voglia di lei”.

“Pappe, Pip o Pooh?”.


RA-RE-RI-RO-RU

1
Ubaldo, dalla guerra tornato al seguito di re Carlo, apprende che morta è di dolor la sua Rosamunda. A pezzi nel cor, ancor non crede alla triste novella. Al sepolcro va allor, e sul cenere muto or piange e freme di sconsolato amor, un tempo sì casto e cortese qual s’addicea a un prode cavalier. Al fin, freddo sulla lapide un epitaffio incide: parole parche, scabre ed essenziali, ardito iperbato separante, preziose apocopi, di Rosamunda a dir virtute e lontananza.

Rar eri, R., or. 
U. 

2
Dopo sei anni di insegnamento nella ridente cittadina di Niscemi, ho non solo imparato il dialetto, con quella inconfondibile 'r' al posto della 'd' nella preposizione semplice "di", ma ho anche appreso alcune curiose forme sincretistiche di religiosità, risalenti ad antichissime commistioni di culti. Un'antica preghiera in dialetto, ad esempio, comincia con una invocazione al Re dei Cieli in cui il Dio cristiano è anche il Ra degli egizi e il vitello d'oro di certe derive idolatriche degli ebrei.

Ra, Re eri r'oru. 

SA-SE-SI-SO-SU

1.
Alfio Patanè passeggia nervosamente davanti al portone scrostato di un vecchio caseggiato del quartiere Cibali. Sembra che aspetti qualcuno. A un tratto il portone si apre e ne esce un cinquantino segaligno in gessato nero, occhiali spessi di tartaruga, capelli impomatati colla scriminatura laterale dritta e netta, pelle e fare untuosi tipici del sensale matrimoniale. La bocca contratta in un sorrisetto trionfante mette in mostra denti guasti e canini. Alfio lo guarda: bastano poche parole per capirsi e sparire insiene oltre il portone.

- Sa s’è sì?
- So, su! 

2. 
Sara, una single romana eternamente in cerca di sveltine, incontra un’amica con la quale non si vede da tempo. Sin dall’epoca dell’università (facevano entrambe Economia e Commercio) hanno sviluppato un piccolo gergo privato, chiaramente allusivo dietro l’apparenza borsistica, per comunicarsi rapidamente come stanno le cose in fatto di conquiste maschili. Questa volta Sara fa sapere all’amica che l’indice è positivo.

- Sa’, a sessi?
- So’ ssu.

3
Omaggio a Frederick Forsyth 
(il neretto segnala titoli di opere del grande autore inglese)

Mike Martin, veterano inglese del Reggimento dello Special Air Service (Sas), era stato convocato alla Century House dal Secret Intelligence Service (Sis) per una missione speciale segretissima. Travestito da afghano, avrebbe dovuto sfruttare le sue doti di simulatore per infiltrarsi in una cellula di Al Qaeda e sabotare i piani dei mastini della guerra di Bin Laden, che stavano pianificando un attentato a Londra, come era stato riferito all’MI-6 da un capo talebano (già da anni reclutato dallo stesso maggiore Mike) nel quarto protocollo del suo Dossier Odessa (così chiamato perché inviato dal Mar Nero). Verso la fine della missione, però, qualcosa andò storto. L’icona di Mike fu smascherata e, nonostante i maneggi di un amico negoziatore, un vendicatore fondamentalista, noto come Lo Sciacallo, era sulle sue tracce per catturarlo, vivo o morto. A quel punto, il valoroso maggiore Mike Martin, nome in codice U, si trovò di fronte a un’alternativadel diavolo, che in entrambi i casi equivaleva a un fallimento: farsi prendere o chiedere aiuto ai superiori per essere prelevato da un commando del Sas. Per amore della vita, scelse il disonore di essere salvato e trasmise di notte il messaggio criptato di richiesta d’aiuto che era stato convenuto.

“Sas & Sis. SOS”. U.


SCIA-SCE-SCI-SCIO-SCIU

Una giovane coppia di coatti romani sta caricando gli ultimi bagagli in macchina per andare in vacanza a Taormina. Lei, che ha il vezzo di rivolgersi a lui dandogli dello scemo, è indecisa se portare o no gli sci. Lui, che ha imparato due pronomi inglesi grazie alla tariffa “You & Me”, decide per il sì, perché gli sci possono tornare utili a entrambi.

- Sci, a sce’?!
- Sci! Sci io, sci you!


TA-TE-TI-TO-TU

1.
Evidentemente era un dettaglio decisivo, lassù. Infatti, mentre stava per spirare, Gesù si ricordò di chiedere a uno dei due ladroni se avesse derubato e violentato bambinaie. 

