«Das Leben der Erkenntnis ist das Leben, welches glücklich ist, der Not der Welt zum Trotz» (Ludwig Wittgenstein, Tagebucheintrag vom 13.8.16).


«E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (…): “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”» (Italo Calvino, chiusa di "Perché leggere i classici").


«Neque longiora mihi dari spatia vivendi volo, quam dum ero ad hanc quoque facultatem scribendi commentandique idoneus» (Aulo Gellio, "Noctes atticae", «Praefatio»).


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mercoledì 27 dicembre 2017

UN LAZZARO DELLA LETTERATURA


Uno dei casi letterari italiani del 2017 si potrebbe definire un Lazzaro letterario, perché si tratta della vera e propria resurrezione, grazie all’opera negromantico-editoriale di alcuni uomini di buona volontà, di un romanzo italiano nato e morto esattamente 40 anni fa (non ci si stupisca delle metafore cristiane: almeno, non prima di aver conosciuto la parabola dell’autore, passato da un anticlericalismo lucido e razionalista a una sorta di bigottismo paranoico e delirante). Quello che colpisce, tuttavia, è il percorso planetario attraverso cui si è arrivati alla riedizione Frassinelli, a settembre, di Le venti giornate di Torino di Giorgio De Maria (1924-2009). A riscoprire il romanzo, pubblicato nel 1977 dalle Edizioni Il Formichiere e forse dimenticato persino dal suo stesso autore (che in seguito non ha più scritto altri romanzi), è stato uno studioso australiano, Ramon Glazov, che lo ha ha tradotto e introdotto per un’edizione americana, uscita nel febbraio di quest’anno per i tipi del gruppo Norton. Ma perché gli americani si sono interessati a questo romanzo breve italiano di 40 anni fa, di cui quasi nessuno in Italia si ricorda? Semplice: perché il nostro presente modifica ogni volta la nostra percezione del passato che, come un lago che si prosciuga o un mare che si ritira, mostra aspetti sempre nuovi e ci fa scorgere, per esempio, dei “precursori” di fenomeni che oggi dominano la nostra vita. Nel romanzo di De Maria, infatti, c’è una straordinaria invenzione narrativa, la Biblioteca, collocata in un’ala del famoso Cottolengo di Torino, che anticipa in modo impressionante (senza alcun bisogno di Internet) la dinamica socio-psicologica che sta alla base dei “social media”, e in particolare di Facebook. Non solo, ma il romanzo è pieno di echi che provengono da Poe e Lovecraft e per molti versi ricorda Stephen King (The Shining è dello stesso anno e le somiglianze di famiglia sono numerose!), e già questo basta per capire l’interesse degli americani. Attraverso una serie di passaggi ulteriori, poi, Frassinelli contatta nel novembre 2016 lo scrittore, traduttore e consulente editoriale Giovanni Arduino, per proporgli la curatela di una riedizione del romanzo in Italia. Arduino firma così una densa e bella postfazione per parole chiavi “in rigido ordine alfabetico”, come dice lui stesso, e in più realizza un breve e delizioso ebook, Il diavolo è nei dettagli. La storia de ‘Le venti giornate di Torino’, in cui racconta tutta questa incredibile vicenda, fornendo anche un ritratto drammatico della vita di De Maria, morto, come ricorda la figlia, “mezzo barbone, tutto matto, alcolizzato e distrutto dall’Halcion”.
Non direi altro su questo romanzo, dalla cui lettura si esce turbati, perché parla di morti misteriose in una Torino spettrale e di una psicosi collettiva che ci interroga ancora (la Biblioteca “social” ante litteram), ed è percorso da un senso di indicibile minaccia lovecraftiana. 
Vorrei solo sottolineare la cosa che più mi ha colpito di tutta questa vicenda. Arduino ci informa delle amicizie importanti di De Maria - Umberto Eco, Italo Calvino ed Elémire Zolla. Con i primi due ha addirittura collaborato per alcuni lavori, eppure, per esempio, nel Meridiano delle “Lettere 1940-1985” e nei due tomi dello sterminato Meridiano dei Saggi di Calvino non c’è alcuna menzione del nome di De Maria, che pure nel suo romanzo sembra rendere omaggio almeno a Marcovaldo e alla Giornata di uno scrutatore. Non solo. Nel terzo capitolo del romanzo, quello in cui l’io narrante dell’investigatore improvvisato e improvvido racconta la sua visita ai resti della Biblioteca, mi pare di scorgere un oscuro (e sfottente?) riferimento all’amico Eco: “Trovai accanto a un titolo di Liala quello di un trattato di semiologia”. La Biblioteca di De Maria riecheggia sicuramente quella di Borges e anticipa di pochissimi anni quella dell’abbazia di Eco, eppure non ricordo alcun riferimento di Eco a De Maria, a parte i riferimenti contenuti nella prefazione a M. Straniero-E. Jona-S. Liberovici-G. De Maria, Le canzoni della cattiva coscienza, Bompiani 1964 (stampata anche in Apocalittici e integrati, «I suoni e le immagini - La canzone di consumo»).
Insomma, è risorto un romanzo “maledetto” di un autore a dir poco strambo, dimenticato un po’ da tutti per troppo tempo.


domenica 23 ottobre 2016

ECO E DAN BROWN, ABSIT INIURIA VERBIS




Inferno di Ron Howard, come operazione di trasposizione cinematografica di un testo narrativo, mi ha ricordato Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud. Entrambi i registi hanno potuto lavorare con la consulenza - e persino alla presenza (vedi foto) - dell'autore del romanzo ed entrambi, sotto l'apparenza di una pedissequa fedeltà di superficie, hanno modificato l'opera nel profondo, cambiando addirittura in modo clamoroso i finali.
Così come chi ha visto il film Il nome della rosa e non ha letto il romanzo può pensare erroneamente che anche in quest'ultimo ci siano un'uscita alla Teseo dal labirinto della Biblioteca, un rogo spettacolare di eretici con salvataggio in extremis della giovane "strega" e la morte del feroce inquisitore causata dalla sommossa popolare, allo stesso modo chi vede il film Inferno senza conoscere il romanzo può pensare erroneamente, per dirne solo una, che in quest'ultimo si parli di un pazzo che, per risolvere il problema della sovrappopolazione mondiale, vuole decimare l'umanità diffondendo la peste o qualcosa di simile (e invece il romanzo parla essenzialmente di transumanesimo, di ingegneria genetica e di selezione artificiale post-darwiniana).
Naturalmente è ridicolo esigere la "fedeltà" quando persino gli autori dell'opera-fonte avallano il "tradimento", e quindi occorre sempre tenere presente che le due opere vanno godute separatamente, la caccia comparativa alle modifiche essendo solo un intrigante gioco per gli appassionati.
Prendiamo per esempio un punto del film (apparentemente) fedelissimo al romanzo: il volo di Vayentha dal soffitto del Salone dei cinquecento di Palazzo Vecchio. Ron Howard ha fatto del suo meglio e ci ha regalato una scena davvero spettacolare, riproducendo in gran parte quello che il lettore della corrispondente pagina del romanzo è portato a raffigurarsi.
Ma è davvero tutto qui? No, perché c'è quella frase di chiusura dell'episodio che non ha nulla a che vedere con la descrizione di una caduta mortale e che segna il confine invalicabile tra arte della parola scritta e arte dell'immagine in movimento: «Poi, con un brusco schianto, tutto il mondo di Vayentha svanì nel nulla» («Than, with a sudden crash, Vayentha's entire world vanished into blackness», cap. 48). Si può avere anche l'opinione peggiore sul romanziere Dan Brown, ma qui egli si ricollega alla grande tradizione della letteratura occidentale, racchiudendo in una sola frase un'intera visione del mondo. La si confronti, infatti, con la formula usata due volte da Virgilio (l'amichetto di Dante che da parte sua imitava Omero) per descrivere prima la morte di Camilla (XI, 831) e poi, chiudendo così l'Eneide, quella di Turno (XII, 952): «vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras». Le due formule, come si vede, esibiscono tutta la forza espressiva della parola poetica, perché in uno spazio ridicolmente breve riescono a riassumere intere concezioni filosofiche sul passaggio dalla vita alla morte.

