«Das Leben der Erkenntnis ist das Leben, welches glücklich ist, der Not der Welt zum Trotz» (Ludwig Wittgenstein, Tagebucheintrag vom 13.8.16).


«E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (…): “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”» (Italo Calvino, chiusa di "Perché leggere i classici").


«Neque longiora mihi dari spatia vivendi volo, quam dum ero ad hanc quoque facultatem scribendi commentandique idoneus» (Aulo Gellio, "Noctes atticae", «Praefatio»).


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lunedì 21 ottobre 2013

Lucia sicuramente non andò con l'Innominato ma Napoelone forse è morto alle Galapagos

Quando discussioni serie (come il problema epistemologico della verità) rimbalzano da un blog a Twitter e vengono afferrate al volo da una stampa ansiosa di creare mostri e scatenare la caccia allo stregone, succede che Odifreddi venga ridotto a un negazionista. Da qui la canea del "dàgli all’untore!" e compagnia abbaiante, che per definizione non ha la più pallida idea delle questioni filosofiche in gioco. Ora Odifreddi ha provato a spiegare, riassumendo alcuni dei problemi fondamentali relativi alla definizione della verità in ambito logico, scientifico e storico. Ma quello che dice, naturalmente, è ancora niente rispetto a ciò che il dibattito contemporaneo ha prodotto, diciamo dal 1892 (anno di pubblicazione di Senso e denotazione di Frege) a oggi.
Si consideri, ad esempio, un enunciato come "Ulisse sbarcò a Itaca immerso in un sonno profondo". Per Frege esso non è decidibile (perché "Ulisse" non ha denotazione), mentre per Russell, che propose poco dopo un modello di analisi logica diverso, esso è semplicemente falso, perché Ulisse non è mai esistito. Ma circa un secolo dopo arriva Umberto Eco e, sulla base della semantica dei mondi possibili, sostiene che quell'enunciato non solo è vero (nel mondo dell'Odissea) ma costituisce un paradigma per la verità di quelli empirici (quindi non solo storici), una sorta di ideale regolativo cui si può tendere con gradi diversi di approssimazione.
Se qualcuno trova strano che, per esempio, un enunciato storico largamente condiviso possa essere "meno vero" di uno riferito ai mondi narrativi della fantasia, provi a dire a un esame di letteratura italiana che Lucia, dopo aver visto un film porno sul Palantir della sua cella, scappò con l'Innominato e i due si trasferirono con il teletrasporto a Mordor, dove furono ospitati in un bordello gestito da Biancaneve e i sette nani. Nessuna nuova scoperta, infatti, può modificare i fatti dell'edizione definitiva dei Promessi sposi. Viceversa, se uno studente riuscisse in qualche modo a 'provare', con documentazione inedita e plausibile, e prima di essere cacciato a padate da un professore permaloso, che Napoleone 'in realtà' morì di spavento il primo marzo del 1821 alle Galapagos vedendo una tartaruga gigante, prenderebbe la lode e avrebbe un futuro accademico assicurato (magari in Francia), perché la Storia è una narrazione in linea di principio sempre rivedibile alla luce di evidenze documentarie nuove.
Cosa vuol dire tutto ciò? Semplicemente che gli enunciati storici non possono mai avere il grado di certezza degli enunciati riferiti a universi narrativi chiusi, né, tanto meno, di quelli logico-matematici cui fa riferimento Odifreddi. A limite, possono avvicinarsi al tipo di conferma posseduto dagli enunciati scientifici sperimentali. Il suo problema è nato perché si è trovato ad illustrare queste cose in un contesto ad alto rischio, come una discussione sulle camere a gas. Eco, invece, che notoriamente è molto più prudente di Odifreddi, quando affronta questi argomenti usa esempi più innocui (come la data di morte di Napoleone). Ma il concetto è identico.
Ecco il post esplicativo di Odifreddi, che ormai è come una pezza messa a tamponare uno tsunami.

Che cos’è la verità?
17 ottobre 2013

Per coloro che si fossero perse le puntate precedenti, mi chiamo Piergiorgio Odifreddi, e sono un logico matematico. Il che significa che ho passato la mia vita a cercare di capire qual è la risposta alla domanda del titolo. Che secondo la leggenda, fu posta da Pilato, anche se poi lui se ne andò senza neppure aspettare che il suo interlocutore provasse a rispondere.

Le risposte però ci sono, benché ovviamente interessino più i pochi logici in circolazione, che i tanti Pilati che se ne lavano le mani di cosa sia la verità. In particolare, secoli di indagini hanno prodotto una classificazione dei suoi vari tipi.