Tate… Tito… tu…?

2.
Il tipico sms “di servizio” che Rosalia manda al suo amante è un “Ti amo” abbreviato e rafforzato con un dativo di vantaggio poco regolamentare ma molto espressivo, seguito da un sincopato “ti telefono io o telefoni tu?”.

T.A. a te. Ti t. o t. tu? 

VA-VE-VI-VO-VU

Un alcolizzato tossicodipendente sta leggendo una lettera dell’AVIS in cui, nel ringraziarlo per la gentile disponibilità, lo si invita perentoriamente a non presentarsi più nei locali dell’Associazione per effettuare donazioni di sangue. Indispettito, Ugo (così si chiama l’uomo) telefona alla Direzione, dove ha un amico, dal quale ottiene delucidazioni più dettagliate sulla composizione del proprio sangue.

- V’avevi Vov, U’!

ZA-ZE-ZI-ZO-ZU

Quattro erano le fisime di mio zio, il cav. comm. on. prof. Ugù: Queneau, i palindromi, le abbreviazioni e i capelli lunghi. Ecco perché il suo unico figlio, mio coetaneo e compagno di giochi nella prima infanzia, non poteva che chiamarsi Zaz. Costui, però, non aveva nulla della raffinatezza, per la verità un po’ troppo snob e codina, del mio povero zio. Zaz, infatti, aveva modi molto plebei, resi ancor più imbarazzanti dai capelli lunghi, disordinati ed eternamente sporchi e soprattutto dal vezzo disgustoso di leccarsi le dita appena uscite dal naso. Un giorno non riuscii a trattenermi dallo sfogarmi con lo zio, e per dirgli che Zaz era un tralignato ricorsi al lessico icastico del nostro dialetto e a una costruzione allitterata che lui apprezzò molto.

Zaz è, zi’, zozzu.

lunedì 26 dicembre 2011

“Esercizi di stile” (alla Queneau-Eco) sull’incipit di Alice nel paese delle meraviglie


Caricatura di Raymond Queneau


Tempo fa, in un forum on line di formazione per docenti, in particolare nell’area del cazzeggio chiamata “Caffè”, la collega e amica Mariangela Varone propose, come gioco letterario di gruppo, di fare il verso ai mitici Esercizi di stile di Raymond Queneau (1947 & 1969), resi celebri in Italia da Umberto Eco, che li tradusse per Einaudi nel 1983 (recentemente è uscita una nuova edizione del libro di Eco-Queneau con un’ampia appendice di Stefano Bartezzaghi). Il testo di partenza, nel nostro caso, era l’incipit di Alice nel paese delle meraviglie in una comune edizione italiana. Com’è noto, il gioco consiste nel riscrivere il pezzo in tutti i modi possibili, ovvero in tutti gli “stili” forniti dalla retorica, dalla letteratura e in genere dalle tecniche di comunicazione. Come già osservava Eco alla fine dell’Introduzione della sua versione italiana, il gioco di Queneau è un uovo di Colombo e consente un’infinità di varianti: egli stesso aveva dovuto contenere la sua creatività nell’approntare la traduzione e si rammaricava di non poter colmare le lacune del testo originale e di non poter proseguire il gioco per esempio immaginando di riscrivere il testo di partenza alla Hemingway, alla Robbe-Grillet, alla Moravia ecc.
Naturalmente noi non avevamo scrupoli di fedeltà e così abbiamo potuto sviluppare il gioco ad libitum. Nei miei contributi, che qui riporto, io ho in parte fatto il verso a Queneau e in parte ho seguito i suggerimenti di Eco, per esempio riscrivendo il testo alla Proust, alla Bukowski, alla Camilleri, alla Saramago e persino alla Eco!
Buon divertimento!

Testo-base


Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava Alice, “senza le figure e i dialoghi?”.
Così se ne stava a riflettere nella sua testolina (per quanto era possibile, perché faceva un caldo del diavolo e le cascavano gli occhi e la concentrazione) se il piacere di intrecciare una coroncina di margherite valesse la noia di alzarsi per coglierle, quando dal nulla un Coniglio Bianco con gli occhi rosa le passò accanto correndo a tutta birra.


Mezzo maccheronico

Aphye incipiebat affecta esse sedendi taedio apud soretam suam in fluminis ripa, nullafacente; bis oculis traversis aspexerat librum quem soreta legebat, sed figurae et dialogi non ivi erant, “Pro quo enim liber”, Aphye cogitabat, “sine figuris dialogisque?”.
Ita stabat assisa considerando in sua testula (quantopere potebat, cur diabolice incalescebat et oculi et animi intentio sui cecidebant) si libido margaritarum coronas intexendi par esset taedio culum levandi ad eas carpendas, cum ex nihilo ortus oculis roseis candidus cuniculus apud puellam festinus cucurrit.