domenica 21 febbraio 2016

UN RICORDO DI ECO




"Dulce est desipere in loco" 
(Orazio, Odi)

“Porfirio è matto” 
(Porfirio, Vita di Plotino)

"Monsieur, vous êtes fou" 
(Lo psicoanalista lacaniano Wagner a Casaubon nel Pendolo)

"Stay foolish" 
(Steve Jobs agli studenti della Stanford University di Palo Alto)

"Siamo pazzi" 
(Umberto Eco sull'avventura editoriale della Nave di Teseo)


Il caso amico e la pazzia pura sono alla base di una delle (poche, credo) cose originali del mio libro su Umberto Eco uscito cinque anni fa. Se ho potuto dire qualcosa di nuovo sul capitolo 113 del Pendolo e più in generale sulla stessa ricostruzione da parte di Eco della storia della semiosi ermetica e paranoica, devo ringraziare una combinazione strana tra un colpo di fortuna e una congettura assolutamente folle. 
Tra il 2009 e il 2010, mentre lavoravo al saggio su Eco e rileggevo il Pendolo, mi capitò di avere a che fare con L'antro delle Ninfe di Porfirio: me lo trovai tra le mani in una libreria, mi incuriosì, lo comprai, lo regalai a un amico grecista prima di leggerlo, lo ricomprai e infine lo lessi. Ebbene, nel capitolo 113 del Pendolo, il fantasma dell'alchimista Heinrich Khunrath, autore di un Amphitheatrum Sapientiae Aeternae, spesso citato nel romanzo, a un certo punto comincia a biascicare formule strane e sconnesse tratte dal suo libro, una delle quali è la seguente frase in greco: «Symbolon kósmou... tâ ántra... kaì tân enkosmiôn... dunámeôn eríthento... oi theológoi» (i teologi consideravano gli antri simboli del cosmo e delle potenze cosmiche). Ora, la mia conoscenza del greco da autodidatta non supera la seconda declinazione, eppure la lettura quasi simultanea dei due testi mi fece scoprire in un lampo intuitivo che il passo in greco citato da Eco proviene dall'operetta di Porfirio. 
Questo fu il colpo di fortuna. Il problema, adesso, era dare una spiegazione al fatto che Eco, che aveva scritto un saggio celeberrimo su un'altra opera di Porfirio quando io ancora giocavo con le figurine Panini, non dica mai nel romanzo che il passo viene dall'Antro delle Ninfe, lasciando semplicemente capire che esso si trova citato da qualche parte nel libro di Khunrath (che nel frattempo ero riuscito a procurarmi in copia digitale).


E qui arriviamo alla folle ipotesi interpretativa (un'abduzione molto alcolica): e se Eco non sapesse che il passo messo in bocca a Khunrath è di Porfirio? Se le cose stessero così, mi sono detto, si potrebbero fare alcune considerazioni molto interessanti sulla datazione stessa della semiosi ermetica, aggiungendo un elemento significativo alla stessa ricostruzione di Eco contenuta ne I limiti dell'interpretazione, la raccolta di saggi che costituiscono in buona parte il pendant teorico del romanzo. Ma come appurarlo? Rivedendo tutti i testi di Eco a mia disposizione, non trovavo alcun cenno a quell'opera di Porfirio; ma questo, pur confortandomi, non mi dava una prova definitiva, considerando anche il fatto che la prima edizione in italiano  dell’operetta di Porfirio (Adelphi 1986) era uscita proprio negli anni in cui Eco lavorava al Pendolo. Ed ecco allora che arriva un secondo colpo di fortuna. Avevo già avuto l'incredibile opportunità di conversare per una buona mezz'ora con Eco nel 2007 dentro il Castello Sforzesco (dove dopodomani si svolgerà la cerimonia funebre), ma all'inizio del 2010 si presentò nuovamente l'occasione di incontrarlo (questa volta a Venezia), perché lui andava in giro a promuovere Vertigine della lista. Ebbene, dopo avergli ricordato il nostro primo incontro (in cui gli feci ammettere tutti i debiti della sua ermeneutica nei confronti dell'epistemologia popperiana: l'intervista è ristampata in Appendice al libro), gli chiesi a bruciapelo (come da foto): "Professore, ma lei lo sapeva all'epoca che il passo in greco messo in bocca al fantasma di Khunrath nel centotredicesimo capitolo del Pendolo è di Porfirio?". Lui rispose di no e io per la gioia stavo per decollare come un razzo terra-aria. Allora gli parlai del libro a cui stavo lavorando, gli lasciai una chiavetta USB con i capitoli completati e ci demmo appuntamento "epistolare" a quando avessi finito il lavoro. 

martedì 13 gennaio 2015

TRE ROMANZI E LA STORIA



Per una curiosa congiunzione astrale, nei primi giorni del 2015 i due più celebri nonni della letteratura italiana contemporanea, Eco e Camilleri, escono quasi simultaneamente con due romanzetti, certamente destinati alla sezione "opere minori" della loro sterminata produzione, che affrontano praticamente lo stesso tema, pur svolgendolo da angolature e con tecniche narrative molto diverse. 
Numero zero e La relazione, in effetti, sono due illustrazioni complementari del meccanismo della "macchina del fango" (l'espressione ricorre a p. 120 del romanzo di Camilleri, mentre Eco non la usa mai nel testo, lasciando che compaia solo nel paratesto del risvolto di copertina). Mentre Eco immagina in modo cupo e grottesco la costruzione della sgangherata e improbabile redazione di un giornale destinato a non uscire mai e a costituire tuttavia una minaccia per i destinatari del messaggio paramafioso del suo editore, il losco Commendator Vimercate, Camilleri immagina in modo gelido e conturbante il modo in cui una macchina del fango micidiale, messa su da loschi imprenditori-politici, è scagliata con implacabile ferocia contro un uomo onesto e corretto incaricato dall'authority per cui lavora di riferire sui traffici illeciti di una banca controllata come cassa propria da un partito di Governo. 

