«Das Leben der Erkenntnis ist das Leben, welches glücklich ist, der Not der Welt zum Trotz» (Ludwig Wittgenstein, Tagebucheintrag vom 13.8.16).


«E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (…): “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”» (Italo Calvino, chiusa di "Perché leggere i classici").


«Neque longiora mihi dari spatia vivendi volo, quam dum ero ad hanc quoque facultatem scribendi commentandique idoneus» (Aulo Gellio, "Noctes atticae", «Praefatio»).


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mercoledì 29 ottobre 2014

LA PORNOFILOSOFA CHE SQUIRTA IN FACCIA AGLI INTERLOCUTORI

Se Valentina Nappi non è una sorta di Wu Ming non dichiarato e costruito a tavolino per prendere per il culo certa intellighenzia italiana, cioè se Valentina Nappi è quello che sembra, allora si tratta di una sorta di ornitorinco, un fenomeno interessantissimo proprio per la sua stranezza inedita, che sfida alcuni nostri stereotipi culturali così incalliti da sembrarci naturali.
È già difficile rapportarsi con le pornoattrici, esseri strani in genere invisi alle donne e in qualche modo desiderati con timore inconfessato dagli uomini, soprattutto se questi non hanno alcuna speranza di giungere a conoscerne biblicamente le virtù. Ma se la pornoattrice è anche una giovane intellettuale "organica" (per una volta nel vero senso della parola) che scrive benissimo e argomenta con notevole acume, dimostrando pure un'ottima padronanza del lessico filosofico più sofisticato, allora siamo di fronte a una persona che sprigiona un fascino a dir poco perturbante e appare come un'aliena atterrata in mezzo a dei cavernicoli. 

Ma come, si chiede il nostro cervello primitivo, una zoccola filosofeggia con competenza? E chi è, Juliette? Ebbene sì.
La sua replica su "Micromega" a Diego Fusaro - che molto incautamente, sotto la maschera di una dotta citazione aristotelica, in un suo pezzo l'aveva provocata paragonandola a un verme al servizio del capitale (dal lato sinistro) - innnova radicalmente la diatriba filosofica, perché all'argomentazione tutt'altro che debole (la Nappi sostiene una precisa concezione libertaria e libertina che assomiglia a una versione applicata della "teoria del corpo amoroso" di Michel Onfray) aggiunge un gesto "detto" che nel dibattito pubblico sui massimi sistemi della politica risulta inaudito e definitivo: la squirtata in faccia all'interlocutore.
Ma si noti l'ambiguità: la performance promessa dalla pornofilosofa, per certi versi, non è affatto, o non è solo, un atto di disprezzo o una minaccia di violenza: non è, insomma, un "Ti piscio in testa" e non è nemmeno un "Ti spacco la faccia a colpi di dildo". È piuttosto, o è anche, un gesto di comunicazione erotico-filosofica abissale e destabilizzante, perché ha l'aspetto del tutto inaspettato dell'offerta di un dono di riconciliazione, quasi un atto spiritualissimo di misericordia infinita da parte dell'eterno femminino.

sabato 12 luglio 2014

Giù il cappello per Wu Ming


Ci sono libri, e soprattutto romanzi, che a lettura ultimata lasciano dietro di sé un senso di vuoto, quasi di tristezza, perché capisci che ne sentirai la mancanza. L'armata dei sonnambuli di Wu Ming (Einaudi 2014) è uno di questi. Un romanzo di 792 pagine che all'inizio cerchi di scalare il più velocemente possibile (è estate e hai anche altro da fare) ma che verso la fine vorresti non finisse mai, perché ormai ti sei affezionato al suo mondo e ai suoi personaggi che hai frequentato per giorni e giorni. E così devi salutare a malincuore la sarta Marie Nozière e suo figlio Bastien, il "pagliaccio" vendicatore Léo-Scaramouche, frustrato attore italiano che insegue il fantasma di Goldoni, il suo "allenatore" Bernard la Rana, lo sbirro Treignac, il medico mesmerista Orphée d'Amblanc, allievo di Mesmer e Puységur, gli psichiatri Pinel e Pussin e i loro alienati di Bicêtre, le straordinarie eroine rivoluzionarie Claire Lacombe e Pauline Léon al seguito dell'"arrabbiato" Jean-Théophile Leclerc, amico del Prete Rosso Jacques Roux, la "puttana di Brissot" Théroigne de Méricourt, l'uomo-cinghiale Bernard Jaranton, l'ambiguo agente Chauvelin e la vedova Girard, i bambini mesmerizzati Jean, Noèle, Juliette e la figlia Margot, fino al delfino Luigi Carlo Capeto (Luigi XVII), ma anche i cattivi, gli ignobili Muschiatini (pa'ola mia!), il pazzo automa Malaprez (che ricorda il terrificante Ronald Niedermann di Millennium), l'uomo senza naso La Corneille, l'armata dei sonnambuli e infine il più malvagio di tutti, il loro Signore, l'ipnotizzatore controrivoluzionario complottista, il piccolo nobile di spada cavaliere d'Yvers. Tutte figure che si muovono a Parigi (e non solo) sul palcoscenico della grande storia, dal 21 gennaio 1793 al 21 gennaio 1795, dalla decapitazione di Luigi XVI al Termidoro, passando per Danton, Marat, il Terrore di Robespierre e Saint-Just, la fame, gli scontri per le strade e dentro la Convenzione, il "maximum" e la coazione a ripetere della ghigliottina.
Un romanzo storico "ideologico" (come da grande tradizione manzoniana) davvero epocale, rigoroso nell'uso delle fonti (la lunga sezione finale sul "come va a finire" è strepitosa) e curatissimo dal punto di vista dei registri linguistici. 

Un'opera di cui dovremmo essere orgogliosi, sicuramente all'altezza dell'indimenticabile Q.