L’eterna ghirlanda brillante di margherite escheriane (omaggio a Hofstadter)

Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel paese delle meraviglie e cominciava così:

Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel paese delle meraviglie e cominciava così:

Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel paese delle meraviglie e cominciava così: 

Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel paese delle meraviglie e cominciava così:


Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure né dialoghi, “e a che pro un libro” pensava Alice, “senza le figure e i dialoghi?”. Il libro si intitolava Alice nel paese delle meraviglie e cominciava così:

[e così via all’infinito…]


In soggettiva wittgensteiniana

Siedo in riva al fiume con un filosofo che legge un libro senza dialoghi né figure intitolato Proof of an External World, che suppongo sia non solo noioso ma anche pieno di confusioni concettuali derivanti da un cattivo uso del linguaggio ordinario. Ogni tanto egli alza lo sguardo e dice: “Io so che questo è un albero”, e così dicendo indica un albero nelle nostre vicinanze. Allora mi viene in mente la poesia Jabberwocky che un giorno leggerò nel Libro dello Specchio e gli chiedo: “E i ‘toves’ lo sai cosa sono?”. Lui ammette di non saperlo e allora io gli dico che, secondo Humpty Dumpty, che un giorno me lo dirà, i ‘toves’ sono una specie di tassi, un po’ come le lucertole e un po’ come i cavatappi, fanno il nido sotto le meridiane e si nutrono di cacio. “Ora pensi di saperlo cosa sono i ‘toves’”?, gli dico. E così cominciamo a discutere sul problema di cosa sia la spiegazione del significato di una parola e su come esso incida sul fenomeno del vedere-come, che grazie a me la semantica cognitiva discuterà a lungo.
Poi sentiamo arrivare qualcuno e io mi affretto a dire: “Non siamo pazzi, Sir, stiamo solo facendo filosofia”. Il mio amico scoppia a ridere e mi dice: “Guarda che è passato un coniglio bianco cogli occhi rosa, non un uomo!” “Ne sei sicuro?”, gli faccio io, “Non poteva anche essere un’anatra?”. [E gli mostra la testa anatra-coniglio]




NOTA: Per la soriella dei filosofi seduti in giardino, cfr. Wittgenstein, Della certezza, § 467; per la definizione dei ‘toves’, cfr. la seconda pag. del Libro blu di Wittgenstein; per la testa anatra-coniglio, cfr. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, II, XI. La parola inesistente “toves” ricorre nel primo e nel quartultimo verso della poesia Jabberwocky, che Alice legge nel primo capitolo di Through the Looking Glass, mentre la sua definizione ad opera di Humpty Dumpty si ha nel cap. VI. Wittgenstein, ex maestro elementare, conosceva benissimo la storia di Alice e ha reso omaggio a Carroll anche nelle sue ultime riflessioni (cfr. ad es. Ricerche filosofiche, II, XI, p. 262 = Ultimi scritti di filosofia della psicologia, I, § 599, dove c’è un esplicito riferimento a un passo del primo capitolo del secondo Alice).


Acrostico in versi liberi (occhio alle iniziali dei versi)

Alice
Là sul limitar del rivo stava
In compagnia della germana
Che un libro impegnava
Eppur dialoghi e figure
Non recava.
Ella va in esso sbirciando
Lassa, e del tutto la vanità apprende.

Poscia al caldo la mente volge
Ancor sedendo
E mirando.
Scemale nel cor l’ambito
Estro di Flora:
Di margherite il serto
Ella nel pensier si finge e tosto oblìa
L’ora meridiana e la noia
Lamentando
E il sonno.

Ma ecco
Erompe
Ratto
All’improvviso
Vociando
In corsa
Gran Coniglio Bianco
L’occhio rosato
Insolito
Esponendo.


Telegrafico

ALICE SBUFFA STOP TROPPO TEMPO SEDUTA CONTEMPLANDO FIUME STOP ACCANTO EST SORELLA LETTRICE INTENTA LIBRO SENZA FIGURE ET DIALOGHI STOP ALICE CONSIDERA LETTURA INUTILE STOP VALUTA INOPPORTUNO CAUSA CALDO DEBILITANTE ALZARSI ET RACCOGLIERE MARGHERITE STOP SBUCA IMPROVVISO CONIGLIO BIANCO OCCHI ROSA RAPIDO ANDANTE STOP.