Si parte dalle verità matematiche, che sono dimostrate in maniera logica e controllabili da chiunque abbia un’alfabetizzazione adeguata. Si passa alla verità scientifiche, che non sono mai completamente assodate, e sempre sottoposte a continue verifiche sperimentali, spesso effettuabili solo da chi abbia adeguati mezzi tecnologici. Si arriva poi alle verità storiche, che si basano su testimonianze di varia mano, relative a fatti unici e non riproducibili, e che dunque non possono mai avere il grado di affidabilità delle verità scientifiche, per non parlare di quelle matematiche.

Da un punto di vista individuale, poi, il grado di certezza che ciascuno di noi assegna alle varie verità dipende non solo dalla loro natura, ma anche dalla nostra conoscenza di esse. Il teorema di Fermat, ad esempio, è stato dimostrato da Andrew Wiles, ma anche un matematico come me non ha gli strumenti concettuali per capirne la dimostrazione: dunque, la mia certezza della verità del teorema si basa su testimonianze di seconda mano, in particolare su libri e articoli di divulgazione, e non su una conoscenza diretta.

Questo non significa che non creda al teorema di Femat, ovviamente. Significa però, altrettanto ovviamente, che ci credo in una maniera diversa da come credo al teorema di Pitagora, che invece so dimostrare in una dozzina di modi diversi (anche se uno solo già basterebbe).

Nella discussione del post del 12 ottobre ho detto esattamente le stesse cose, riferendole all’argomento di cui si parlava allora: che era Priebke in primis, e i crimini nazisti in subordine. Ma sarebbe stato lo stesso se si fosse parlato della scoperta dell’America, vista la data, o di qualunque altro argomento. Perché, come si sarà capito, il discorso è generale: dunque, si applica a tutto ciò che ha a che fare con la verità (storica in questo caso), niente escluso.

Che un giornalista come Gianni Riotta, che queste cose le sa benissimo, avendo anche lui studiato logica come me, possa aver preso spunto da esse per attivare la sua personale macchina del fango, accusandomi di negazionismo, è singolare e sconsolante.

Io non conosco i suoi motivi, che possono essere solo la leggerezza di un utente entusiasta di un mezzo banalizzante della discussione come Twitter. Ma possono anche essere la mala fede di chi, quando gli si fa notare che ha detto una stupidaggine, non si degna nemmeno di rispondere alla mail, mostrando la volontà di negarsi ai chiarimenti.

Ovviamente, il mitico “popolo della rete” l’ha seguito a ruota libera, gridando all’untore. Perché non gli interessa verificare cosa una persona possa aver detto, e meno che mai cercare di capirlo. Gli interessa solo ripetere ciò che appare nei 150 caratteri che costituiscono ormai il limite massimo dell’attenzione e dell’approfondimento.

Che sia così per i due terzi della popolazione italiana, che secondo la recente rilevazione Ocse non arrivano al livello minimo di alfabetizzazione per poter agire consapevolmente in una società sviluppata, è un fatto col quale dobbiamo convivere, per quanto spiacevolmente.

Purtroppo è così anche per molti professionisti della carta stampata. Luigi La Spina, ad esempio, che su La Stampa mi chiama “epigono nostrano del negazionismo storico“. O Massimo Adinolfi, che sul Messaggero paragona le mie opinioni a quelle di Irving. O il Giornale e il Fatto Quitidiano, che riportano entrambi con foto la notizia che questo blog è stato chiuso, scambiandola dolosamente con una di un anno fa.

Nella discussione “incriminata” osservavo banalmente che molti di noi confondono ciò che vedono nei film, o leggono nei romanzi, con la verità storica. Questi esempi dimostrano paradossalmente che alla lista dobbiamo aggiungere anche i giornali: non tutti, magari, ma certo almeno quelli che ho nominato. E, questa volta, lo so per conoscenza diretta, e non solo per sentito dire.