Eppure, nonostante i due romanzi mettano a nudo l'irredimibile corruzione su cui si fonda la vita politica, imprenditoriale e mediatica italiana, i nostri due autori, proprio per la marginalità internazionale del nostro paese (guidato peraltro da una classe dirigente ridicola), sembrano attardarsi astrattamente su tematiche tutto sommato trascurabili, soprattutto alla luce di quello che il capriccio casuale della cronaca ha partorito negli stessi giorni della loro uscita. Insomma, sono condannati in questo frangente all'irrilevanza proprio in quanto osservatori attenti di un paese divenuto irrilevante.
In tal senso, uno scrittore come Houellebecq, anch'egli nelle librerie con il suo Soumission in questi giorni convulsi, sembra al confronto un gigante per la sua capacità di leggere con lucida visionarietà le budella stesse della grande Storia, addirittura sprofondando per una tragica fatalità fino al collo dentro il suo lordume di merda e sangue.

sabato 10 gennaio 2015

IL PRIMO APOCRIFO ECHIANO

Recensione di Numero Zero di Barbara Bara (Edizioni Bramantip, gennaio 2033).

L’Epifania di questo neonato 2033 è arrivata portando in dono una grande novità, anzi due, allo stagnante panorama letterario italiano. Ad un anno dalla scomparsa del grande scrittore e filosofo Umberto Eco, morto nel giorno del suo centesimo compleanno, è stata istituita ufficialmente la Setta degli Echi Estinti, un’associazione di cultori del Canone Narrativo Echiano che ha lo scopo di serbare viva la memoria del Maestro attraverso convegni, studi sulla sua opera e, soprattutto, produzione di testi apocrifi sul modello sia dei romanzi del Canone sia del resto della sterminata produzione del Nostro. 
Ricordiamo che il Canone (e si noti la chiara allusione a quello holmesiano di ACD) è composto da sei grossi romanzi, scritti da Umberto Eco tra il 1980, anno della pubblicazione della Bibbia della SEE, Il nome della rosa, e il 2010, anno di pubblicazione della pietra tombale del ciclo romanzesco, quel Cimitero di Praga che fece dire all’autore, nel corso di una presentazione a Milano, essere quello il suo ultimo romanzo. Gli altri titoli, come noto, sono Il Pendolo di Foucault (1988), L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000) e La misteriosa fiamma della regina Loana (2004). 
Fondatrice della SEE è Barbara Bara, docente di logica sillogistica e abduttiva alla Charles Sanders Peirce University di Bora Bora, la quale ha deciso di inaugurare la meritoria istituzione culturale con la pubblicazione del primo apocrifo echiano, il romanzo Numero Zero, uscito proprio ieri per i tipi della Bramantip. Ecco come lo illustra laletta di sovraccoperta: «Una redazione raccogliticcia che prepara un quotidiano [Domani] destinato, più che all’informazione, al ricatto, alla macchina del fango, a bassi servizi per il suo editore. Un redattore paranoico che, aggirandosi per una Milano allucinata (o allucinato per una Milano normale), ricostruisce la storia di cinquant’anni sullo sfondo di un piano sulfureo costruito intorno al cadavere putrefatto di uno pseudo Mussolini. E nell’ombra Gladio, la P2, l’assassinio di papa Luciani, il colpo di stato di Junio Valerio Borghese, la Cia, i terroristi rossi manovrati dagli uffici affari riservati, vent’anni di stragi e di depistaggi, un insieme di fatti inspiegabili che paiono inventati sino a che una trasmissione della BBC non prova che sono veri, o almeno che sono ormai confessati dai loro autori. E poi un cadavere che entra in scena all’improvviso nella più stretta e malfamata via di Milano. Un’esile storia d’amore tra due protagonisti perdenti per natura, un ghost writer fallito e una ragazza inquietante che per aiutare la famiglia ha abbandonato l’università e si è specializzata nel gossip su affettuose amicizie, ma ancora piange sul secondo movimento della Settima di Beethoven. Un perfetto manuale per il cattivo giornalismo che il lettore via via non sa se inventato o semplicemente ripreso dal vivo. Una storia che si svolge nel 1992 in cui si prefigurano tanti misteri e follie del ventennio successivo, proprio mentre i due protagonisti pensano che l’incubo sia finito. Una vicenda amara e grottesca che si svolge in Europa dalla fine della guerra ai giorni nostri». 
Il breve romanzo, costituito da diciotto capitoli, doveva intitolarsi Paralipomeni minimi del Pendolo, ma all’ultimo momento l’autrice ha optato per un titolo che metalinguisticamente alludesse alla sua funzione di testo fondativo dello spirito della SEE. Va osservato, altresì, che esso contiene chiari riferimenti autobiografici. L’anno in cui è ambientato, infatti, è non a caso lo stesso che ha visto i natali della Bara, e i cognomi dei tre accademici cui si fa cenno nel primo capitolo, Di Samis, Bocardo e Ferio, costituiscono un chiaro riferimento al nome e alla professione dell’autrice. Ma quello che l’estensore di questa breve nota vuole mettere in luce è soprattutto la tecnica con cui la Bara ha imbalsamato alcune reliquie del corpus echiano, perché essa costituirà probabilmente un modello per gli esperimenti successivi. Si noti infatti che il palinsesto del Pendolo (occorre insistere sul fatto che Colonna e Braggadocio sono chiari calchi minori di Casaubon e Belbo, per dirne solo una?), nel cui corpo testuale era già incarnato il nucleo concettuale dei saggi poi raccolti nel 1990 ne I limiti dell’interpretazione, è contaminato dalla Bara con la riesumazione di diversi lacerti de Il secondo diario minimo, uscito nel medesimo 1992 (è un caso?). Certo, i riferimenti ad altre opere del Canone (e non solo) sono innumerevoli, dal “dolenti declinare” del primo Diario minimo alla ripresa ironica da parte di Colonna del lessico erotico di Adso da Melk per descrivere i primi palpiti del suo amore per Maia, ma a fare la parte del leone sono almeno tre Bustine di Minerva incluse nel libro del 1992, che la Bara risuscita con un’operazione che rasenta il plagio, se non fosse che l’omaggio contiene sottili elementi ermeneutici di ricontestualizzazione critica. Vediamo queste riprese in ordine di apparizione.
1) Nel quinto capitolo, il finto direttore Simei invita il finto assistente alla direzione Colonna a tenere ai sei membri della redazione una lezione sulla tecnica subdola della “smentita della smentita”, che ogni buon giornale infame deve saper padroneggiare per difendersi dalle proprie vittime; ma nel far questo Colonna riprende alla lettera la Bustina del 1988 intitolata “Come smentire una smentita” (in Il secondo diario minimo, Bompiani 1992, pp. 116-117). 
2) Nel sesto capitolo, il redattore Lucidi, quello “immanicato coi servizi”, sostiene di avere materiale per un articolo “praticamente già scritto” sulla truffa degli ordini cavallereschi e parla di una lettera improbabile in cui a un suo conoscente viene proposto di diventare cavaliere di Malta dietro adeguato compenso; ma tutto l’episodio non è altro che la trascrizione pressoché letterale della Bustina del 1986 intitolata “Come diventare cavaliere di Malta” (in Il secondo diario minimo, cit., pp. 99-100), dove il destinatario della lettera era lo stesso Eco.
3) Nel nono capitolo, il redattore Costanza si propone per un pezzo di costume sul dilagare della moda dei telefonini, ma le argomentazioni che usano Simei e Colonna per cassare l’iniziativa sono tratte di peso dalla Bustina del 1990 intitolata “Come non usare il telefonino cellulare” (in Il secondo diario minimo, cit., pp. 141-142). Ma qui la Bara sembra avere un sussulto di vita propria, perché in questa ripresa c’è una sottile critica alla miopia mostrata da Eco in quell’occasione. È ben vero che la vecchia Bustina sul telefonino è uno dei pezzi minori più spassosi e sociologicamente arguti che Eco abbia mai scritto, ma è anche vero che essa tradisce una valutazione catastroficamente errata del fenomeno, come possiamo vedere oggi col senno di poi. Ben conscia di questo aspetto del testo che sta saccheggiando, la Bara gli dà un respiro nuovo mettendone in luce in modo spietatamente grottesco il messaggio implicito, perché fa dire esplicitamente a Simei e Colonna che il telefonino, come il personal computer, è un oggetto senza futuro, per cui è inutile occuparsene. E non solo: nell’occasione, con civetteria vagamente femminista, la Bara seppellisce l’ottusa protervia maschile mettendo in bocca all’unica donna della redazione (Maia) un’osservazione di costume di gran lunga più intelligente e profetica sulla moda dei telefonini.
Da un punto di vista più generale, pare lecito sostenere che il romanzo sia ben riuscito, soprattutto se si tiene conto del fatto che si tratta di un’opera prima (ben diverso discorso si farebbe se, poniamo per assurdo, il romanzo fosse un inedito postumo dello stesso Eco: in tal caso diremmo che si tratta di opera minore che l’autore non a torto preferì non pubblicare, considerandola magari una ripetizione poco attraente di cose già dette altrove). Anche se la macchina puramente narrativa non riesce a decollare e il romanzo, al postutto, rimane nell’alveo del puro conte philosophique, ricco di dialoghi volterrianamente arguti e calvinianamente leggeri, persino laddove questi indugiano su atmosfere gotiche e sepolcrali, e talvolta addirittura orride (si veda la lunga digressione sul cadavere del sosia di Mussolini nel dodicesimo capitolo, in cui è riportata quasi integralmente la relazione del medico legale che effettuò l’autopsia, peraltro reperibile su internet), l’autrice mostra una indubbia familiarità con lo stile, i topoi e le ossessioni concettuali tipici del Maestro e riesce a tal punto nell’azione di mìmesi che non di rado dà al lettore l’illusione di risentire l’eco inconfondibile della sua voce scritta. Si veda per esempio, nel terzo capitolo, il topos del settimanale come destino inevitabile del quotidiano determinato dall’avvento dell’informazione televisiva in tempo reale; oppure si pensi agli accenni esilaranti di liste vertiginose, nel terzo e nel tredicesimo capitolo, rispettivamente di modelli di automobili e di annunci matrimoniali; nonché alla fulminante battuta di Simei, basata su un gioco di parole consentito dal titolo del giornale fantasma, contenuta nel sedicesimo capitolo: “Domani muore: oggi stesso”. Qui davvero il cultore dell’opera echiana risente con nostalgia l’inimitabile humour e lo scaltro esprit de finesse dell’autore di My exagmination round his factification for incamination to reduplication with ridecolation of a portrait of the artist as Manzoni.  