Televideo Rai: Ultim’ora

Ore 15,00: Adolescente avvista coniglio in corsa. Le reazioni del mondo politico. --> Approfondimento. Secondo quanto riportato dall’Ansa, in una località imprecisata della campagna inglese una ragazzina avrebbe avuto un incontro ravvicinato con un coniglio bianco dagli occhi rosa. Il carattere insolito della vicenda consiste nel fatto che la suddetta si trovava in compagnia della sorella, la quale ha dichiarato di non aver visto nulla perché intenta, al momento dell’accaduto, nella lettura di un libro senza figure né dialoghi. Alice (questo il nome dell’avvistatrice di conigli, ndr) sembra abbia parlato con i cronisti dopo essersi svegliata da un lungo sonno, causato, a quanto pare, dalla noia di un pomeriggio afoso passato sulla riva di un fiume. “Non valeva la pena neppure alzarsi per raccogliere margherite da intrecciare in coroncine”, ha dichiarato. Secondo un testimone oculare, tale Carroll Lewis, si è trattato solo di un sogno, perché ciò che si poteva vedere erano due ragazzine, di cui una immersa nella lettura e l’altra addormentata. Articolate e contrastanti le reazioni nel mondo politico italiano. Secondo il Presidente del Senato Schifani, l’accaduto poteva accadere solo in Inghilterra, l’unico paese europeo in cui la sinistra parolaia è ancora al potere. Il portavoce dei verdi taglia corto e urla da un’aiuola di Piazza Montecitorio: “E’ una lezione di ecologia!”. Il Ministro Bondi sottolinea invece il carattere poetico e altamente culturale della vicenda, nonché la coerenza teoretica dell’accaduto con quasi tutte le encicliche del Papa. Da parte sua, il ministro Brunetta legge nella notizia una efficace rappresentazione della situazione italiana: "Poiché sono un professore, vi spiego", ha spiegato ai giornalisti, "Alice? Una fannullona. Il coniglio bianco trotterellante e indaffarato? C'est moi!". Il Premier Silvio Berlusconi, invece, ironizza sull'accaduto lanciando una frecciata all'opposizione: "Ora diranno che qualcuno ha visto una scena simile a Villa Certosa, con Noemi al posto di Alice nel mio parco ed Emilio Fede vestito da coniglio che va a prenderla per portarla da me mentre l'aspetto sul letto regalatomi da Putin!". Parlando infine coi giornalisti nel corso dell’inaugurazione della nuova caserma dei Carabinieri di San Michele di Ganzaria, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha da parte sua dichiarato: “Quanto accaduto è un monito all’unità nazionale soprattutto per noi italiani. Il rossore degli occhi e il biancore del manto del mite animale, uniti al verdore dei prati, sono segni inequivocabili del significato patriottico dell’evento, che tutti i docenti di storia da oggi in poi dovrebbero ampiamente trattare nelle nostre scuole di ogni ordine e grado”.


Il cacciatore

- Porca troia!
- Che c’è, Ignazio? Ti è andata male oggi?
- Certo che mi è andata male, e tutto per colpa di due puttanelle sfaccendate! Ma dico, gli stronzi dei loro genitori non se le possono tenere a casa a fare la calza, invece di mandarle al fiume a guardare l’acqua che passa senza fare un cazzo per mezza giornata?
- Amore, non te la prendere così tanto… Capita, qualche volta. Su, lavati che la cena è pronta: oggi coniglio alla cacciatora…
- Ma Cristo di Dio, mi vuoi prendere per il culo? Io mi lascio scappare un grosso fottutissimo coniglio selvatico e tu me ne presenti uno d’allevamento comprato al reparto macelleria del supermercato? Sei una stronza di merda!
- Ignazio, ti prego, non fare così… Su, raccontami com’è andata. Magari ti passa, la rabbia.
- Col cazzo che mi passa! Stavo già da un’ora appostato dietro un albero con la tana di quel pezzo di merda di coniglio che già una volta mi era sfuggito… ma quanto cazzo ce l’ha profonda la tana quel figlio di puttana, che il furetto non mi è più tornato indietro? Dico, con la tana sotto tiro… un’ora lì, fermo, immobile, senza fiatare… Tutt’a un tratto arrivano queste due stronzette, e che ti fanno? Si vanno a sedere proprio tra me e la tana! Ora se ne vanno, mi dico, stai calmo… ora se ne vanno a farsi fottere… E invece se ne stanno per ore sedute lì, una a leggere un libro e l’altra a guardare un po’ il libro dell’amichetta, o della sorella, che cazzo ne so, un po’ le margherite… Le avesse almeno raccolte quelle fottute margherite, così almeno si toglieva dai coglioni per un po’… E invece niente… Tutt’a un tratto quel pezzo di merda sbuca, chissà da dove… Me lo vedevo lì, quasi a tiro, bello grosso, bianco, con gli occhi che sembravano arrossati… Sembrava persino che indossasse una specie di gilè… Ma sicuramente era un gioco delle ombre… Cazzo, ti rendi conto? Mi sfrecciava a pochi metri e non potevo sparare, perché se no avrei rischiato di far saltare le cervella a quelle due troiette di merda…
- Va bene caro, dài, su, non ci pensare…
- Non ci pensare? Come faccio a non pensarci? Ero così incazzato che mi dev’essere salito il sangue alla testa perché ho persino avuto le allucinazioni…
- Le allucinazioni? Oddìo, e come?
- Pensa che mi è sembrato di vedere il coniglio estrarre un orologio da un taschino, guardare l’ora e lamentarsi di essere in ritardo! Te lo avevo detto che mi sembrava vestito per il gioco d’ombre… E non è finita qui! A un certo punto la ragazza, dico, quella che non leggeva ma guardava qua e là come una scema, sai che ha fatto? Ha inseguito il coniglio fin dentro la tana e non l’ho più vista uscire… A un certo punto ho avuto paura che poteva essere successo qualcosa e me ne sono scappato da lì…
- Hai fatto bene, caro. Meglio non immischiarsi in queste cose. Vai a lavarti ora, e calmati, ti prego… Se vuoi butto il coniglio e ti faccio due uova…