martedì 24 settembre 2013

Ratzinger e Odifreddi

Finalmente svelato il mistero delle dimissioni di Ratzinger da Papa: doveva concentrarsi per rispondere alla lettera-libro di Piergiorgio Odifreddi, Caro Papa, ti scrivo (Mondadori 2011). Qui il resoconto di Odifreddi, che a sua volta contiene il link alla parte della lettera di Ratzinger pubblicata oggi da "Repubblica".
Qui vorrei concentrarmi su un punto della lettera di Ratzinger.
Il passaggio in cui l'ex Papa cita Il gene egoista (1976) di Richard Dawkins e Il caso e la necessità (1970) del Premio Nobel Jacques Monod è commovente. Ratzinger li chiama in causa motu proprio, visto che Odifreddi non li aveva citati (il nome di Monod nel suo libro non compare e quello di Dawkins ricorre fuggevolmente a pagina 7 in una breve lista di atei così atei da essere esclusi da Ravasi dal Cortile dei Gentili: ovvero Odifreddi, Dawkins, Hitchens e Onfray).
Dico "commovente" perché mette in gioco uno stratagemma retorico e una fallacia ben precisi. Tu in cuor tuo sai che la tua teologia è, come direbbe Borges, un ramo della letteratura fantastica, ma non puoi ammetterlo; e allora che fai per difenderti? Dici che lo stesso vale per due delle più potenti obiezioni scientifiche alla tua teologia, ovvero l'algoritmo dell'evoluzione per selezione naturale cumulativa (necessità) delle piccole mutazioni (caso) che funzionano e l'idea che questo meccanismo agisce soprattutto al livello del gene "egoista", che è l'elemento in qualche modo davvero immortale degli esseri viventi, di cui si serve come macchine "fotocopiatrici" e veicoli transitori. Ovviamente, tutto ciò senza entrare nel merito dei dati della biologia molecolare e delle argomentazioni del neodarwinismo: puro parlare a vanvera dalla poltrona del dorato esilio, forse per la strutturale incapacità, connaturata ai più e oggi oggetto di studio, di comprendere la logica stessa delle spiegazioni evoluzionistiche.
Per quanto riguarda Dawkins, forse Ratzinger è stato sviato dalle parole con cui si apriva la Prefazione alla prima edizione del Gene egoista (dal 1989 seguita da una seconda Prefazione per la riedizione ampliata del libro): «Questo libro dovrebbe essere letto quasi come se fosse un libro di fantascienza. Infatti, è stato pensato per stimolare l'immaginazione del lettore. Tuttavia, non si tratta di fantascienza, ma di scienza vera. Anche se è un cliché, "più strano della fantascienza” esprime esattamente il modo in cui io sento la realtà. Noi siamo macchine da sopravvivenza - robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome d geni. Questa è una verità che non cessa mai di stupirmi e, anche se la conosco da anni, non riesco mai ad abituarmici del tutto».
Per quanto riguarda Monod, invece, se si va a controllare il contesto del passo sulla comparsa dei tetrapodi citato da Ratzinger, ci si accorge che si tratta della illustrazione esemplificativa di un meccanismo evolutivo - la pressione selettiva sul livello genetico esercitata dall'esplorazione attiva da parte degli animali delle possibilità offerte loro dal repertorio comportamentale specifico - che ormai è un luogo comune nel pensiero neo-evoluzionistico, presente in personaggi tanto diversi, per esempio, come Karl Popper e Daniel Dennett, con quest'ultimo che ne L'idea pericolosa di Darwin (1995) si richiama varie volte a Il caso e la necessità, mentre Popper, che pure cita qualche volta Monod, ci era arrivato per conto proprio prima del 1970.
Insomma, l'argomento di Ratzinger al riguardo è una variante dello stratagemma ben noto del "Tutti colpevoli, nessun colpevole", anche se in ogni caso siamo su un altro pianeta rispetto all'aria fritta di Bergoglio. Ci voleva.