venerdì 27 gennaio 2012

Come parlare di un libro senza averlo mai letto


Pierre Bayard e Umberto Eco


Per alcuni anni, grazie a Umberto Eco che ne ha parlato qua e là, nelle conversazioni in rete con gli amici ho fatto spesso riferimento a un libro uscito nel 2007 che non avevo mai letto ma che penso, non del tutto infondatamente, di conoscere ormai abbastanza bene. Ora questo libro l'ho finalmente comprato e, dopo averne letto il prologo e l'indice e averne leggiucchiato rapidamente qualche pagina, magari perché attratto dai titoli di certi libri a me familiari ivi citati e discussi, sono in grado addirittura di recensirlo in questa breve nota consigliandone vivamente la lettura, pur essendo quasi certo che non arriverò a leggerlo tutto per mancanza di tempo (anche se sono solo 205 pagine). Si tratta di un saggio brillante dello psicanalista e professore di letteratura francese all'Università di Parigi VIII Pierre Bayard e in esso si analizza il complesso rapporto che abbiamo con i libri. Con stile ironico e provocatorio, Bayard arriva persino a ridefinire la nozione stessa di lettura, che necessariamente deve comprendere quella di non-lettura, perché di libri non letti è pieno il nostro bagaglio culturale ed è intessuta la nostra stessa vita (quante volte, per esempio, ho spiegato a scuola con sfrenata passione la Critica del giudizio di Kant, pur avendone letto sì e no il 30%? Per non parlare del torrenziale Corso di filosofia positiva di Comte... E vogliamo aprire il doloroso capitolo degli Analitici di Aristotele, visto che posso vantarmi di essere un vero esperto di sillogistica?). Il caso estremo, discusso nel primo capitolo, è quello rappresentato dal bibliotecario de L'uomo senza qualità (che tutti abbiamo letto, no?), il quale ci tiene a precisare di non aver letto nemmeno uno dei milioni di libri che custodisce con amore e di limitarsi invece a leggere i cataloghi dei libri, allo scopo di mantenere una visione di insieme e di evitare ingiuste preferenze. Bayard usa questo bibliotecario come modello per dire che l'uomo colto non è chi legge i libri (il numero di libri che si possono leggere in una vita è sempre trascurabile rispetto alla loro totalità in atto), ma chi, pur non leggendoli, riesce a conoscerne la collocazione nella biblioteca collettiva condivisa in un dato momento storico-culturale (e sapere come un libro si colloca in tale biblioteca è tutto ciò che occorre sapere su di esso).
La cosa davvero interessante che fa Bayard è quella di proporre un nuovo modo di scrivere le note, aggiungendo (oltre ai tradizionali op. cit., ibid., ecc.) una sigla che segnala il grado di conoscenza che lui ha dei libri citati e il relativo giudizio che ritiene di poter formulare, secondo la seguente tavola delle abbreviazioni (riportata a p. 6):

LSC: libro sconosciuto
LS: libro sfogliato
LSP: libro di cui ho sentito parlare
LD: libro dimenticato
++: giudizio molto positivo
+: giudizio positivo
-: giudizio negativo
- -: giudizio molto negativo.