Litoti

Alice non tardò ad essere tutt’altro che soddisfatta di starsene non in piedi non lontano da sua sorella sulla riva del fiume, facendo men che qualcosa; aveva guardato non distrattamente più di una volta e meno di tre il libro che sua sorella stava non proprio studiando né semplicemente guardando, ma c’erano tutt’altro che figure e dialoghi, “come può essere non inutile un libro” pensava Alice, “se ci sono tutt’altro che figure e dialoghi?”.
Così non si smuoveva dal riflettere nella sua testa per niente grande (nella misura in cui ciò non era impossibile, perché faceva ben altro che un freddo cane e certo non le restavano sveglie né le palpebre né la capacità di non cedere a qualsiasi distrazione) se l’occupazione non spiacevole di non lasciare a una a una le margherite disponendole a formare una coroncina fosse o non fosse disprezzabile rispetto al tutt’altro che eccitante compito di smettere di star seduta per andare a fare in modo di non lasciarle al loro posto naturale, quando non da un punto preciso un Coniglio di colore opposto al nero con gli occhi , per l’esattezza, del colore che sta tra il bianco e il rosso, le passò tutt’altro che lontano muovendosi non certo lentamente e senza indugio alcuno.


Lipogramma in a

Il futuro piccolo ospite femminile del posto dello stupore diede i primi sbuffi: perché sedere inutilmente come perdigiorno lì sul lido del fiume con Enny, prole dei suoi stessi genitori? Sbirciò di nuovo nel libro di Enny e di nuovo non vide né figure né botte e risposte. “Che senso può contenere un libro”, pensò, “privo di figure e botte e risposte?”
Così rimuginò (per quel che potette, perché un fuoco estivo del demonio per poco non le chiuse gli occhi e le obnubliò le meningi) se il diletto di costruirsi corone di fiori potesse essere più forte del noioso processo motorio del loro coglimento, finché improvviso un Coniglio Niveo con gli occhi color pelle le sfrecciò vicino correndo come un folletto.