domenica 1 settembre 2013

Il Lucrezio di Odifreddi

Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere di Piergiorgio Odifreddi (Rizzoli, 29 agosto 2013) è un libro bellissimo: una geniale e didatticamente efficacissima versione commentata e riccamente illustrata del De rerum natura. Il passo in esergo di Primo Levi e le dediche dicono chiaramente perché è urgente tornare a Lucrezio, al suo illuminismo e alla sua battaglia contro l'incantamento magico-superstizioso del mondo e ogni fanatismo religioso. In tal senso, solo il nostro "matematico impertinente" bright - tra i pochi che in Italia promuovono una forma di New atheism assimilabile a quella di Daniel Dennett e Richard Dawkins - poteva guidarci brillantemente in una riscoperta attualizzata di questo mirabile poema filosofico giuntoci dall'antichità come un vero e proprio unicum, dato che gli altri e precedenti poemi filosofico-naturalistici (quello di Parmenide, quello di Senofane e quello di Empedocle in particolare) sono andati perduti, salvo qualche frammento. La veste editoriale di gran pregio, poi, rende la lettura (o la rilettura) un'esperienza piacevole e stimolante.
Naturalmente, non essendo né un latinista né un filologo classico, Odifreddi ha ben presente il problema di affrontare un autore come Lucrezio, visto che del latino ha forse una conoscenza meno che scolastica (avendo fatto studi tecnici per geometri dopo il seminario). I suoi modelli espliciti (cfr. p. 7 e p. 9), piuttosto, sono non certo Canfora, Canali o Dionigi, ma Borges, Eco, Manganelli, Baricco, De Crescenzo e Calasso, cioè esempi di riadattatori liberissimi o teorici del riadattamento post-moderno. Per essere ancora più chiari, Odifreddi, oltre a citare l'Eco della riscrittura ludica in forma di tautogramma di Pinocchio, sa benissimo che nel Diario minimo c'era la vertiginosa recensione borgesiana di un'opera come I promessi sposi, intesa però come se fosse stata scritta da James Joyce dopo il Finnegans Wake. In tal senso, si potrebbe affermare che Odifreddi ri-dica il De rerum natura riscrivendolo identico e nello stesso tempo diversissimo per effetto del riposizionamento cronologico, alla maniera di un Pierre Menard, autore del Don Chisciotte, o di un Hilario Lambkin Formento, autore della Divina commedia (le prime 'tre parole' della Premessa sono "Jorge Luis Borges", non a caso).
Né mancano accenni a Marchetti e Foscolo, due vecchi traduttori di Lucrezio chiamati in causa come altrettanti esempi di infedeltà a livelli diversi (anche se Foscolo si limitò a soli 237 versi dei 7.415 totali). L'intento di Odifreddi è quello di cavar fuori da certi passi delle intuizioni moderne in campo astronomico, fisico, chimico, biologico, psicologico, antropologico culturale e persino politico, visto che non poteva sfuggirgli il nesso "causale" col giovane Marx, laureatosi nel 1841 con una tesi sulle differenze tra la fisica di Democrito e quella di Epicuro, in relazione soprattutto ai versi sul comunismo e sul capitalismo "primitivi" e sulla religione come "oppio dei popoli" (cfr. p. 226). I latinisti, e non solo, se lo avvicinano con parametri filologicamente e storicamente rigidi, hanno pertanto parecchio di cui scandalizzarsi (e magari a torto): basti pensare che per Odifreddi Alma Venus è da leggersi come una sorta di spinoziana Dea, sive natura, mentre animus e anima sono identificati con le funzioni del cervello e del sistema nervoso.
Forse questo è il più odifreddiano degli scritti di Odifreddi, proprio per l'esperimento esegetico-letterario di riappropriazione esplicita e creativa. Nella sua versione, Odifreddi, oltre a usare la parola "atomi" (notoriamente mai usata da Lucrezio, che invece preferisce parole come "semi", "elementi" e "corpuscoli"), peraltro usata già da altri traduttori, arriva a servirsi di espressioni prima facie assurde come "buco nero" (p. 49), salvo poi spiegare in sede di commento il perché (p. 50). L'operazione di Odifreddi, in sostanza, è la seguente: nelle pagine dispari ha messo una sua versione libera del testo integrale, mentre nelle pagine pari ha fornito una piccola enciclopedia illustrata dei risultati delle scienze attuali prendendo spunto dai passi dell'opera stampati in blu (ci sono anche passi in corsivo, segnalati come più significativi, e passi in rosso, spiegati nei commenti precedenti o successivi). Certo, a volte il nesso è un po' arbitrario e pretestuoso, ma il suo scopo è appunto quello di trarre spunto da certe intuizioni anticipatrici di Lucrezio per celebrare la scienza moderna, di cui il poeta è il padre nobile e oracolare, il guru, l'icona. Non è importante tanto il fatto che Lucrezio ci abbia preso o meno, per esempio per quanto riguarda la tavola periodica degli elementi, le leggi mendeliane dell'ereditarietà, la selezione naturale darwiniana, la spiegazione ottico-fisica dell'arcobaleno e delle immagini riflesse allo specchio, e così via: quello che importa, e che Odifreddi sottolinea, è che egli abbia guardato nella direzione giusta, che è quella dell'approccio materialista, riduzionista e atomista.
Odifreddi, quindi, mira al puro contenuto, facendosi aiutare anche dalle osservazioni su Lucrezio degli scienziati del passato, a cominciare da Newton. A mio parere, l'approccio "infedele" di Odifreddi è sintetizzato mirabilmente dalle parole contenute in una lettera di James Clerk Maxwell del 1866 a Hugh Munro (curatore di un'edizione inglese del poema), non a caso citate per due volte (p. 23 e p. 68) e accompagnate dalla raccomandazione di tenerle bene a mente in relazione a certi passi: «Le sue parole [II, 100-111, sul moto caotico degli atomi] sono una così buona illustrazione della teoria moderna, che sarebbe un peccato che significassero qualcosa di diverso!».
Tutto qui, dunque: un brillante gioco letterario ed erudito in cui un testo antico, bistrattato e diffamato, ma segretamente plagiato dai primi pensatori cristiani, perduto per tutto il Medioevo, riscoperto all'inizio del XV secolo da Poggio Bracciolini e di nuovo osteggiato dalla Chiesa e dalla cultura dominante ad essa legata, viene usato per una sana polemica tutta moderna in favore di una concezione laica e scientifica del mondo (e qui non si può non pensare all'irriverente ed esilarante accostamento, a p. 190, tra l'apoteosi di Epicuro compiuta da Lucrezio nel poema e le odierne apoteosi a furor di popolo, come accadeva per gli imperatori romani, di personaggi come Padre Pio, Madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II).