E così, l'Ulisse di Joyce è LSP ++; l'Odissea, la Recherche, L'uomo senza qualità e Il nome della rosa sono LS e LSP ++; la Coena Cypriani è LSC -, la Poetica di Aristotele è LSP +, e così via. Si noti l'assenza delle sigle LL e LNL: nel suo libro Bayard vuole dimostrare, infatti, che la distinzione tra libri letti e libri non letti è superficiale e non rende conto correttamente del nostro reale rapporto con essi.
Il libro, edito in italiano da Excelsior 1881 (Milano 2007, € 16,50), è diventato meritatamente famoso in tutto il mondo, e io lo considero di notevole spessore teorico, oltre che di gradevolissima e divertente lettura. Fidatevi: pur non avendolo mai letto per intero, l'ho sfogliato tutto e ne ho sentito molto parlare da chi si intende di queste cose, come Eco, il quale peraltro è molto citato nel libro, soprattutto nel terzo capitolo della prima parte, interamente dedicato a Il nome della rosa (cfr. pp. 47-61). Inutile precisare che, come tutti sanno, in quel romanzo il protagonista è ossessionato da un libro che conosce benissimo ma che non ha mai letto né leggerà mai per intero, perché, non appena lo trova, esso finisce in parte bruciato e in parte nella pancia del vecchio bibliotecario cieco. Del resto, a sentire quali libri Bayard e lo stesso Eco (per esempio in Non sperate di liberarvi dei libri, Bompiani 2009, che però ho letto per intero) dichiarano di non aver mai letto o di non aver mai letto per intero, possiamo tranquillamente ridere in faccia a qualsiasi senso di colpa dovesse un giorno provare ad assalirci per le nostre mancate letture apparentemente più imperdonabili. Bayard, per esempio, con notevole faccia tosta, relega L'interpretazione dei sogni tra i LD (e pensare che è uno psicoanalista!). Per quanto riguarda i tre romanzi-mostro, la mia situazione è la seguente:
Ulisse = LL ++ (ci torno spesso)
Recherche = LL e in gran parte LD ++ (ero troppo giovane quando l'ho letto)
L'uomo senza qualità: = LS e LSP ++ (insomma, è lì che mi guarda da 20 anni, ma dopo le prime 150 pagine l'ho abbandonato e lo vado esplorando da anni qua e là, a seconda dei luoghi che mi capita di visitare sulla base delle suggestioni più varie).

Dimenticavo: il libro si intitola Come parlare di un libro senza averlo mai letto.
 
 
P.S. Alla fine il libro l'ho letto tutto...  Saggio piacevole, ma molto discutibile la tesi di fondo, una sorta di inno all'ermeneutica selvaggia postmoderna. Bayard sostiene la priorità netta dell'intentio lectoris non solo rispetto all'intentio auctoris (che può andare bene) ma anche rispetto all'intentio operis: roba da fare accapponare la pelle a Umberto Eco. La tesi è riassunta dal seguente pensiero di Oscar Wilde (cui è dedicato l'ultimo, schioppettante capitolo, incentrato sull'analisi del dialogo-saggio Il critico come artista): "Non leggo mai il libro che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato" (è anche l'epigrafe di tutto il libro).
 





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giovedì 19 gennaio 2012

APOLOGIA DI SCHETTINO


Comandante 1: «Comandante 2, salga sopra e mi dica quante persone ci sono ancora a bordo, cazzo!»
Comandante 2: «Subito Comandante 1, agli ordini!»
Comandante 1: «Comandante 2, c'è una parte dell'ordine che non le è chiara?»
Comandante 2: «Nossignore, Comandante 1, tutto chiaro e cristallino!»
Comandante 1: «Bene, Comandante 2, esegua!»
Comandante 2: «Sono già sopra, Comandante 1!»
Comandante 1: «Ottimo, Comandante 2! Allora, mi dica, è già in grado di fare una stima del numero delle persone ancora a bordo?»
Comandante 2: «Sì, Comandante 1! Sono un centinaio di persone, Comandante 1!»
Comandante 1: «Magnifico, Comandante 2! Le ha contate lei di persona una ad una?»
Comandante 2: «No, Comandante 1! Però posso confermare il numero, Comandante 1!»
Comandante 1: «Mi può riferire il nome di chi le ha comunicato il numero, Comandante 2? È per il verbale».
Comandante 2: «Enrico Mentana, Comandante 1!»
Comandante 1: «Intende dire il Comandante in seconda Mentana Enrico, Comandante 2?»
Comandante 2: «No, Comandante 1, intendo dire il direttore del Tg La7, Comandante1!»
Comandante 1: «Lei mi sta dicendo che ha appreso il numero dei passeggeri ancora a bordo guardando la televisione, Comandante 2?»
Comandante 2: «Signorsì, Comandante 1!»
Comandante 1: «Scusi, Comandante 2, ma lei dove minchia è salito?»
Comandante 2: «A casa del tassista, Comandante 1! È stato gentilissimo, sa? Mi ha pure dato un cambio di calzini nuovi».