Filosofico

Alice, soprannominata Sophia dagli amici per la consustanziale apertura al thaumazein che costituiva la differenza specifica nella definizione della sua essenza, era preda di un incipiente sentimento della inessenzialità e inautenticità del suo ‘sistere’ ontico senza alcun ‘ex–’ ontologico presso la sorella sulla riva dell’ente scorrente in sé e per sé di cui l’efesio stabilì l’impossibilità di bagnare due volte con le medesime particelle dell’arché del primo milesio un corpo che vi si immerga al tempo ti con zero e al tempo ti con uno con delta ti piccolo a piacere; aveva osservato un paio di volte la peculiare densità semiotica del libro che l’individuo contingentemente identico - in base all’analisi offerta dall’individuo contingentemente identico all’autore di Two Dogmas of Empiricism, di cui si dichiarava seguace soprattutto in materia di relatività ontologica e semantica dei mondi possibili - all’unica altra figlia della moglie del figlio dei suoi nonni paterni stava leggendo, e con apodittica evidenza protocollare aveva stabilito che il suddetto volume era privo di correlati iconici e di brachilogie socratiche. “E qual è il telos, l’aretè, l’entelechia di un libro” pensava la proprio per questo esistente Alice, “se esso è privo di correlati iconici e di brachilogie socratiche?”. Ragion per cui, volgendo le sue meditazioni metafisiche a più degno oggetto (per quanto la trama delle contingenze termico-atmosferiche lo consentisse con le sue emanazioni causali inibenti e debilitanti sui muscoli delle sue palpebre e sulle variabili aleatorie della funzione d’onda della distribuzione probabilistica delle sue energie attentive), Alice passò a considerare lo statuto epistemologico e la possibilità di una corroborabilità a priori di una serie di asserti controfattuali sulla relazione logico-pragmatica tra l’appagamento epicureo-edonistico derivante dalla realizzazione di una coroncina di margherite e il sentimento della futilità del Tutto indotto dalla noia esistenzialistica implicato dal gesto assurdo di alzarsi a raccoglierle, quando, emergendo dal solido nulla eterno di cui l’essere finito è trascurabile epifenomeno, in una porzione spazio-temporale del suo campo visivo fenomenologico apparve e disparve quasi subito una fuggente macchia bianca con due piccole chiazze rosa a un’estremità, che lei, con la prontezza delle esecuzioni linguistico-referenziali che la caratterizzavano quando si trovava davanti ai significati-stimolo affermativi, battezzò, con un enunciato occasionale olofrastico accidentalmente identico a un designatore rigido, come “Gavagai”.


Bukowskiano

Alice si era rotta i coglioni di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva di quel fiume pieno di merda e di piscio, senza avere un cazzo da fare.
La confezione da sei di birre era bell’e andata e le bottiglie giacevano buttate intorno, vuote.
Era sbronza.
Aveva dato un’occhiata al libro che sua sorella stava leggendo e si era accorta che non c’erano figure né dialoghi.
“Mi vuoi dire come cazzo fai a leggere quella roba?”, le disse a un certo punto, “Sarà peggio di Guerra e pace”.
“Fottiti”, le rispose sua sorella.
“Te l’avevo detto che era meglio portare Hank e Jimmy. Loro almeno ci avrebbero leccato la figa, una volta sbronzi.”
La sorella, avendo capito che era partita, non le rispose.
Tacquero per un bel po’.
L'afa e la birra le stavano facendo venire la nausea e un sonno da rimanerci secca. Per quanto poteva, Alice pensava che sarebbe stata una stronzata da fighette di Beverly Hills alzarsi per raccogliere margherite da intrecciare in coroncine del cazzo.
Meglio starsene seduti e aspettare la morte.
A un tratto sbucò da qualche parte un coniglio.
Era bianco come il culo di una vecchia troia e le passò davanti correndo a tutta birra.
“Già”, si disse Alice, “anche lui va a tutta birra”.
E vomitò sul prato.


Camilleriano

Alici, na picciotteddra vispa, accuminzava a scassarisi i cabasisi di starisinni assittata ca’ soru sò a ripa di sciumi, senza fari nenti; aviva taliato du voti il libbru ca sò soru stava liggennu, ma non c’erano fjure e mancu discursa: “e chi spacchiu sinni fa cu stu libbru” pinzava Alici, “senza fjure e discursa?”.
Accussì sinni stava a ripistiari na tistuzza sò (per quello ca putiva, pirchì c’era la vampa d’agosto e un cavudu do diavulu e aviva l’occhi a pampineddra e a testa leggia) se a gana di fare una trizza con le margherite valiva la pena di susirisi pi cugghilli, quanno in un vìdiri e svìdiri un Cunigghiu Biancu cu l’occhi a testa di minchia ci scricchiau vicinu currennu a filittiuni.


Alla Saramago (cioè usando solo il punto e la virgola come segni di interpunzione)

Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume senza niente da fare, aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo ma non c’erano né figure né dialoghi, E a che pro un libro, pensava Alice, senza le figure e i dialoghi. Così se ne stava a riflettere nella sua testolina, per quanto era possibile, perché faceva un caldo del diavolo e le cascavano gli occhi e la concentrazione, se il piacere di intrecciare una coroncina di margherite valesse la noia di alzarsi per coglierle, quando dal nulla un Coniglio Bianco con gli occhi rosa le passò accanto correndo a tutta birra.