P. S. Incuriosito dalla vecchia e a dir poco creativa traduzione di Alessandro Marchetti (1633-1714) in 10.724 endecasillabi sciolti, più volte citata da Odifreddi, ne ho scaricato una versione digitale e ho fatto una scoperta gustosissima. Odifreddi, commentando l'omaggio di Lucrezio a Empedocle e alla Sicilia in I, 717-733 (cfr. p. 50), lamenta l'"imperdonabile svista" del poeta, perché, dicendo che l'isola non ha prodotto ingegno migliore di quello di Empedocle, dimentica Archimede. Ebbene, Odifreddi ricorda che Marchetti, da matematico, colmò la lacuna e interpolò i versi introducendo Archimede, ma a sua volta omette di dire che Marchetti fece molto di più, perché nel mazzo dei siciliani infilò pure il suo maestro Giovanni Alfonso Borelli (1608-1679), un galileiano messinese autore, tra l'altro, di un importante trattato di vulcanologia sull'eruzione dell'Etna del 1669:

Ma non sembra però che qui nascesse
Cosa mai più mirabil di costui,
Nè più bella e gentil, più cara e santa.
Se non se forse in Siracusa nacque
Il divino Archimede, e nuovamente
Nella nobil Messina il gran Borelli
Pien di filosofia la lingua e 'l petto,
Pregio del mondo e mio sommo e sovrano,
Mio maestro, anzi padre, ah! più che padre.
(I, 952-960)

E poco prima (525-532) Marchetti aveva pensato bene di citare pure Gassendi, tanto per non sbagliare.

domenica 12 febbraio 2012

La fallace teologia filosofica di Vito Mancuso




(gennaio 2008)