D'accordo, tutto quello che sappiamo della dinamica del naufragio della Costa Concordia e soprattutto l'ormai storica conversazione telefonica tra Schettino e il Comandante della Capitaneria di Porto di Livorno De Falco ci dicono che il Comandante della nave da crociera incarna perfettamente lo stereotipo dell'incompetente, dell'inadeguato, del maldestro, del codardo, del vigliacco, del pavido, dell'infame, insomma, dell'uomo di merda. In tal senso egli è il fantoccio perfetto per il ruolo del capro espiatorio che concentra su di sé tutte le qualità negative che strappiamo da noi stessi e proiettiamo su un altro per realizzare la catarsi collettiva e nascondere a noi stessi una cosa che ci turba e ci fa paura, e cioè il fatto che un pezzo, e forse più di un pezzo, di Schettino è in ciascuno di noi.
Tuttavia, non solo per mero esercizio retorico ma anche per riflettere sul nostro tempo e sui suoi valori, vorrei qui tentare l'impossibile, ovvero, se non proprio assolvere Schettino dalle sue colpe tecniche, dimostrare che egli era l'uomo giusto al posto giusto. Per proporre l'apologia antropologica di Schettino, operazione che può sembrare non meno sfacciata che temeraria,  dovrò ispirarmi come un umile novizio al Gorgia che struttura l'encomio logico di Elena, all'Eco che tesse l'elogio ideologico di Franti e al Saramago che assume la difesa teologica di Caino.
Una prima cosa da chiarire è la differenza essenziale tra una nave da crociera e gli altri tipi di grandi navi. Mentre le navi da guerra, le petroliere, le navi mercantili e le navi traghetto sono mezzi per il raggiungimento di fini altri (la vittoria in guerra, il trasporto di petrolio, merci, animali e uomini), una nave da crociera è un fine in sé, cioè un sistema autosufficiente che realizza scopi ludici intenzionalmente perseguiti oggi dagli uomini.
Siccome le prime hanno una funzione puramente strumentale, il loro governo richiede piloti capaci, fedeli e attenti il cui compito principale è quello di permettere a un mezzo tecnico di svolgere il suo compito, cioè di raggiungere lo scopo di fungere da strumento efficiente. Le navi da crociera, invece, in quanto luogo autoreferenziale di realizzazione di fini, richiedono, di nuovo per una sorta di selezione naturale, piloti che risultino perfettamente adattati all'ambiente in cui si trovano a vivere ed operare. La metafora biologica non sembri forzata: il sistema di fini generato dalle aspettative di chi fa una crociera crea un ambiente complesso che seleziona un capo con caratteristiche ben precise, tra le quali quelle richieste al comandante di una portaerei o di una petroliera (coraggio, sprezzo del pericolo, durezza, autorità, decisione, senso di responsabilità nei confronti del mezzo e del suo carico, ecc.) non sono necessariamente in primo piano. Cosa si fa su una nave da crociera? Su una nave da crociera si canta, si balla, si suona, si  va a teatro, si assiste a spettacoli e ad esibizioni di ogni tipo, si tromba, si rimorchia, si va in piscina, si va in palestra, si gioca a carte, si socializza, si ride, ci si rilassa, si mangia a sbafo, ci si esibisce, insomma, per dirla con la formula che racchiude tutto, ci si diverte, e tutto ciò crea una pressione selettiva tale che il comandante ideale, cioè perfettamente adattato all'ambiente, è il tipo Schettino: pilota bravino ma in compenso belloccio, con atteggiamenti da figo fatale, fricchettone, abbronzato per estetica e non per aver faticato al sole, giovanile, galante e po' un tamarro, amante delle belle donne e della bella vita (e non certo della bella morte), cioè esattamente quel che si aspetta che sia la media del gusto dei passeggeri di una nave da crociera.
Sia chiaro, questo non implica un giudizio di valore denigratorio nei confronti di questi ultimi. Quelli che amano andare in crociera hanno tutto il diritto di  farlo ed hanno tutto il diritto di veder soddisfatte le loro aspettative di divertimento. Dovrebbero però  avere contezza anche del fatto che, creando un ambiente di bisogni e di gusti in un luogo deputato ad assecondarli (e il quale per questo si pone, lo abbiamo visto, come sistema autonomo di fini), nello stesso momento creano il profilo antropologico di un comandante ideale perfettamente adatto al contesto, che è di tipo essenzialmente ludico ed edonistico. Questo implica che il comandante ideale, cioè il tipo Schettino, è uno che fondamentalmente ama la vita spensierata, il sesso, il denaro, le feste e le pubbliche relazioni, e a queste passioni subordina non solo le virtù eroiche e cavalleresche, come l'attitudine al comando, la generosità, l'altruismo e la disponibilità al sacrificio di sé, ma anche la competenza tecnica nell'arte della navigazione, dal momento che egli confida negli automatismi garantiti dalla tecnologia e dalle conoscenze diffuse nei collaboratori più stretti e nei sottoposti. Il sistema è in gran parte automatizzato e il comandante può andare quando vuole a condividere il divertimento offerto dalla nave con i suoi passeggeri. Si consideri, per contro, quanto sarebbe inviso ai passeggeri di una nave da crociera un comandante che rispondesse allo stereotipo dell'orso burbero, militaresco, esclusivamente dedito al comando della nave, asociale e ostile alla filosofia turistica della bella vita: lo considererebbero un estraneo e lo stigmatizzerebbero come inadatto al ruolo.
Se così stanno le cose, come ci si può sorprendere del comportamento di Schettino? Il comportamento di quest'uomo, se ci si pensa un attimo, risulta perfettamente coerente con il profilo della personalità creata dal sistema-crociera. O ci si vuole illudere che uno che  fondamentalmente è un capo-intrattenitore in un contenitore di divertimento (è questo che la volontà generale della nave pretende inconsciamente ma inesorabilmente che egli sia) sia disposto a mettere a repentaglio la propria vita per salvare quella degli altri? Si noti poi che su una nave da crociera il pericolo è preventivato in maniera puramente astratta e nessuno si sognerebbe mai di metterlo realmente in conto, altrimenti non potrebbe  mettervi piede: una nave da crociera, come detto, è un sistema di fini improntato per natura al divertimento e allo svago, e la prospettiva reale del naufragio è bandita dalla definizione della sua essenza e relegata per legge a componente meramente accessoria dell'arredamento sotto forma di oggetti e percorsi da usare in caso (puramente teorico) di emergenza.
Questo vuol dire che il tipo Schettino, nel momento in cui, per una leggerezza banale e balorda, è sbalzato fuori dal sogno della sua nave e va a schiantarsi contro la consistenza rocciosa della realtà, agisce in assoluta coerenza con la sua personalità, che in fondo è assai simile a quella dell'uomo civilizzato medio cresciuto in un mondo pacifico, edonista e opulento. La sua filosofia di vita è racchiusa in una massima tanto semplice quanto umana, fin troppo umana: meglio qualche anno in galera che morto.