Sceneggiatura del film porno: All’ombra delle fanciulle in calore


Scena prima:

Esterno giorno. Estate, pomeriggio afoso. Un fiume, un prato, pochi alberi. La mdp zooma su due adolescenti discinte sedute sulla riva. Una legge un libro, su cui la mdp indugia in un primo piano rivelandone il titolo: Le 120 giornate di Sodoma. L’altra, la protagonista Alice, su cui la mdp passa lentamente inquadrandola dalla bocca alle gambe, si masturba e sospira annoiata emettendo gemiti di piacere. Mentre è inquadrata tra le gambe, si sente la sua voce fuori campo che si rivolge alla sorella in tono sprezzante e lamentoso:

(Alice): - Ma che cazzo leggi, che non ci sono dialoghi e nemmeno figure?

Dopo questa battuta, emette un lungo gridolino. Ha finito. La sorella la ignora. La mdp inquadra prima i suoi occhi languidi e poi delle margherite vicine, ma comunque fuori dalla portata del suo braccio. A questo punto subentra improvvisamente l’immagine di un coniglio bianco che guizza e corre nell’erba, finché non sparisce dall’inquadratura. Stacco improvviso sul volto sorpreso ed eccitato di Alice. Dissolvenza. Immagini sfuocate e tremule di un’orgia in cui si vede Alice in quello che per lei è il paese delle meraviglie: è circondata da 3 uomini nudi con orecchie e code da coniglio che se la lavorano su un letto cosparso di carte da poker.


Proustiano

Da lungo tempo, abbandonata alle intermittenze del cuore che le richiamavano alla mente ricordi lontani di giorni felici quando giocava in giardino con le amiche di Combray, mentre la nonna, affacciandosi all’uscio, diceva sorridente con quella sua voce un po’ chioccia che le maddalenine erano già sul tavolo accanto alle tazze fumanti di tè, sulla riva di un fiume sedeva, accanto alla sorella che, leggendo un libro senza dialoghi né figure, non suscitava il suo interesse, o al massimo la spingeva a considerare quanto inutili fossero letture di tal fatta, Alice, una fanciulla in fiore che il caldo annoiava a tal punto da soffocarle sul nascere persino il piacere di alzarsi e raccogliere margherite da intrecciare in coroncine ornamentali che avrebbero senz’altro potuto conferire al suo aspetto quella grazia che le si addiceva, quando a un tratto un Coniglio Bianco, che sembrava emerso dal nulla in quel prato erboso soffuso di una luminosità foriera di apparizioni magiche e meravigliose, e che a uno sguardo attento e svelto a cogliere le sfumature delle cose, anche le più evanescenti ed effimere, rivelava in tutta la sua dolcezza il colore rosa dei suoi occhi, passò correndo in tutta fretta accanto a lei.

Sms
(all’amichetta che non ha marinato la scuola)


Sn al fium cn m srl ke sta leggnd1lb snz fig&dialg.Du pall!:-( Nn m va nemmn d and a coglr marghrt cn sto cald.Oh cz!È passt1cngl bianc cn gl okk rosa!A dp.Tvtb:-)


Analitica dei mondi possibili della Fabula
(seguendo U. Eco, Lector in fabula, 1979, 8.10 e 11.7)


Definizioni:

1) Wn = mondo possibile asserito dall’autore nel testo e costituito da una sequenza di Wnsi descritti da proposizioni P;
2) Wnsi = stato testuale di Wn allo stato di cose si e al tempo ti;
3) Wnc = mondo possibile in Wn concepito da un personaggio c e descritto da proposizioni Q;
4) Wncsi = il possibile corso degli eventi di Wn così come è immaginato dal personaggio c al tempo ti;
5) Wr = mondo possibile immaginato dal lettore (previsto dal testo) e descritto da proposizioni R. Wrsi si definisce in accordo con quanto precede;
6) Wrc = il mondo possibile che il lettore immagina che un personaggio concepisca e che è descritto da proposizioni Z (di solito incassate in R);
7) Wrcc = il mondo possibile che il lettore crede che un personaggio immagini che un altro personaggio concepisca (anch’esso descritto da proposizioni Z);
8) Relazione S-necessaria F (sorellanza) = proprietà strutturalmente necessaria all’identificazione di Alice come sorella della sorella e di ques’ultima come sorella di Alice;