Ed eccola la tanto attesa risposta teologico-filosofica italiana all’ondata di libri contro la credenza religiosa scritti negli ultimi tempi da certi cattivoni atei e materialisti, da Dennett e Dawkins a Odifreddi e Ferraris. Il libro è uscito da poche settimane nella prestigiosa collana “Scienza e idee” della Raffaello Cortina diretta dal noto filosofo della scienza Giulio Giorello (un altro cattivone laico che si è proclamato miltonianamente “di nessuna chiesa”), reca in copertina una fascetta rossa che lo proclama pomposamente, con le parole non a caso di Panorama, “Un autentico caso editoriale e culturale”, ed è preceduto da una lettera paternamente affettuosa di Carlo Maria Martini, maestro spirituale dell’autore. Stiamo parlando de L’anima e il suo destino di Vito Mancuso, genitori siciliani, classe 1962 e professore di Teologia moderna e contemporanea all’Università San Raffaele di Milano.
Arrivando alla prima delle 317 pagine del volume, scandito in dieci capitoli e una Conclusione che comprendono in tutto 129 brevi paragrafi, ci si imbatte in un incipit che fa tremare le vene e i polsi per l’ambizione del progetto: «Il principale obiettivo di questo libro consiste nell’argomentare a favore della bellezza, della giustizia e della sensatezza della vita, fino a ipotizzare che da essa stessa, senza bisogno di interventi dall’alto, sorga un futuro di vita personale oltre la morte. L’argomentazione verrà condotta di fronte alla coscienza contemporanea, in particolare a quella sua parte scettica, se non addirittura atea, la quale ritiene che non vi sia nulla di superiore all’immane potere della morte». Argomentazione? Coscienza scettica se non addirittura atea, cioè laica (come si legge subito dopo)? Una teologia che, come si legge alla fine del primo paragrafo, vuole dialogare con la filosofia e la scienza per costruire un discorso rigoroso e non confessionale su Dio? Uhm, la mia coscienza atea che nuota tra filosofia e scienza non resiste al richiamo e si dispone all’ascolto.
Intanto, vado all’indice dei nomi e scorgo alcune assenze che mi insospettiscono: Hume, Russell, Popper, Dennett, Dawkins, Odifreddi, Flores D’Arcais e Giorello. Come? Filosofi, logici, epistemologi e scienziati laici particolarmente sensibili ai problemi filosofici e metafisici sollevati dalla cosmologia e della biologia, alcuni dei quali (Hume, Russell, Dennett e Dawkins) hanno avanzato argomenti irresistibili contro l’idea stessa di un principio divino – una Mente, il Logos – alla base della “natura-physis” o “essere-energia” (per riprendere le espressioni care a Mancuso), sono totalmente ignorati in un libro teologico che si propone di dialogare con la scienza e la filosofia? E chi saranno mai, a parte filosofi ad hoc come Teilhard de Chardin (di cui considera “santo” anche il nome: cfr. p. XV), gli scienziati contemporanei con cui “dialoga” Mancuso? Ecco quelli chiave: Fritjof Capra (l’autore del celebre Il Tao della fisica), Paul Davies, Ilya Prigogine, Christian de Duve e persino Einstein, dei quali, con notevole furbizia e non poca faccia tosta, Mancuso cita alcune affermazioni metafisiche che non escludono la possibilità che nelle leggi della fisica sia inscritta una tensione essenziale verso la nascita e lo sviluppo della vita. Da queste affermazioni, prese per asserzioni scientifiche solo perché pronunciate da scienziati, il nostro teologo “deduce” il necessario finalismo di stampo aristotelico che fa del cosmo un luogo orientato amorevolmente alla comparsa dell’uomo, della sua anima e quindi della sua stessa immortalità personale, che sarebbe la “quinta discontinuità” cosmica (§ 45), dopo le prime quattro rappresentate dall’origine della materia dal Big Bang, dalla nascita della materia organica, dalla comparsa dell’intelligenza e dall’emergenza da quest’ultima della moralità e della spiritualità (cfr. § 43).
Quando poi Mancuso dedica un paragrafo (il decimo) al “primato del Logos”, basandosi sul discorso di Ratzinger a Ratisbona, e cita con grande approvazione e senza ulteriore commento il celebre argomento del Boeing 747 di Fred Hoyle (la nascita casuale della vita è paragonabile per improbabilità a una tromba d’aria che, spazzando un ammasso di rottami, assembli accidentalmente un Boeing 747), per concludere che la teoria casualista dell’origine della vita è ‘scientifica’ quanto l’affermazione che la casa di Maria è stata trasportata dagli angeli da Nazaret a Loreto (cfr. § 44), si capisce immediatamente che egli non ha mai letto o compreso una parola di Dennett e Dawkins. Il primo, infatti, contro la versione lockiana della tesi del “primato della Mente” (Saggio sull’intelletto umano, IV, X, 10), filosoficamente molto più rigorosa di quella di Ratzinger, ha avanzato un’argomentazione gigantesca e devastante che costituisce tutto il monumentale volume del 1995 intitolato L’idea pericolosa di Darwin e che sviluppa, alla luce della potenza esplicativa dell’algoritmo della