lunedì 16 gennaio 2012

La sciocchezza di Vattimo su quella che crede una sciocchezza di Popper



Sono davvero perplesso per l'autentica, irredimibile castroneria che leggo in Gianni Vattimo (con Piergiorgio Paterlini), Non essere Dio. Un'autobiografia a quattro mani, Aliberti Editore 2006, p. 184: «Popper (...) ha sempre continuato a pensare che una smentita ci avvicinasse alla verità, una vera sciocchezza: dal fatto che un'ipotesi è sbagliata non cavi proprio nulla».
Niente di più errato. Dalla smentita di un'ipotesi si ricavano preziosi insegnamenti sulle strade da evitare e su eventuali formulazioni errate di un problema, nonché sugli aspetti della realtà che resistono ai nostri tentativi di spiegazione. Come diceva più di un secolo fa quel geniale epistemologo - anch'egli legato a Torino - che fu Giovanni Vailati (che Gentile e gli altri nemici della conoscenza scientifica come Vattimo hanno contribuito e contribuiscono più o meno volontariamente a tenere nell'oblio), «ogni errore ci indica uno scoglio da evitare mentre non ogni scoperta ci indica una via da seguire» (Sull’importanza delle ricerche relative alla storia delle scienze, 1897, in G. Vailati, Il metodo della filosofia, Laterza 1957, p. 43). Ma si tratta di un'idea ancora più antica, e volendo saltare il ben noto aforisma di Oscar Wilde su esperienza ed errore, che peraltro costituisce una delle epigrafi di Congetture e confutazioni, si può arrivare per esempio a questa bella osservazione di Condillac: «L'esperienza del filosofo, come quella del nocchiero, è la conoscenza degli scogli in cui gli altri si sono arenati e, senza questa conoscenza, non v'è bussola che possa guidarlo» (Introduzione al Saggio sull'origine delle conoscenze umane, 1746, ed. UTET). Tuttavia, nessuno meglio di Popper ha saputo spiegare nel dettaglio le basi logiche (possiamo solo falsificare, mai verificare, se si tratta di ipotesi sulla realtà e non, ad esempio, di dimostrazioni matematiche) ed epistemologiche (conosciamo per anticipazioni teoriche della nostra mente da sottoporre a controllo, mai per istruzioni induttive non interpretate provenienti dalla realtà) dell'idea che possiamo imparare solo dai nostri errori, come singoli e come specie.
Tra l'altro, noi possiamo sapere (ma non è semplice: Popper non è un falsificazionista ingenuo) solo se un'ipotesi è falsa, ma non potremo mai sapere se un'ipotesi è vera, per il semplice fatto che qualsiasi teoria generale, contenendo almeno un asserto universale, si estende su un dominio potenzialmente infinito sul quale effettua una infinità di predizioni, cioè implica infiniti enunciati particolari. Per inciso, questa idea fondamentale è stata fatta propria esplicitamente anche da "quel tomista incallito" di Umberto Eco, come Vattimo chiama assurdamente il suo "vecchio amico", "compagno anziano" e "vice-maestro" (p. 145) a pagina 114: estesa all'ermeneutica, essa è alla base de I limiti dell'interpretazione (Bompiani 1990).
Per verificare una teoria, dovremmo provare tutte le sue conseguenze, e questo è impossibile (è la storia del famoso cigno nero che può saltar fuori da un momento all'altro a smentire l'ipotesi che tutti i cigni siano bianchi). Dunque, non sapremo mai se abbiamo una (o la) teoria vera tra le mani. D'altra parte, essendo una la teoria vera, ed essendo infinite quelle possibili intorno a un dato oggetto di indagine, è praticamente certo che tutte le teorie con cui abbiamo a che fare sono false (questa sorprendente conclusione è dimostrata logicamente nell'Appendice *VII della Logica della scoperta scientifica). Su queste basi, Popper poteva fornire addirittura una soluzione peculiare al problema tipicamente metafisico dell’esistenza o meno della realtà esterna: se una nostra congettura «è falsa, essa contraddice qualche stato di cose reale (descritto dalla sua negazione vera). Inoltre, se controlliamo detta congettura, e riusciamo a falsificarla, constatiamo che c’era una realtà, qualcosa con cui essa poteva entrare in conflitto. Le falsificazioni mostrano così i punti in cui, per così dire, abbiamo toccato la realtà. (...) Le teorie sono nostre invenzioni, idee nostre; esse non ci vengono imposte, sono strumenti di pensiero da noi stessi costruiti: ciò è stato visto chiaramente dagli idealisti. Ma alcune di queste teorie possono risultare in conflitto con la realtà, e quando ciò accade constatiamo che vi è una realtà, che esiste qualcosa a ricordarci che le nostre idee possono essere sbagliate. Ecco perché il realista ha ragione» (Congetture e confutazioni, Il Mulino 1992, cap. 3, § 6, p. 201 e p. 202)
Malgrado tutto ciò, l'autobiografia di Vattimo resta un libro meritevole di essere letto, perché è un bel documento umano e intellettuale, il racconto avvincente, ora tenero e lirico ora ironico e sferzante, di una vita dedicata all'esercizio del pensiero.

sabato 14 gennaio 2012

Nota sulle "Postille" alla nuova edizione de "Il nome della rosa"




Tra le modifiche apportate da Umberto Eco alla nuova edizione del Nome della rosa, uscita l'11 gennaio 2012 a quasi trentadue anni dalla prima (1980), ce n'è una particolarmente significativa che riguarda il testo delle "Postille" del 1983, che, pubblicate originariamente su Alfabeta, dal 1984 vengono stampate in coda al romanzo e ne costituiscono ormai parte integrante. Com'è noto, le "Postille" si aprono con alcuni chiarimenti relativi alla fonte del celeberrimo e misterioso esametro latino con cui si conclude il romanzo (stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus) ed Eco rivela che esso proviene dal De contemptu mundi di Bernardo Morliacense, un benedettino del XII secolo. Va da sé che i chiarimenti di Eco non hanno soddisfatto in pieno la curiosità di lettori e studiosi, al punto che della questione si è discusso anche in anni recentissimi, come ho mostrato ampiamente nel primo capitolo del mio Umberto Eco: odissea nella biblioteca di Babele (Il Prato 2011: cfr. pp. 50-55). Un punto particolarmente spinoso riguarda il fatto che nell’articolo Adso’s closing line in “The name of the rose” (uscito su American notes and queries, maggio-giugno 1986, pp. 151-152) Ronald Pepin notò che nel testo di Bernardo al posto di "rosa" si doveva leggere "Roma" e che la lezione "rosa" era il frutto di un errore filologico contenuto in una vecchia edizione del De contemptu mundi, la stessa che per esempio usava Huizinga ne L'autunno del Medioevo (1919), dall'undicesimo capitolo del quale, peraltro, il medievalista Eco aveva prelevato l'esametro (lo stesso Pepin nel 1991 ha pubblicato una nuova edizione critica del testo di Bernardo riportante come più pertinente la fino ad allora ignorata o sottovalutata variante "Roma" in alcuni manoscritti). Successivamente, per esempio a p. 118 de I limiti dell'interpretazione (Bompiani 1990), Eco ha discusso la questione rosa/Roma, riconoscendo naturalmente che all'epoca in cui lavorava al Nome della rosa non sapeva nulla della variante "Roma" e facendo anche delle osservazioni ironiche sulle possibili letture fasciste del romanzo se questo si fosse intitolato Il nome di Roma.
Ebbene, nelle "Postille" alla nuova edizione del romanzo, Eco cerca di chiudere la vicenda inserendo il seguente passo dopo il primo capoverso (p. 580):

Per i curiosi, i pignoli, i lippi e i tonsori, riconosco che dopo mi hanno segnalato un'altra versione che dice "Stat Roma pristina nomine", il che sarebbe molto più coerente con i versi che precedono:

Est ubi gloria nunc Babylonia, nunc ubi dirus
Nabuchodonosor et Darii vigor illeque Cyrus? ...
Nunc ubi Regulus aut ubi Romulus aut ubi Remus?
Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus.

Ma un amico latinista mi ha fatto osservare che la quantità della "o" di Roma è lunga, così che il dattilo iniziale dell'esametro non potrebbe funzionare (mentre tutto andrebbe a posto con rosa, la cui "o" è breve). Per cui, anche se Bernardo fosse stato un pasticcione, io avrei avuto il dovere di correggerlo. 

Per inciso, poiché, come detto, la questione è ampiamente trattata nel mio libro, Eco ha detto queste cose (con qualche dettaglio in più) anche nel corso della presentazione dello stesso che si è svolta a Milano il 17 dicembre scorso: si veda il seguente video, in particolare tra il minuto 5.00 e il minuto 6.17.