Analisi di Alice per stati di Wn, Wnc, Wr, Wrc e Wrcc

P1 = Sulla riva di un fiume stanno due ragazzine in relazione S-necessaria F, di cui una si chiama Alice (Wns1);
P2 = Alice è annoiata di stare senza fare niente (Wns2);
P3 = La sorella di Alice legge un libro senza figure né dialoghi (Wns3);
P4 = Alice pensa Q1 (Wns4);
Q1 = Un libro del genere è inutile (Wncs1);
R1 e Z1 per inferenza su Q1 = R1(Dunque per Alice Z1(un mondo è desiderabile se in esso sussistono libri illustrati e dialogati, altrimenti esso è inutile)) (Wrcs1 in Wrs1).
R2, Z2 e Z3 per inferenza su P3, Q1, R1 e Z1 = R2 (Quindi secondo Alice Z2(per la sorella Z3 (è preferibile vivere in un mondo arido e inutile))) (Wrcc1 in Wrs2).
P5 = Fa caldo e Alice ne risente negli occhi e nella concentrazione (Wns5);
P6 = Attorno ad Alice stanno delle margherite (Wns6);
P7 = Alice riflette su Q2 (Wns7);
Q2 in R3 (ipotesi di atteggiamento proposizionale in Wrs3) = R3(Alice pensa Q2(Se raccogliessi Margherite per far coroncine mi stancherei ancora di più di quanto non mi stanchi stando seduta senza fare niente)) (Wrcs2 in Wrs3);
P8 = Un Coniglio Bianco dagli occhi rosa passa correndo (Wns8).


Dantesco libero (con versi tutti presenti nella Commedia)

Udir mi parve un mormorar di fiume.
Poi ch'innalzai un poco più le ciglia,
vidi genti a la riva d’un gran fiume.
Alcuna si sedea tutta raccolta,
e l'un di lor, che si recò a noia,
mirava fissa, immobile e attenta.
Disse: “Perché cotanto in noi ti specchi?
Io fui nel mondo vergine sorella.
La mia sorella, che tra bella e buona
non so qual fosse più, trïunfa lieta
tratto leggendo del magno volume.
Maraviglia udirai, se mi secondi,
di ch'io rendo ragione in questo caldo.
Vola con li occhi per questo giardino:
quivi è la rosa in che 'l verbo divino
carne si fece; quivi son li gigli.
Io levai li occhi e credetti vedere
Caron dimonio, con occhi di bragia:
lunga la barba e di pel bianco mista,
e correa contra 'l ciel per quelle strade.
Già mi sentia tutti arricciar li peli.
‘O animal grazïoso e benigno’,
così li dissi; e poi che mosso fue,
‘Deh, perché vai? Deh, perché non t’arresti?’
Guardommi un poco e poi chinò la testa.
Le braccia aperse, dopo alcun consiglio,
e li orecchi ritira per la testa.
Di maraviglia, credo, mi dipinsi:
‘Io ti seguiterò quanto mi lece’.”



Pastiche joyceano


Sì perché ora comincio a stancarmi di starmene qui seduta senza far niente davanti a questo fiume che non ci bagnerà mai due volte come ci diceva il professore che diceva quel tale sì e corre ma dove correrà mai eppure corre corre come una locomotiva questo correfiume che passato Eva e Adamo da spiaggia sinuosa a baia biancheggiante ci conduce con un commodius vicus di ricircolo di nuovo qui sì l’eterno ritorno dell’identico fiume diverso perché qui viene ognuno per sempre oh sì qui è HCE e siamo venute pure noi io e lei mia sorella che se ne sta seduta tranquilla a leggere quel suo libro ma a cosa servirà mai un libro senza dialoghi e figure dio che sonno o forse è un'insonnia ideale o una veglia che nega la fine questa storia è un incubo dal quale cerco di svegliarmi e questo caldo mi sta facendo diventare una stupida ma se qui non succede qualcosa cado nel correfiume e faccio la fine di quella là come si chiamava oh sì come vorrei farmi una bella corona come una stella come tutte le più belle cose con quelle margherite sì mi piacerebbe tanto mettermela addosso e correre sul prato in ricircolo come il correfiume ma chi si alza a raccoglierle siete margherite specie troppolontane famiglia troppafatica no dico no non voglio no perché quello che io vorrei ora è ma cos’è oh sì ma che belbianconiglio e corre corre pure lui l’occhiorosato ma che fa ma no guarda l’ora ha il panciotto col taschino per l’orologio è in ritardo dice povero me povero me e povera anch'io e mi guardo intorno e sono tutti migliori di me ma per cosa sei in ritardo per dove oh che meraviglia oh sì portami via belbianconiglio sotto l'ombra di un bel fior già sento che ti amo e scusa se ti chiamo amore ma mi basta guardarti per sentirmi lievitare tre metri sopra il cielo con te verrei anche giù all'inferno perché identica è la via all'in su alla via all'in giù lo diceva quello di prima come si chiamava oh sì il mio cuore batte come impazzito guardami te lo chiedo con gli occhi di portarmi con te ovunque tu vada no no non sparire dietro quella siepe voglio essere tua sì sì vengo mi alzo vado dove mi porta il cuore e corro sì corro e sì dico sì voglio Sì.