selezione naturale, alcune mirabili e occasionali intuizioni cosmogoniche messe da Hume in bocca a Filone nei Dialoghi sulla religione naturale. Mentre il secondo, ne L’orologiaio cieco (1986) e ancor più dettagliatamente nel recente L’illusione di Dio (2006), ha dimostrato con una forza argomentativa implacabile che l’argomento del Boeing 747 di Hoyle, lungi dall’intaccare il lavoro lento di “ricerca e sviluppo” compiuto dalla selezione naturale darwiniana (che non è affatto dominata dal caso, contrariamente a quanto sostengono i nemici del darwinismo come Mancuso), si applica più adeguatamente all’ipotesi del Dio Progettista originario, il quale, incorporando una complessità logica ben maggiore della complessità biologica che è chiamato a spiegare, si deve necessariamente veder assegnata una probabilità così bassa da risultare indistinguibile dallo zero.
Va dato atto a Mancuso che in più punti egli si discosta coraggiosamente dalla dottrina ufficiale della Chiesa, non mancando di criticare alcuni dei pilastri del cristianesimo tradizionale (come ad esempio la nozione di peccato, a proposito del quale sostiene che ce n’è propriamente solo uno che meriti l’Inferno: «la bestemmia contro lo Spirito», p. 232), e non si può non ammirarlo quando, a proposito di Giordano Bruno, scrive: «Bruciandolo sul rogo, la mia Chiesa ha tolto all’Occidente la possibilità di fondare il senso della giustizia e del bene sull’ordine naturale. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti» (p. 20). In tutto ciò egli è guidato però dall’idea un po’ esaltata che, laddove le sue opinioni sembrassero eterodosse, esse sono a suo parere «pienamente ortodosse rispetto alla verità immutabile di Dio quale bene, sorgente e meta della vita del mondo» (p. XV).
Ma non è di Principio Ordinatore immanente, Principio personale trascendente, anima, immortalità, peccato, paradiso, purgatorio, inferno e limbo, temi ampiamente trattati da Mancuso, che qui voglio parlare. La mia coscienza atea mi impedisce di prenderli sul serio per più di cinque minuti anche con tutta la buona volontà di questo mondo. A me interessa il nocciolo della sua argomentazione filosofica, esibito chiaramente e, ahimè, disastrosamente, nel § 44, intitolato “L’origine della vita”. La domanda delle cento pistole è: Perché mai a un certo punto della storia dell’universo è uscita la pallina rossa della vita? Dovendo scegliere fra tre spiegazioni possibili (le uniche che egli riesca a vedere, e già qui si colgono dei limiti enormi nella sua millantata conoscenza delle teorie scientifico-filosofiche in campo), cioè fra il “caso”, il “miracolo” e la “necessità intrinseca”, egli dichiara di abbracciare la terza: «se è uscita l’unica pallina rossa della vita, è perché doveva uscire proprio lei. Dagli informi gas primordiali doveva scaturire la vita. Io sostengo che vi è una finalità intrinseca nella natura, esattamente quella medesima teleologia di cui parlava Aristotele, che so bene essere un supremo tabù per molti biologi contemporanei» (pp. 116-117). Questo passo così candidamente pretenzioso mi ha fatto venire subito in mente un paio di pagine de L’idea pericolosa di Darwin (§ 7.3, tr. it. Bollati Boringhieri 2002, pp. 208-209) in cui Dennett smaschera implacabilmente l’imbarazzante errore puramente logico contenuto in questo tipo di inferenza, classicamente adottata dai sostenitori della versione “forte” del cosiddetto “principio antropico”. L’argomento del tipo di quello adottato da Mancuso non è un tabù, come egli sostiene allegramente, ma una banale fallacia logica che può essere illustrata in maniera semplicissima. Come nota Dennett, nella sua forma “debole” e innocua il principio antropico si basa su una normale applicazione della regola del modus ponens: «se x è una condizione necessaria per l’esistenza di y e y esiste, allora x esiste». In simboli, si tratta del teorema: (((y → x) & y) → x), in cui il “Dev’essere vero che” sta rigorosamente all’inizio della formula. Essa, infatti, non dice che x o y o entrambi sono necessari, ma che è necessario che se y → x e si dà anche y, allora si “deve” dare anche x, dove x e y, nel caso delle scienze empiriche, sono eventi (o descrizioni di eventi) contingenti. La necessità, qui, consiste solo nel fatto che x deve darsi affinché si dia y; il che non significa affatto, come invece pensano erroneamente quelli che argomentano alla maniera di Mancuso, che x e y siano necessari in assoluto. Scrive Dennett: «Riconosco che mi è difficile credere che un tale equivoco e una tale controversia siano stati generati in realtà da un banale errore logico, ma si hanno prove concrete che spesso questo corrisponde al vero, e non soltanto nell’ambito delle discussioni sul principio antropico. Si considerino gli analoghi equivoci che circondano la deduzione darwiniana in generale. Darwin deduce che gli esseri umani devono essersi evoluti da un antenato comune agli scimpanzé e che tutta la vita deve essere emersa da un unico principio, e alcuni, in modo inspiegabile, interpretano queste deduzioni come la tesi che gli esseri umani siano in qualche modo un prodotto necessario dell’evoluzione, o che la vita sia una caratteristica necessaria del nostro pianeta. (...) Quanti credono nel principio antropico (...) pensano di poter dedurre qualche cosa di meraviglioso e stupefacente dal fatto che noi osservatori coscienti siamo qui – per esempio, che in qualche senso l’universo esiste per noi, o forse che noi esistiamo affinché possa esistere l’universo nella sua totalità, o addirittura che Dio ha creato l’universo come l’ha creato affinché noi fossimo possibili».