Tuttavia, è il caso di osservare che questa aggiunta alle "Postille" crea qualche problema di sfasamento temporale, perché Eco inserisce in un testo del 1983 un passo che presuppone informazioni di cui non può essere entrato in possesso prima del 1986. Se avesse inserito il passo sotto forma di nota a piè di pagina, non ci sarebbe stato alcun problema: è quel che accade per esempio a pagina 585, laddove Eco inserisce una nota (l'unica in tutte le "Postille" alla nuova edizione) nella quale, in relazione al testo, in cui si fa riferimento a un vecchio materiale raccolto sin dai primi anni Cinquanta, tra l'altro, "per una teoria dell'elenco", egli fa un riferimento a Vertigine della lista (Bompiani 2009) per dire quanto antico fosse il progetto di questo suo recente libro illustrato. Invece, inserendo nel corpo del testo delle "Postille" il passo riportato sopra, Eco è costretto a modificare anche la soglia delle stesse, per rendere meno stridente l'incongruenza temporale. E così, mentre  nelle edizioni precedenti del romanzo le "Postille" erano introdotte col titolo in testa alla pagina "Postille a Il nome della rosa 1983", accompagnato a fondo pagina dalla precisazione bibliografica in corpo minore "Il testo delle Postille a 'Il nome della rosa' è apparso su Alfabeta n. 49, giugno 1983", nella nuova edizione 2012 esse sono introdotte a p. 577 dal titolo POSTILLE A "IL NOME DELLA ROSA", seguito subito sotto dal sottotitolo tra parentesi "(La prima versione è stata pubblicata su Alfabeta, 49, giugno 1983)". 

martedì 3 gennaio 2012

I mesi del libro delle ore del duca di Berry

Leggendo sull'iPad la versione in formato e-book (da poco disponibile) de La memoria vegetale e altri scritti di bibliofilia di Umberto Eco (Bompiani 2007), e avendo così la comoda possibilità di scovare subito su internet i vari incunaboli, libri rari e codici miniati che vi sono descritti, si fanno delle scoperte sorprendenti. Come, per esempio, le fantastiche tavole sui mesi (più il folio 14 con l'Uomo Anatomico) del "Libro delle ore" del duca di Berry, XV secolo: una vera delizia per lo sguardo. 
Ecco un paio di passi tratti del saggio che Eco gli ha dedicato, dove si ha solo un esempio dei diversi percorsi di lettura delle immagini che è possibile imboccare aprendo il codice: 

Le Très Riches Heures sono un documento insostituibile per comprendere la vita materiale, il costume, la società, i gusti dell’epoca. Per questo sono indubbiamente fondamentali le miniature dei mesi, ma dopo questo avvio si possono esplorare anche le altre immagini, alla ricerca di indizi minori, talora nascosti. Le miniature dei mesi sono una grande riserva di informazione sugli abiti e le armature. Ci raccontano come si imbandiva la tavola, quali cibi e bevande vi apparivano; quale era il rapporto con gli animali domestici, come si svolgevano i lavori stagionali; ci dicono come erano fatti gli strumenti agricoli, come vivevano i contadini e i pastori, quali erano le tecniche di coltivazione dei campi e l’architettura dei giardini. Ci parlano della forma degli alveari, delle bardature dei cavalli, del traino dei carri. E poi ci offrono una rassegna di castelli, di architetture religiose, di cantieri edilizi in attività, ci raccontano di interni di chiese e di palazzi, di statue, di stendardi... I particolari sono così minuti e fedeli che è a partire da questi che alcuni storici dell’arte sono stati in grado di datare le varie immagini. Le Très Riches Heures sono un documentario cinematografico, una macchina visiva che ci racconta la vita di un’epoca. Nessun film potrà mai eguagliare la fedeltà, il fulgore, la toccante bellezza di questa ricostruzione. (...) l’Uomo Anatomico (...) già fa pensare alle rappresentazioni dei rapporti tra micro e macrocosmo che troveremo nei maghi del Rinascimento, in Robert Fludd o in Athanasius Kircher. Ma non dimentichiamo che il libro viene prodotto pochi decenni prima della nascita di Marsilio Ficino, mentre si stanno prefigurando nella Firenze umanistica le condizioni per una riaffermazione pubblica dell’astrologia e della magia. Forse occorre arrestarci qui. Forse sarebbe irrispettoso per il lettore suggerire altre chiavi di lettura. Le Très Riches Heures sono un oggetto straordinario proprio perché, opera aperta, incoraggiano mille diversi itinerari dell’immaginazione. Il lettore lo apra a caso, scelga la propria porta di ingresso,epoi percorra da solo questo Hortus Deliciarum.



 (Le foto ad alta risoluzione sono scaricate dalla relativa voce di Wikipedia).




L'Uomo Anatomico
Gennaio

Febbraio





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Maggio



Giugno
Luglio






































































































Agosto















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Novembre


Dicembre


mercoledì 28 dicembre 2011

Eco e la logica zoppa della Lega



Per capire la posizione di Eco, io proporrei di tenere ben distinti i due piani:

1) quello che ha capito Salvini

2) quello che voleva dire Eco

1. Salvini ha creduto di fare un'inferenza logica, ma, come ha rilevato Giovanna Cosenza (semiologa e allieva di Umberto Eco), si è sbagliato. Al massimo, aggiungo, quello che lui ha capito si fonda su un'implicatura conversazionale alla Grice, che è comunque distorta, perché Eco non voleva suggerire che gli elettori leghisti siano come Casseri (su questo tornerò nel secondo punto). Per fare un esempio di comune implicatura: se assisto a un esame e vado a riferire agli amici che la metà dei candidati l'ha superato, i miei amici, applicando la regola della quantità di Grice (dare tutte le informazioni di cui si è in possesso, se sono utili alla comunicazione), fanno benissimo a intendere per implicatura che l'altra metà non l'ha superato. Tuttavia si noti che dal punto di vista logico l'implicazione non sarebbe corretta, visto che la verità di "La metà ha superato l'esame" segue logicamente sia da "Tutti l'hanno superato" sia da "Metà l'ha superato e metà no", sicché in termini strettamente logici non è stabilito cosa sia accaduto all'altra metà.

2. Cosa voleva dire Eco? Io ritengo che per capire il modo in cui Eco intende il rapporto Lega/Casseri sia utile rileggere le pagine 135 (e dintorni) e 230 (e dintorni) del Nome della rosa, dove si parla rispettivamente di "sillogismo pratico" e di "perfido sillogismo". Eco, per bocca dell'abate (nel primo caso) e di Guglielmo (nel secondo), discute il rapporto tra francescani e dolciniani (tralascio qui il fatto che nel primo caso l'abate confonde i fraticelli con i dolciniani, come gli fa notare subito Guglielmo). Ebbene, lì è chiaro che i dolciniani sono degli esempi perfetti di "folli marginali", cioè individui che dalla premessa che la Chiesa debba essere povera traggono la conclusione delirante che tutti i preti ricchi debbano essere massacrati. E si noti che in quelle pagine Eco alludeva chiarissimamente al rapporto tra sinistra istituzionale e Brigate rosse, sicché il rapporto che lui suggerisce oggi tra Lega e pazzi criminali come Casseri diventa più chiaro. A mio parere, in tutti e tre i casi Eco raccomanda ai "maestri" (francescani, comunisti e leghisti) di stare attenti a come formulano le loro dottrine, per evitare che i seguaci paranoici entrino nel gorgo cognitivo del "perfido sillogismo" e si mettano a fare fuoco all'impazzata.