L’argomento di Dennett, in sostanza, è questo. Che cosa significa, ad esempio, dire che il DNA è una condizione necessaria per l’esistenza degli organismi multicellulari come noi? Significa semplicemente che il DNA deve esserci affinché tali organismi siano possibili, i quali costituiscono così una condizione sufficiente per l’esistenza del DNA. In termini logici questo si traduce così: l’esistenza degli organismi multicellulari come noi implica l’esistenza del DNA (e non viceversa!), e siccome noi esistiamo, allora anche il DNA deve esistere. Ma questo non equivale a dire (come sostengono i finalisti alla Mancuso) né che l’esistenza del DNA sia necessaria in sé, cioè da sempre prevista dalla Natura, né che gli organismi multicellulari come noi siano un prodotto necessario, e addirittura da sempre ‘voluto’ dal Progettista divino, del DNA. Infatti, la molecola del DNA poteva tranquillamente non formarsi e inoltre non c’è contraddizione nel pensare a un mondo dove ci sia il DNA e non ci siamo noi (del resto è stato così per alcuni miliardi di anni). Viceversa, non abbiamo alcuna possibilità di concepire un mondo in cui ci siamo noi ma non c’è il DNA. L’inferenza alla Mancuso, quindi, è un puro e semplice errore logico che nasce da un fraintendimento del condizionale e del modus ponens.
È vero, aggiungo, che il teorema precedente implica la versione modale della regola del modus ponens: ((y → x) & y) → x, che apparentemente sostiene un’inferenza come quella di Mancuso. Ma qui x e y diventano enunciati dimostrabili, ovvero descrizioni di ‘fatti’ logico-matematici necessari che nulla hanno a che vedere con i fatti tutti contingenti del mondo in cui viviamo, come la combinazione antropica delle costanti fisiche fondamentali, la formazione degli elementi chimici pesanti e delle molecole inorganiche, la sintesi delle proteine, la comparsa degli organismi multicellulari e la nascita dell’Homo sapiens. Chi ha voglia di sostenere il contrario, cioè che nel mondo possono darsi fatti logicamente e ontologicamente necessari, si autoinfligge un onere della prova filosoficamente insostenibile e scientificamente disperato. Questa cosa ovvia Mancuso avrebbe potuto acquisirla adeguatamente se solo avesse meditato almeno sulla proposizione 5.634 del Tractatus di Wittgenstein, anziché fermarsi a un innocuo aforisma sulla morte di sapore epicureo – «Il timore della morte è il miglior segno di una vita falsa, cioè cattiva» – contenuto nei Quaderni 1914-1916 (cfr. p. 196).
Qua e là, poi, si incontrano delle perle di dettaglio davvero esilaranti. Nel § 7, ad esempio, intitolato “Evoluzione ed evoluzionismo”, in cui Mancuso pretende di separare il “fatto” dell’evoluzione dalla sua “interpretazione” evoluzionista-darwiniana, sulla scorta di uno spericolato riferimento alla nozione di “slancio vitale” di Bergson (un altro fossile pseudofilosofico riesumato da Mancuso, insieme a quello di Teilhard de Chardin), si sostiene niente meno non solo che l’espansione dell’universo è “probabilmente la legge fondamentale della natura” (sic!), ma anche che la “generazione ininterrotta della natura, il motore dell’evoluzione” ne è la riproduzione in piccolo sul nostro pianeta, dato che, se l’espansione è una legge universale, essa deve valere anche localmente sulla terra (cfr. p. 15)! Per Mancuso, quindi, espansione dell’universo da un lato ed evoluzione e differenziazione biologica dall’altro sono praticamente la stessa cosa, o espressioni della stessa cosa (un ordine cosmico razionale, l’Ordine). Gli scienziati, va invece ricordato, quando paragonano la vita alle vere leggi fondamentali, come il secondo principio della termodinamica, sottolineano che una struttura vivente costituisce un’eccezione locale e transitoria all’aumento inesorabile dell’entropia nel cosmo.
Di fronte a un libro come quello di Mancuso, allora, è difficile non ripensare alla celebre conclusione della Ricerca sull’intelletto umano di Hume: «Se ci viene alle mani qualche volume, per esempio di teologia o di metafisica scolastica, domandiamoci: Contiene qualche ragionamento astratto sulla quantità e sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto e di esistenza? No. E allora, gettiamolo nel fuoco, perché non contiene che sofisticherie e inganni» (ed. Laterza 1996, p. 261).